Sono le 4.30 del mattino del 4 dicembre 1969. Quattordici poliziotti sfondano la porta di un appartamento al 2337 di Monroe Street, Chicago. Armati di mitra, fucili a pompae pistole d’ordinanza, gli agenti di polizia aprono il fuoco: in meno di quindici minuti, la sparatoria volge al termine. Il bilancio è di due morti e quattro feriti, sette gli arresti. Dei poliziotti coinvolti nell’assalto, soltanto due rimangono feriti.
Alcune volanti della polizia e le sirene delle autoambulanze interrompono il silenzio che segue la sparatoria: provvedono a portare via i feriti, i due cadaveri e gli arrestati. Diversamente dalle normali procedure, dopo i primi controlli dell’unità degli evidence technicians, il luogo del delitto viene lasciato incustodito. Alle prime luci dell’alba, alcuni abitanti del quartiere che avevano assistito alla scena, superano la soglia di casa e attraversano la porta lasciata aperta dagli agenti e dai medici forensi. Li attendono, mura dilaniate da fori di proiettile e frammenti di vetro sparsi ovunque. Al centro della camera da cui erano esplosi i primi colpi, il sangue della prima vittima aveva finito per inzuppare un materasso e il pavimento su cui si intravedevano i resti di un telefono, una collezione di scritti di Lenin e una coperta insanguinata. Come il materasso e le mura della stanza da letto, anche il pavimento della stanza principale e di quella vicina all’ingresso dove era stato colpito a morte la seconda vittima sono intrisi di sangue. Come spettatori, i residenti iniziano a girare sconvolti per la casa, osservando uno a uno, in fila indiana, il materasso cosparso di sangue. «This was nuthin’ but a Northern lynching», dice prima di lasciare l’appartamento, scuotendo la testa, una donna anziana che ha a lungo osservato i resti di quella violenza inaudita da parte della polizia di Chicago.
A dividere lo spazio con i curiosi e gli abitanti del quartiere, non ci sono solo i giornalisti, ma anche alcune Pantere Nere, munite di telecamere, accorse per filmare i gesti di quello che, fin dall’inizio, appare essere un raid finalizzato a eliminare del tutto il chapter dell’Illinois del Black Panther Party. I due morti, infatti, sono Fred Hampton e Mark Clark, due afroamericani che insieme militavano nel noto gruppo afroamericano delle Pantere Nere, nato nel 1966 ad Oakland conseguentemente al movimento spontaneo del Black Power, e che della resistenza della minoranza afroamericana alle violenze della polizia aveva fatto il proprio vessillo.
Organizzazione complessa guidata dal giovane Huey Newton e da Bobby Seale, diffusasi a macchia d’olio dalla West Coast fino alla East Coast in pochissimo tempo, il Black Panther Party (Black Panther Party for Self-Defense fino al 1967) cercò fin da subito di instillare nelle masse nere dei ghetti urbani la cultura dell’autodifesa armata by any means necessary – come predicato dal defunto Malcolm X, ex leader della Nation of Islam. Soprattutto, in un’ottica politica legata al contesto della progressiva decolonizzazione delle ex colonie africane, agli attacchi internazionali alla giustezza della guerra del Vietnam, al crollo immediato del fronte per i diritti civili del pastore Martin Luther King, Jr. e alla intesa politica con i giovani della New Left bianca americana, dal 1968 il Black Panther Party aveva inserito il proprio attivismo – almeno ideologicamente – all’interno della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo, considerando il razzismo come parte integrante del capitale e della cultura imperialista scagliatasi contro la popolazione non-white di tutto il mondo. Secondo le Pantere, in sintesi, non vi era differenza sostanziale tra l’occupazione del Vietnam da parte delle truppe statunitensi e la violenza della polizia che si consumava nei ghetti afroamericani: minimo comun denominatore, la resistenza dei subalterni alla natura imperialista degli Stati uniti.
Il Black Panther Party si considerava un’avanguardia rivoluzionaria, ovvero l’unica forza capace di organizzare, educare e servire gli afroamericani che, a partire dalla rivolta del ghetto di Harlem del 1964, avevano dato vita a rivolte urbane che infiammarono le strade delle principali città statunitensi fino alla prima metà del 1968. Attaccando lo spontaneismo, le Black Panthers di Huey P. Newton cercarono di costruire reti di relazioni sociali e politiche non solo con le frange radicali afroamericane, ma anche con organizzazioni dello stesso tipo latinoamericane, chicane, dei nativi americani e bianche. Di questo impegno congiunto tra attenzione ai bisogni primari delle masse povere dei ghetti neri e legami politici con organizzazioni radicali, punta di diamante delle Pantere fu sicuramente la sezione di Chicago, capeggiata dal giovane Fred Hampton ucciso brutalmente il 4 dicembre di cinquant’anni fa.
Fred Hampton era nato il 30 agosto 1948 ad Arno, un sobborgo di Chicago. Proveniva da una famiglia di contadini originaria della Louisiana che per generazioni aveva coltivato la terra – prima come schiavi e, solo dopo, come proprietari – e che negli anni Trenta, come molti altri afroamericani nel periodo della Great migration, presero il via verso le aree industrializzate del nord degli Stati uniti. Trasferitosi nel 1958 con la famiglia a Maywood, quartiere del South Side di Chicago a prevalenza operaia, dove le gang di strada controllavano un enorme mercato illegale,il giovane Hampton, cogliendo rapidamente i drammi dello stato di deprivazione in cui le minoranze dei sobborghi vivevano, si radicalizzò rapidamente. Studente di storia, dal 1967 Hampton si pose a capo della sezione giovani di Chicago della National Association for the Advancement of Colored People (Naacp) – organizzazione che promuoveva la collaborazione tra bianchi e afroamericani per il superamento delle diseguaglianze che colpivano la minoranza nera – per poi essere coinvolto nella creazione della prima sezione dell’Illinois delle Pantere Nere nella primavera del 1968, subito dopo l’omicidio di Martin Luther King, Jr. Noto già negli ambienti della Naacp per le proprie doti oratorie, Fred Hampton ebbe il merito di costruire, in meno di un anno, una delle sezioni più efficienti del Partito delle Pantere Nere, coinvolgendo i residenti dei quartieri più poveri di Chicago e mettendo al centro degli impegni politici del Partito la cura della comunità. Infatti, in linea con gli indirizzi politici di un Black Panther Party sempre più vicino a posizioni marxiste-leniniste, Hampton indirizzò le forze della sezione dell’Illinois verso la costruzione di un programma educativo rivolto alle masse proletarie e sottoproletarie di Maywood. Secondo questo programma educativo il superamento delle iniquità sociali ed economiche doveva passare per il superamento di posizioni radicali che escludevano il coinvolgimento delle organizzazioni bianche, ma anche per il rafforzamento dei legami comunitari e la nascita di quei germi rivoluzionari che avrebbero consentito ai subalterni – sia non-white che bianchi – di inserirsi nella rivoluzione proletaria internazionale dei paesi del Global South e distruggere, così, il capitalismo e il neo-imperialismo.
Molto prima rispetto ai quadri direttivi delle Pantere Nere, Hampton aveva cercato di strutturare il chapter dell’Illinois coinvolgendo il sottoproletariato da una parte e l’elemento criminale dall’altra. Influenzato dall’ultima campagna di Martin Luther King, Jr., la Poor People’sCampaign, a cui avevano partecipato anche alcune Pantere, il chairman della sezione di Chicago del Black Panther Party gettò le basi per un’alleanza politica capace di coinvolgere non solo le masse nere del sottoproletariato urbano, ma anche i bianchi poveri provenienti dai montiAppalachied emigrati a Chicago– rappresentati dagli Young Patriots– i portoricani Young Lords e le gang di strada. Anche il coinvolgimento, ad opera di Hampton, dei membri delle gang afroamericane che, in pochi anni di attività, erano diventate una componente importante della realtà dei quartieri di Chicago rappresentava una novità. Le gang principali e in contrasto per il controllo del South Side di Chicago, i Blackstone Rangers di Jeff Fort, i Disciples di Larry Hoover e i Conservative Vice Lords, nonostante fossero coinvolte in attività illegali tra cui estorsione e spaccio di droga, alcune di esse erano riuscite ad ottenere parte dei fondi federali che, durante la presidenza Johnson, erano stati erogati al fine di organizzare programmi di formazione professionale per i giovani afroamericani disoccupati.
Hampton non si era limitato a comprendere la rilevanza politica delle gang di Chicago. In linea con l’assunto degli scienziati sociali che, negli anni Sessanta, avevano studiato la crescita dei crimini nei ghetti neri, Hampton aveva compreso come gli atti di illegalità altro non erano che il frutto di un mancato accesso al mercato del lavoro da parte della minoranza nera. In un contesto di costante deprivazione economica, di emarginazione sociale e di gentrification, la criminalità organizzata diventava l’unico mercato parallelo a quello libero e lecito, grazie al quale l’ascesa sociale e l’accesso a fonti di guadagno immediato era assicurati. Per Hampton, il Partito delle Pantere Nere andava inserito lì dove mancavauna forza organizzatrice politica capace di rendere coesiquesti differenti gruppi sociali di fronte ad un nemico comune: il capitalismo.
Una risposta alle angherie del capitale, in parte, le Pantere la diedero con «i programmi per la sopravvivenza», una serie di servizi per la comunità, sviluppatisi a catena a cavallo tra il 1968 e il 1969, che videro la partecipazione di esercizi commerciali di quartiere, parrocchie, scuole organizzazioni sindacali e membri delle comunità e che, ideologicamente, avrebbero dovuto preparare le masse afroamericane a una rivoluzione di ispirazione socialista. Tra i programmi di sopravvivenza più importanti, in poco tempo diventati il bersaglio principale degli attacchi della polizia e dell’Fbi a danno delle Pantere, le colazioni gratuite per i bambini dei quartieri più poveri. Il motivo per cui le colazioni gratuite divennero bersaglio per la polizia e l’Fbi, risiedeva in ciò che esse rappresentavano, ovvero un mezzo attraverso cui far emergere il dramma di una componente urbana multiculturale esclusa dal mercato del lavoro, così come un mezzo di condivisione comunitaria attraverso cui criticare il capitalismo responsabile di emarginazione sociale. Esse erano, in sintesi, uno strumento mediante cui convincere l’opinione pubblica dell’impegno sociale delle Pantere, interessate a educare le masse al socialismo e a fornire un servizio nei ghetti, luogo in cui lo stato si manifestava soltanto attraverso la violenza del proprio braccio armato.
In un contesto di povertà dilagante, molto spesso le famiglie delle classi subalterne erano impossibilitate a provvedere all’alimentazione dei figli, ed era la denutrizione a essere responsabile – in parte – delle difficoltà d’apprendimento dei bambini dei ghetti. «Come possono – scrivono le Pantere – i nostri bambini imparare qualcosa, quando la maggior parte di loro ha lo stomaco vuoto?». Nutrirli significava dare la possibilità alle generazioni più giovani dei ghetti di imparare a scuola, così come qualsiasi altro bambino della middle class statunitense; nutrirli, significava inspessire il legame tra Partito e classe subalterna. Come spiegato da Hampton le colazioni avrebbero spinto la comunità a difendere i programmi perla sopravvivenza iniziati dalle Pantere, anche di fronte alle domande dei pigs – come venivano soprannominati dalle Pantere gli agenti di polizia.Fu così che, dal gennaio del 1969, Hampton – insieme a Mark Clark e la pantera Bob Lee – porta le colazioni gratuite anche a Chicago, coinvolgendo migliaia tra volontari, bambini, Pantere, esercizi commerciali e gang di strada che, grazie al chairman della sezione dell’Illinois del Black Panther Party, interrompono le ostilità per mettersi al servizio della comunità. Nel giugno del 1969, Hampton diede poi vita a quella che venne da lui soprannominata la Rainbow Coalition, ovvero una coalizione di intenti tra alcuni studenti vicini alla Students for a Democratic Society e gli operai bianchi gravitanti attorno all’organizzazione radicale Rising Up Angry, gli Young Lords, le gang di stradae gli Young Patriots. Il caso degli Young Patriots, tra l’altro, rendeva evidente come la disoccupazione non avesse colpito solo le minoranze, ma anche i migranti bianchi provenienti dall’Appalachia, molti dei quali malati di tumore ai polmoni (in gergo Black Lung) a causa del lavoro nelle miniere di carbone sparse tra Pennsylvania e Tennessee,e impossibilitati atrovare lavoro in una città in cui il mercato del lavoro era in crisi da alcuni anni.
Il mercato del lavoro non escludeva lavoratori soltanto seguendo la linea del colore, discriminava anche sulla base delle differenze di classe. Interesse della Rainbow Coalition, quindi, fu quello di costruire un’alleanza tra gruppi grassroots che curassero gli interessi dei subalterni di Chicago, preparandoli – secondo Hampton – alla lotta di classe. La sua opinione e quella della frangia più a sinistra delle Pantere era infatti che l’unico modo per eliminare le diseguaglianze economiche, negli Stati uniti e nel mondo, fosse creare i presupposti di una lotta di classe coincidente con le rivoluzioni anticoloniali delle nazioni del Global South, basata sulla costruzione di un fronte comune transnazionale e socialista che prevedesse l’unione tra proletari e sottoproletari in antitesi alla classe dei capitalisti. Durante la parentesi storica della formazione e la fine dell’organizzazione (1966-1980), l’ideologia delle Pantere Nere cambiò radicalmente molte volte, passando da posizioni esplicitamente marxiste-leniniste a idee politiche riformiste più che rivoluzionarie. Tuttavia, dal 1968 in poi, fu interesse del quadro direttivo delle Pantere di rispondere alle esigenze della comunità nera e – più in generale – alle classi subalterne, cercando di spingere le singole sezioni di Partito sparse negli Stati uniti a prendere come modello di riferimento la Rainbow Coalition.
La coalizione di Hampton distribuì le colazioni gratuite ai più piccoli della comunità bianca, portoricana e nera di Chicago, organizzò boicottaggi a danno dei grandi esercizi commerciali che rifiutavano di donare cibo alle Pantere per le colazioni, favorì la comunicazione tra diverse comunità unite dalla comune lotta contro lo sfruttamento e contro il capitalismo esuperando i confini dettati dalla linea del colore. Insieme, le comunità incluse nella coalizione ressero il peso degli attacchi continui della polizia, oramai da un anno alle prese con l’assalto armato delle sedi del Partito delle Pantere, e ai continui sabotaggi pilotati dall’Fbi.
Nel 1971, grazie a una fuga di notizie a opera dei Citizens Committee to Investigate the Fbi, l’opinione pubblica scoprì come, dalla metà degli anni Cinquanta, J. Edgard Hoover, direttore Fbi, avesse cercato di sabotare le organizzazioni radicali, comuniste, socialiste e per i diritti civili – tra cui Martin Luther King, Jr. – creando un’apposita sezione di controspionaggio denominata Cointelpro. Nel contesto più ampio della Guerra Fredda, infatti, Hoover rafforzò la lotta contro i gruppi che, come il Communist Party of Usa (Cpusa), potessero favorire uno spostamento a sinistra delle masse o che, semplicemente, contribuissero a creare un fronte unito e coeso contrario alle politiche estere o socio-economiche statunitensi. Nel 1968 il direttore del Fbi decise di rafforzare la sezione di controspionaggio, anche a danno delle Pantere Nere, e con lo scopo di creare attriti tra queste e le altreorganizzazioni nazionaliste nere, tra membri del Partito stesso e tra la polizia e le Pantere. L’omicidio a sangue freddo consumatosi il 4 dicembre 1969 altro non fu che l’atto finale di un complotto ordito dall’Fbi che, tramite una serie di notizie false indirizzate alla polizia di Chicago e diffusa da infiltrati nel Partito, convinse il distretto della pericolosità di Hampton e dei sodali. Scopo precipuo dell’Fbi, la distruzione della Rainbow Coalition e la morte di Fred Hampton, convinta dellanecessità diabbattere qualsiasi figura di riferimento per la comunità nera che potesse essere considerata un Black Messiah.
Hampton, appena ventenne quando diede origine alla sezione delle Pantere di Chicago, riuscì effettivamente a gettare le basi per una alleanza tra organizzazioni che portò, tra le altre cose, alla fine delle continue guerriglie urbane tra gang di strada, unendo gli sforzi al fine di trovare nella comunità il punto di partenza per un superamento delle ineguaglianze socio-economiche. Le colazioni gratuite, così come i programmi di sopravvivenza forniti dalle Pantere di Chicago, avevano come obiettivo far comprendere alla comunità che «attraverso la pratica, attraverso l’osservazione e la partecipazione il popolo [potesse] diventare libero» e che socialismo volesse dire servire, dare forza, coinvolgere il popolo nella lotta contro lo sfruttamento e la subalternità:
[Il popolo] prende così parte al programma e lavora in maniera socialista. Che cosa dice il porco? Dice, «Hey n***o, ti piace il comunismo?». «No signore, mi fa paura». «Ti piace il socialismo?». «No signore, mi fa paura». «Ti piace il programma delle colazioni per i bambini?” «Sì signore, morirei per il programma». Il porco allora dice, «N***o, quel programma è un programma socialista». «Non me ne frega un cazzo se è socialista. Tu metti le mani addosso a quel programma, brutto figlio di puttana, e ti faccio saltare il cervello!»
A differenza di altre figure di spicco del Partito, il giovane attivista afroamericano era molto più attento a una lettura marxista-leninista della rivoluzione sostenuta dalle Pantere e, come tale, intendeva il tipico motto di quegli anni, Power to the People, come l’inno a una lotta di classe finalizzata alla dittatura del proletariato. Ciò divenne chiaro in uno dei discorsi celebri di Fred Hampton del 1969, in cui il chairman sostenne il ruolo d’avanguardia del Partito delle Pantere Nere, indicando però the people come l’unico soggetto politico capace di dare vita alla rivoluzione. Il rivoluzionario, invece, non doveva essere nient’altro che l’incarnazione del sacrificio, colui che avrebbe dato la vita e la propria libertà per la liberazione del popolo dal giogo del capitalismo e dell’imperialismo:
You can jail a revolutionary, but you can’t jail the revolution. You can run a freedom fighter around the country but you can’t run freedom. You can murder a liberator but you can’t murder liberation
Servire la comunità e, contemporaneamente, renderla partecipe del cambiamento sociale, ebbe un valore rivoluzionario per i proletari e i sottoproletari dei quartieri poveri di Chicago, che guardarono ad Hampton come una figura di riferimento. Ma la morte del chairman delle Pantere di Chicago, ucciso a soli ventuno anni, distrusse buona parte degli intenti politici della Rainbow Coalition. Senza una guida, le organizzazioni parte della coalizione finirono con il separarsi gradualmente, diventando bersagli facili per i raid e le violenze della polizia. Smantellate le sezioni nazionali delle Pantere nel 1971, quando Huey P. Newton decise di ridurre il Partito alla sola sezione di Oakland, il Black Panther Party smise di avere influenza nell’organizzazione dei movimenti radicali di Chicago.
Tuttavia, vi fu una svolta inaspettata nella storia della Rainbow Coalition, ovvero la scelta del reverendo Jesse Jackson – candidatosi nel 1984 per il Partito Democratico – di creare una National Rainbow Coalition ispirata a quella di Hampton e finalizzata ad allargare il bacino elettorale del partito coinvolgendo maggiormente i giovani, gli afroamericani, gli ispanici, le donne, i sindacati, i lavoratori, i movimenti lgbt, gli Arab Americans, i nativi americani, gli asiatico americani, gli studenti, i pacifisti e gli ambientalisti in una campagna politica attenta verso l’inclusione sociale. Nonostante la National Rainbow Coalition non ebbe gli effetti sperati, è comunque evidente quanto la parentesi politica del giovane afroamericano, ucciso a soli ventuno anni, abbia avuto influenza nella politica democratica o radicale afroamericana e non.
Ciò che rende ancora attuale la lotta e l’impegno politico di Hampton, a distanza di cinquant’anni dalla sua morte, è l’idea che sia impossibile pensare una lotta contro lo sfruttamento del capitale senza la costruzione di un fronte unito intersezionale, di classe, aperto, capace di mettere al centro i bisogni della comunità. Un fronte, insomma, che riparta dalla solidarietà e dall’educazione alla solidarietà come primo punto per il superamento delle ineguaglianze socio-economiche della società contemporanea.
Bruno Walter Renato Toscano, dottorando di storia all’Università di Pisa, si occupa di storia afroamericana e di storia del femminismo afroamericano. Ha condotto ricerche presso la University of Berkeley e la Stanford University ed è membro della redazione del blog C’era una volta l’America.

