La vicenda del collettivo italiano Autistici Inventati (A/I) va inserita nel più ampio contesto politico degli Stati uniti dell’era Trump, dove si intrecciano una crescente spinta militarista e anti-migratoria, l’espansione delle politiche di sorveglianza e censura e un uso sempre più pervasivo della propaganda. È dentro questo scenario che si colloca la designazione di A/I come organizzazione terroristica da parte delle autorità statunitensi e la successiva serie di conseguenze che ha investito il collettivo, fino a comprometterne concretamente l’operatività.
La zona grigia della repressione
All’improvviso un provider di servizi internet indipendente e operativo da 25 anni diventa oggetto di un feroce attacco da parte dell’amministrazione americana e vittima di un silenzio assordante da questa parte dell’oceano.
Autistici/Inventati è un collettivo che opera in Italia dal 2001 – quando contribuì alla nascita di Indymedia e alla costruzione del Media Center al G8 di Genova – e fornisce su base gratuita e non commerciale servizi di posta elettronica, hosting, chat, videoconferenza e il servizio di blog «Noblogs» a movimenti, collettivi e cittadini. Come si legge sulla loro homepage il collettivo «fa propri e promuove l’anticapitalismo, l’antirazzismo, l’antifascismo, l’antisessismo e l’antimilitarismo, oltre al rifiuto dell’autoritarismo e del principio di delega. Il lavoro che facciamo è tutto volontario. Se lo facciamo, è perché crediamo fermamente in questi principi, e le persone a cui vogliamo offrire i nostri servizi sono quelle che li condividono».
Lo scorso 26 agosto il Dipartimento del Tesoro statunitense (Ofac) ha inserito A/I nella lista degli Specially Designated Global Terrorist (Sdgt), e contestualmente ha emesso la General License 36, che autorizza la chiusura ordinata dei rapporti in corso con A/I entro il 25 settembre 2026. Nonostante il termine stabilito dalla General License, già nelle 72 ore successive alla designazione, A/I ha subito il blocco del dominio autistici.org, l’interruzione dei servizi e-mail e delle mailing list a esso collegati, la chiusura del conto presso Banca Etica e il blocco dell’account PayPal. Tali misure hanno di fatto limitato significativamente l’operatività del collettivo, portandolo a dichiarare il 6 settembre la sospensione di tutti i propri servizi.
L’accusa rivolta ad A/I è quella di aver fornito infrastrutture e servizi digitali a gruppi radicali di sinistra, tra cui «cellule violente di ‘Antifa’, gruppi marxisti e anarchici negli Stati uniti, in Europa e altrove». Va sottolineato che, al contempo, nessuna autorità giudiziaria italiana o europea ha mai avviato procedimenti nei confronti di A/I qualificandolo come organizzazione terroristica.
L’inserimento nella lista degli Specially Designated Global Terrorist comporta il congelamento di qualsiasi bene o interesse patrimoniale riconducibile agli Stati uniti, vieta a cittadini ed entità statunitensi di effettuare transazioni con il soggetto designato e, soprattutto, espone istituti finanziari stranieri e fornitori di infrastrutture al rischio di sanzioni secondarie qualora continuino a intrattenere rapporti con esso. È in questo spazio grigio che si consuma il caso di Autistici Inventati. Il dominio autistici.org ha perso la risoluzione Dns (il processo che traduce il nome di un sito in un codice ip numerico), mentre Banca Etica ha sospeso l’accesso al conto corrente del collettivo, fino a impedirgli di fatto di rientrare nella disponibilità dei fondi depositati.
Al di là delle ricadute immediate delle sanzioni, che hanno portato all’interruzione dei servizi internet e colpito una rete di associazioni, collettivi e singoli utenti che avevano scelto di affidarsi a un’infrastruttura indipendente dai grandi operatori commerciali, proprio per proteggere le proprie comunicazioni dalla raccolta sistematica dei dati e dalle forme pervasive di sorveglianza digitale, la vicenda di Autistici Inventati solleva una questione che va ben oltre il caso specifico.
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Il punto è il principio che emerge da questa vicenda: la natura dell’infrastruttura fornita – e non necessariamente ciò che attraverso quell’infrastruttura viene fatto – può diventare essa stessa un elemento sufficiente per esporre un soggetto alle conseguenze di una designazione per terrorismo. In altri termini, la semplice fornitura di infrastrutture digitali di uso generale potrebbe essere considerata una forma di sostegno materiale al terrorismo, anche in assenza di un controllo sui contenuti prodotti o diffusi dagli utenti. È un’interpretazione che, per la sua portata, non si fermerebbe ad A/I: potrebbe investire qualsiasi provider di hosting, servizio cloud, strumento di comunicazione crittografata o gestore di pagamenti operante in Europa.
È qui che il caso assume una dimensione politica più ampia. Se a determinare il rischio non è più ciò che un’infrastruttura fa, ma chi la utilizza e con quali finalità, il confine tra contrasto al terrorismo e criminalizzazione del dissenso rischia di diventare sempre più sottile. Attraverso accuse unilaterali e qualificazioni sottratte a un effettivo contraddittorio, si può arrivare a delegittimare alla radice una posizione politica e, insieme, gli strumenti che le consentono di organizzarsi, comunicare e trovare una voce.
Non è soltanto una questione di libertà di espressione, di riservatezza delle comunicazioni o di protezione dei dati personali. La posta in gioco è più ampia: è la possibilità stessa di costruire e mantenere spazi autonomi di pensiero, organizzazione e autodeterminazione digitale, sottratti al controllo dei grandi operatori e alla sorveglianza delle istituzioni.
Il silenzio dell’Italia e dell’Europa
Il caso Autistici/Inventati rende evidente un’ulteriore questione: una misura adottata dalle autorità statunitensi finisce per impedire a un collettivo italiano di accedere al proprio denaro, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di utilizzarlo per far fronte agli impegni già assunti e garantire la continuità delle proprie attività. Non si tratta dunque soltanto della sospensione di un servizio bancario, ma della concreta impossibilità di disporre di risorse proprie e di adempiere a obbligazioni pendenti.
A rendere ancora più controversa la vicenda è l’assenza di un intervento istituzionale italiano ed europeo in grado di indicare con chiarezza come una banca debba comportarsi in una situazione simile. Il problema per Banca Etica è altrettanto paradossale: mantenere il rapporto con un soggetto inserito nelle liste Ofac potrebbe esporla al rischio di sanzioni secondarie e, nel caso estremo, alla perdita dell’accesso ai servizi di intermediari statunitensi, con possibili ripercussioni sull’intera clientela quali l’impossibilità di utilizzare carte di credito e di debito sui circuiti americani, per esempio Visa o Mastercard, nonché difficoltà nell’effettuare pagamenti verso aree extraeuropee. D’altra parte, non risulta esserci, da parte delle istituzioni italiane ed europee, un quadro di garanzie o indicazioni operative che consentano alla banca di gestire il rapporto con A/I senza assumersi un rischio potenzialmente irreparabile.
È così che una misura extraterritoriale statunitense produce un effetto a cascata sul territorio italiano: A/I resta senza accesso ai propri fondi, mentre Banca Etica si trova costretta a scegliere tra il rapporto con il proprio cliente e la tutela della propria operatività, senza un sostegno istituzionale che chiarisca quale strada percorrere. Il risultato è un vuoto di responsabilità nel quale il peso di una decisione assunta oltreoceano ricade, concretamente, tanto sul collettivo e gli utenti del servizio quanto sulla banca che gli fornisce servizi.
L’inerzia delle istituzioni europee e del governo italiano di fronte a una tale ingerenza unilaterale degli Stati uniti non sembra una distrazione, ma più verosimilmente il risultato di precisi rapporti di forza e vincoli strutturali.
I TrumpBlogs contro la sinistra radicale
La direzione intrapresa dall’amministrazione statunitense era già emersa da una serie di iniziative precedenti. Tra queste, il vertice del 16 luglio convocato dal segretario di Stato Marco Rubio, al quale hanno partecipato anche Stephen Miller, uno dei principali consiglieri di Donald Trump, e Scott Bessent, segretario al Tesoro. L’incontro, presentato come una «riunione ministeriale sulla recrudescenza della violenza politica», ha concentrato l’attenzione esclusivamente sulla violenza riconducibile alla sinistra radicale. Nel corso della riunione non sarebbero stati invece menzionati episodi di violenza politica riconducibili all’estrema destra e ai gruppi suprematisti bianchi, nonostante i crescenti episodi di violenza a partire dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, nel tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi perse da Donald Trump.
D’altra parte, la rete di NoBlogs è stata trasformata nei «TrumpBlogs»: una mappa che, sfruttando l’architettura open source della piattaforma, ha consentito di censire e rendere sistematicamente accessibili informazioni personali relative a migliaia di blogger antifascisti, di sinistra e anticapitalisti. Quella che era nata come un’infrastruttura al servizio dei media indipendenti e della comunicazione alternativa è così diventata, nella ricostruzione dei suoi oppositori, un bersaglio della sorveglianza digitale e dell’archiviazione politica.
A realizzare la mappa è stata Jennica Pounds, data scientist statunitense conosciuta online con il nome di DataRepublican, già collaboratrice del Doge (il Dipartito gestito da Elon Musk durante la sua breve partecipazione al governo di Trump) e figura attiva negli ambienti della destra americana. Tra le reti individuate e finite sotto la lente della sua community figurano piattaforme di controinformazione e canali utilizzati da realtà come Rose City Counter-Info, a Portland, e Jane’s Revenge, movimento radicale statunitense emerso nel contesto delle mobilitazioni contro le organizzazioni anti-aborto.
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È proprio a partire da Portland che la mappa assume un significato più ampio. Rose City Antifa, realtà radicata nella scena antifascista locale, ha preso parte al più vasto fronte di mobilitazione contro le operazioni dell’Ice – l’agenzia federale voluta da Trump per combattere l’immigrazione – insieme a organizzazioni per i diritti degli immigrati, associazioni e altri movimenti cittadini. Un’opposizione che ha coinvolto anche le istituzioni locali, più volte schieratesi contro le modalità operative e l’uso della forza da parte degli agenti federali.
Nella documentazione dell’amministrazione Trump, Rose City Antifa e Jane’s Revenge vengono ricondotte alla stessa vicenda non perché tra le due realtà esista un rapporto organizzativo, ma perché entrambe avrebbero usufruito dei servizi digitali messi a disposizione da Autistici/Inventati. È proprio questo il punto centrale dell’accusa: un’infrastruttura tecnologica utilizzata da soggetti diversi per costruire e mantenere spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso all’interno delle proprie comunità viene riletta da Washington come una rete di supporto al terrorismo.
La stessa infrastruttura che per anni aveva consentito a realtà politicamente differenti di comunicare al riparo dalla profilazione commerciale e dalla sorveglianza indiscriminata diventa così, nella lettura dell’amministrazione statunitense, parte integrante del problema di sicurezza, con il beneplacito dell’Europa. Il dissenso e la protesta, così come l’antifascismo, diventano terrorismo.
*Annarosa Pesole è economista ed esperta di politiche digitali, lavoro e innovazione. Ha lavorato presso la Commissione europea e l’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro), occupandosi di trasformazioni del lavoro, piattaforme digitali e nuove tecnologie.
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