Jacobin Italia

A Prato la legge non capisce un’Acca

9 Luglio 2026

Nel distretto tessile solo le lotte operaie di questi anni hanno arginato lo sfruttamento selvaggio, ma vengono trattate come questioni di ordine pubblico

Un’azienda di logistica annuncia la chiusura, gli operai entrano in sciopero, rimangono nel piazzale, tirano su un picchetto, impediscono coi loro corpi che sia qualcun altro a trasportare quelle scatole, pretendono l’apertura di un tavolo di trattativa, vogliono la tutela dei loro 95 posti di lavoro. 

A sostenerli, oltre al sindacato Sudd Cobas, di cui fanno parte, sono altri lavoratori, studenti, pensionati: una comunità solidale che, via via che passano i giorni e mentre il termometro supera i 40 gradi, si riunisce in quel piazzale arroventato della piana pratese, al limitare dei macrolotti industriali, nella frazione di Seano del Comune di Carmignano. 

Due giorni dopo l’inizio della trattativa sindacale fra le parti e le istituzioni della Provincia, i lavoratori vengono svegliati da un massiccio schieramento di forze di polizia, trascinati su un bus e fermati per quasi sei ore in questura. I cancelli vengono sbarrati, le camionette delle forze dell’ordine si schierano lì davanti, gli operai si accampano sul marciapiede opposto, mentre una parte delle scatole stoccate viene presa in carico dai clienti. 

L’azienda è la Acca Srl, in stato di custodia giudiziaria nell’ambito di un’indagine della Procura europea e della Guardia di Finanza per una presunta frode fiscale da 71 milioni di euro, oltre che sotto processo al Tribunale di Prato per sfruttamento e caporalato. I lavoratori sono quelli che tre anni fa hanno scioperato, cacciato i caporali dal magazzino e ottenuto contratti di 8 ore per 5 giorni.

Lo sgombero del 3 luglio scorso è una vicenda al limite fra giustizia e legge, paradigma di quanto ormai le pratiche di tutela dei diritti sul lavoro siano criminalizzate dall’ordinamento vigente e accantonabili di fronte al business as usual del solito giro di affari. La Procura di Prato avrebbe infatti ordinato il sequestro della merce per controllo e restituzione invece della confisca, con il rischio di spostare così la contrattazione appena aperta sul piano del mero ordine pubblico. Altro aspetto nient’affatto trascurabile della vicenda poi è il livello di violenza esercitato da proprietari e forze di polizia su chi rivendica i propri diritti e si batte per un lavoro dignitoso. 

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Già il 23 giugno, a pochi giorni dall’avvio della protesta, un operaio in sciopero era stato quasi investito da un mezzo che cercava di trasferire abusivamente merce al di fuori dell’area di carico e scarico. Di lì a poco poi il picchetto era stato assaltato da una spedizione punitiva da parte di un ingente gruppo di titolari di aziende a conduzione cinese – non solo di pronto moda ma anche di altre del distretto – alcuni dei quali sono stati poi arrestati in seguito all’aggressione degli agenti giunti sul posto. Il giorno seguente, in piattaforme come WeChat sono poi continuati a girare messaggi che inneggiavano alla rappresaglia contro i lavoratori in sciopero e il loro sindacato: «Se questa volta avremo successo, non potranno più bloccare le merci. Chi ha subito torti in passato non perda questa occasione». 

Quella rappresaglia non c’è mai stata, perché la comunità solidale, chiamata a raccolta dal sindacato Sudd Cobas, si è stretta attorno al picchetto e ha fatto muro, proteggendolo. Ma evidentemente le pressioni di imprenditori e soci per il recupero della merce stoccata sono proseguite: dalle spedizioni fantasma con il carico-scarico nelle strade limitrofe per aggirare il blocco, fino alle denunce per violenza privata a carico degli scioperanti, apparentemente poi alla base dello sgombero del picchetto.

L’intervento delle autorità contro i lavoratori è stato il primo della forza pubblica dal 2022 a Prato, riportando le lancette indietro di alcuni anni. Un punto di ritorno al passato che è riuscito nell’intento di sgombero del presidio, dove invece la rappresaglia padronale era stata respinta. Il motivo, apparentemente, sarebbe il recupero della merce stoccata in magazzino, ma solo il 10% di questa è stata caricata sui camioncini dei pronto moda, su un totale di giacenze stimato in circa 200mila euro. Allora qual è la vera ragione? 

La vertenza di Acca è diventata un simbolo, per gli operai come per i padroni. Un’azienda dove la protesta di 13 lavoratori portò, nel 2023, a superare il lavoro di 12 ore per 7 giorni gestito dai caporali e senza alcuna tutela, dando il coraggio a tutti gli altri di fare lo stesso e aprendo così la strada alla trasformazione del macrolotto. Ora Acca Srl, controllata dalla multinazionale Xinsitong, decide di chiudere e ormai conosciamo bene lo schema perverso del «chiudi-riapri»: si ottengono diritti e dopo poco l’azienda chiude per riaprire a poche centinaia di metri di distanza. Già dall’inizio dello sciopero lo scorso 20 giugno il Sudd Cobas dichiarava di non avere dubbi sul fatto che le commesse ci fossero: «Il lavoro non manca e la chiusura annunciata dall’azienda è il tentativo di annullare due anni di accordi aziendali e progressi e riportare indietro la lancetta dei diritti». Diritti conquistati letteralmente con il sangue, dato che nella cronaca locale Acca Srl è emersa proprio per gli agguati notturni ai lavoratori sindacalizzati nel 2023, quando venivano aspettati sotto casa al rientro dal turno serale. 

Proprio le immagini delle ferite che hanno segnato quella prima fase di riscatto sociale sono state portate in piazza sui cartelli che hanno riempito il centro storico di Prato il 5 luglio scorso, alla manifestazione convocata solo il giorno prima. Oltre millecinquecento persone hanno risposto all’appello, in una domenica afosa ma animata dall’indignazione diffusa per l’esito della vicenda, in difesa del diritto di sciopero e dei principi costituzionali invece che dei profitti più spietati. «Basta mafia, basta caporali» è stato uno degli slogan più usati in una manifestazione aperta dallo striscione «chi non vuole i picchetti, vuole la schiavitù». Assenti come accaduto in passato le altre sigle dei sindacati confederali del territorio, che evidentemente faticano ad anteporre la solidarietà della classe lavoratrice alla competizione di categoria, salvo qualche esternazione di circostanza sui social. Presenti invece le associazioni antifasciste e antirazziste, il Collettivo di Fabbrica ex Gkn, i comitati civici, la cittadinanza solidale, esponenti di partiti progressisti e alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, come il sindaco di Carmignano – dove ha sede l’Acca Srl –, che si era già recato al picchetto nei giorni dell’aggressione squadrista.

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«Basta attacchi a chi lotta contro il supersfruttamento, a chi mette pacificamente il proprio corpo in mezzo al sistema di arricchimento ‘sfrutta, evadi, scappa’ – hanno dichiarato gli organizzatori dal microfono prima della partenza in corteo – perché siamo stanchi di vedere la nostra città associata a immagini simili […] di umiliazione della Costituzione». E in effetti lo sdegno maggiore è verso quelle istituzioni che, invece dei diritti sindacali e il lavoro dignitoso, finiscono per avvantaggiare gli interessi dei proprietari, lavorando conto terzi invece che per la collettività. «Lo Stato oggi manda un messaggio orribile – ha dichiarato il Sudd Cobas dopo lo sgombero – in cui una scatola di vestiti vale più della vita di 100 operai». 

Del resto che certe autorità del territorio non recepissero a pieno la sensibilità del tessuto sociale, e in particolare della classe lavoratrice locale, è emerso anche qualche mese fa in occasione della manifestazione neofascista sulla «remigrazione», autorizzata proprio nel giorno della ricorrenza delle deportazioni nei campi di concentramento nazisti degli operai tessili in sciopero nel 1944 e percepita come uno sfregio alla memoria cittadina.

«Gli scioperi e i picchetti sono l’antidoto alle organizzazioni mafiose e all’illegalità che si fa legge – ha commentato a caldo il Sudd Cobas dopo la manifestazione di domenica 5 luglio – ma se per la Procura li chiama ‘violenza privata’, allora vogliamo autodenunciarci per ogni singolo picchetto fatto negli ultimi otto anni, che per centinaia di persone ha voluto dire la dignità di un contratto».

Il tavolo di contrattazione dovrebbe essere riconvocato a breve con l’azienda che, dopo l’imponente manifestazione, si è affrettata a fare un mezzo passo indietro in una nota diffusa, in cui si annuncia in modo strumentale che «nessuna decisione definitiva sul futuro dell’azienda è stata assunta e nessun licenziamento è stato intimato», dichiarandosi peraltro «estranea all’origine del provvedimento della Procura» sullo sgombero coercitivo, quasi a voler liberare il campo da presunte pressioni verso le autorità.

Intanto il Sudd Cobas rilancia con un doppio appuntamento per giovedì 9 luglio con presidio sotto al palazzo della Provincia di Prato proprio in occasione della ripresa delle trattative; e con successiva assemblea pubblica serale con le realtà solidali alla vertenza.

I picchetti insomma vanno avanti, non solo alla Acca ma anche nelle tante piccole aziende del distretto tessile dove è entrato il sindacato, 150 solo nell’ultimo anno. È grazie a quegli scioperi se oggi i macrolotti pratesi sono un po’ meno illegali e i loro lavoratori un po’ meno invisibili. È grazie al sindacato se un po’ di democrazia è entrata in quei capannoni. È grazie alla lotta se oggi questo distretto è un po’ meno terra di nessuno. Lo Stato dovrebbe ricordarselo quando decide di smantellare i gazebo degli operai, invece dei magazzini di aziende accusate di sfruttamento, caporalato ed evasione fiscale. 

*Valentina Baronti collabora con le testate indipendenti fiorentine Fuori Binario e La Città Invisibile ed è autrice del libro La fabbrica dei sogni (Alegre, 2024). Tommaso Chiti attivista e coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze.

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