Le disuguaglianze educative hanno fatto irruzione nel dibattito pubblico da alcuni mesi con la chiusura delle scuole imposta dalle norme attuate per contrastare l’emergenza Covid-19. In un paese in cui le disparità sociali sono state le grandi assenti delle riforme della scuola negli ultimi trent’anni, la ministra Lucia Azzolina ha recentemente twittato: «La chiusura delle scuole non produce gli stessi effetti per tutti. La forbice sociale si allarga, il conto lo pagano i più deboli». La Didattica a distanza ha rivelato le enormi disparità nell’accesso alle tecnologie digitali e ha consentito al corpo docente di entrare tra le mura domestiche degli studenti: le scandalose disuguaglianze nelle condizioni materiali e abitative in cui vivono quotidianamente si sono rivelate in tutta evidenza. La pandemia non è solo un evento che sta amplificando le disuguaglianze esistenti, e la via per fronteggiarla e per uscirne non può essere quella di lavorare per rattoppare gli ingranaggi che si sono inceppati. La pandemia è una cartina tornasole che ci fornisce la prova inconfutabile che, anche in tempi normali, i meccanismi di funzionamento del sistema scolastico (ri)producono incessantemente, e in modi quasi automatici, le disparità sociali.
La scuola è un’istituzione caratterizzata da forte inerzia. I modi attraverso cui riproduce le disuguaglianze oggi sono in parte gli stessi che mettevano in luce negli anni Sessanta e Settanta don Lorenzo Milani in Italia, Pierre Bourdieu in Francia, Samuel Bowles e Herbert Gintis negli Stati uniti, per citare solo chi ha avuto maggior eco nel dibattito pubblico e nelle generazioni successive. Riprendere in mano le loro opere e farle rivivere nell’analisi critica del presente è per questo cruciale.
Tuttavia, negli ultimi vent’anni il sistema educativo è stato investito da una serie di interventi di riforma che, agendo sui meccanismi di governance e, in modi perlopiù indiretti, sulla didattica e sugli insegnanti, hanno mutato i modi di trasmissione delle disuguaglianze, le hanno amplificate e, soprattutto, hanno ristretto gli spazi della conoscenza critica in cui sperimentare una re-immaginazione radicale del rapporto tra scuola e società.
La governance neoliberale dell’autonomia
A partire dalla fine degli anni Novanta e in particolare con la riforma dell’autonomia scolastica (1999), il sistema scolastico italiano ha avviato un processo di radicale cambiamento dei suoi assetti di governo. In termini generali, e seguendo quello che stava avvenendo in altri settori dell’amministrazione pubblica e in altri paesi, questi cambiamenti hanno modificato in senso manageriale il governo dell’istruzione pubblica puntando sulla decentralizzazione. Con l’autonomia, si è ritenuto che le scuole avrebbero potuto rispondere in modo più efficace alle esigenze dei territori; avrebbero potuto sperimentare, innovare strategie didattiche, creare reti con altre scuole o con realtà extra-scolastiche rafforzando la qualità dell’offerta formativa. Tuttavia, in un contesto di tagli alla spesa e nell’assenza di meccanismi correttivi, l’autonomia ha amplificato le differenze tra le scuole e i territori. Ha trasformato il sistema d’istruzione in un «quasi-mercato» in cui l’incontro tra domanda e offerta ha rafforzato i processi di segregazione sociale che, a loro volta, hanno fatto crescere le disparità tra scuole nelle capacità di rispondere alle sfide poste dalla stessa autonomia scolastica.
