Jacobin Italia

A scuola di disuguaglianza

10 Dicembre 2020

La pandemia ha colpito un sistema scolastico attraversato da enormi disparità sociali. Un contesto che le riforme degli ultimi anni hanno trasformato in un’arena di competizione tra scuole, tra famiglie, tra studenti

Le disuguaglianze educative hanno fatto irruzione nel dibattito pubblico da alcuni mesi con la chiusura delle scuole imposta dalle norme attuate per contrastare l’emergenza Covid-19. In un paese in cui le disparità sociali sono state le grandi assenti delle riforme della scuola negli ultimi trent’anni, la ministra Lucia Azzolina ha recentemente twittato: «La chiusura delle scuole non produce gli stessi effetti per tutti. La forbice sociale si allarga, il conto lo pagano i più deboli». La Didattica a distanza ha rivelato le enormi disparità nell’accesso alle tecnologie digitali e ha consentito al corpo docente di entrare tra le mura domestiche degli studenti: le scandalose disuguaglianze nelle condizioni materiali e abitative in cui vivono quotidianamente si sono rivelate in tutta evidenza. La pandemia non è solo un evento che sta amplificando le disuguaglianze esistenti, e la via per fronteggiarla e per uscirne non può essere quella di lavorare per rattoppare gli ingranaggi che si sono inceppati. La pandemia è una cartina tornasole che ci fornisce la prova inconfutabile che, anche in tempi normali, i meccanismi di funzionamento del sistema scolastico (ri)producono incessantemente, e in modi quasi automatici, le disparità sociali. 

La scuola è un’istituzione caratterizzata da forte inerzia. I modi attraverso cui riproduce le disuguaglianze oggi sono in parte gli stessi che mettevano in luce negli anni Sessanta e Settanta don Lorenzo Milani in Italia, Pierre Bourdieu in Francia, Samuel Bowles e Herbert Gintis negli Stati uniti, per citare solo chi ha avuto maggior eco nel dibattito pubblico e nelle generazioni successive. Riprendere in mano le loro opere e farle rivivere nell’analisi critica del presente è per questo cruciale. 

Tuttavia, negli ultimi vent’anni il sistema educativo è stato investito da una serie di interventi di riforma che, agendo sui meccanismi di governance e, in modi perlopiù indiretti, sulla didattica e sugli insegnanti, hanno mutato i modi di trasmissione delle disuguaglianze, le hanno amplificate e, soprattutto, hanno ristretto gli spazi della conoscenza critica in cui sperimentare una re-immaginazione radicale del rapporto tra scuola e società. 

La governance neoliberale dell’autonomia 

A partire dalla fine degli anni Novanta e in particolare con la riforma dell’autonomia scolastica (1999), il sistema scolastico italiano ha avviato un processo di radicale cambiamento dei suoi assetti di governo. In termini generali, e seguendo quello che stava avvenendo in altri settori dell’amministrazione pubblica e in altri paesi, questi cambiamenti hanno modificato in senso manageriale il governo dell’istruzione pubblica puntando sulla decentralizzazione. Con l’autonomia, si è ritenuto che le scuole avrebbero potuto rispondere in modo più efficace alle esigenze dei territori; avrebbero potuto sperimentare, innovare strategie didattiche, creare reti con altre scuole o con realtà extra-scolastiche rafforzando la qualità dell’offerta formativa. Tuttavia, in un contesto di tagli alla spesa e nell’assenza di meccanismi correttivi, l’autonomia ha amplificato le differenze tra le scuole e i territori. Ha trasformato il sistema d’istruzione in un «quasi-mercato» in cui l’incontro tra domanda e offerta ha rafforzato i processi di segregazione sociale che, a loro volta, hanno fatto crescere le disparità tra scuole nelle capacità di rispondere alle sfide poste dalla stessa autonomia scolastica. 

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