Jacobin Italia

A sinistra dei Democratici

7 Maggio 2025

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Parla Cenk Uygur, fondatore del network The Young Turks, sulle manovre per preparare le elezioni di Midterm del 2026 ma anche le presidenziali del 2028

Nato in Turchia ma cresciuto negli Usa, Cenk Uygur, oggi cinquantacinquenne, è il fondatore e l’anima del network The Young Turks. Avviato nel 2002 via radio e passato al format video su YouTube nel 2005, Tyt è tra i canali progressisti più seguiti negli Stati uniti. Uygur, di frequente focoso e appassionato ma sempre sincero seppur controverso, conduce prevalentemente in coppia con Ana Kasparian, altra leader carismatica di Tyt dal 2007 e collaboratrice di Jacobin Magazine.

Già cofondatore nel 2016 di Justice Democrats, un gruppo che recluta giovani progressisti per sfidare incumbent dell’establishment – nel 2018 ha portato alla vittoria Alexandria Ocasio Cortez e le altre deputate originarie della Squad, continuando la sua azione anche nelle elezioni successive – Cenk Uygur sta lanciando il suo nuovo movimento Populist Takeover of the Democratic Party, che si propone di attrarre anche populisti di destra-centro per rinnovare il Congresso già a partire dalle elezioni di medio termine del 2026. 

Grande sostenitore di Bernie Sanders, ma anche molto critico verso il suo atteggiamento troppo rispettoso dell’establishment, Uygur è stato tra i primi a denunciare il falso progressismo di Barack Obama.

Una delle tue caratteristiche è quella di non fare mai sconti a nessuno, di frequente in maniera impetuosa, per aprire gli occhi alla gente anche su personaggi idolatrati come Barack Obama. Partiamo da lui e dal suo ruolo nelle candidature di Biden. 

In primo luogo direi che Barack Obama ha danneggiato il movimento progressista probabilmente più di qualsiasi altro politico nel paese. Finge di essere progressista e poi lavora giorno e notte per sconfiggere candidati progressisti affilando i coltelli da dietro le quinte. Nel 2020 ha coalizzato l’establishment democratico a favore di Joe Biden esclusivamente perché non voleva Bernie Sanders, anche se non lo ha mai detto pubblicamente perché non è abbastanza coraggioso da dire quello che pensa. Obama è ossessionato dall’idea della sua legacy che non deve essere offuscata da nessun altro e deve essere immacolata. Poiché andare contro Sanders significava inimicarsi almeno metà della base democratica, Obama non ha agito apertamente, bensì con telefonate private, come quelle a Buttigieg e Klobuchar affinché si ritirassero, perché Sanders non aveva alcuna possibilità di vittoria.. Invece nel 2020 Sanders era dato vincente su Trump, così come nel 2016, quando era avanti di 12 punti rispetto a Hillary Clinton, nonostante tutte le tv dicessero che solo Hillary poteva vincere. Inoltre, come Biden, Hillary, Kamala e tutta l’élite democratica, anche Obama ama i ricchi donatori più degli elettori. E i donatori non hanno mai voluto Sanders per il terrore delle tasse e della regolamentazione degli affari.  

Qual è stato il comportamento di Obama nell’ultimo ciclo elettorale, in riferimento soprattutto al tardivo endorsement a Kamala Harris arrivato con quello sketch della telefonata montato come un mini-show?

Obama, ma anche Nancy Pelosi, che dopo il disastro del dibattito di Biden con Trump avevano fatto pressioni su Biden perché si ritirasse, pensavano che Harris fosse una candidata terribile e volevano una convention aperta, e in questo caso sono d’accordo con loro. Ma anche Biden, che al pari di Trump è una delle persone più egomaniache e vendicative della politica, aveva la stessa opinione su Kamala e se le ha dato il suo endorsement nel giorno stesso del suo ritiro è stato per vendicarsi di Obama e Pelosi, sia perché sapeva che sarebbe stato difficilissimo contrastare la sua decisione, sia perché sperava nella sconfitta di Kamala per poter dire per il resto della sua vita che lui invece avrebbe vinto. Avendo interagito con lei per anni, tutti e tre sapevano che Kamala sa fare solo word salad, parlare  senza dire niente di concludente. Ma la politica è una gigantesca fabbrica di bugie che va avanti a forza di propaganda. E così mentre la propaganda ha subito costruito l’immagine di Kamala come candidata perfetta, la realtà era ben diversa. Tra l’altro Obama e Pelosi avrebbero voluto cercare di convincere Biden a ritirarsi molto prima, ma non l’hanno fatto proprio per l’alta probabilità che Biden imponesse Harris come sua alternativa. Comunque Pelosi ha appoggiato Kamala il giorno dopo, mentre Obama ha aspettato cinque giorni, finché, quando ormai ci si interrogava sul suo silenzio, anche lui ha dovuto unirsi al coro, ancora una volta per convenienza personale. 

Prima di parlarci di Populist Takeover, puoi chiarire le varie posizioni dei Democratici,  dove sono presenti correnti e figure che in altre nazioni non starebbero nello stesso partito

Ci sono tre ali nel Partito democratico, anche se molte persone lavorano per assicurarsi che la gente non capisca le differenze al suo interno. Una è quella dell’establishment, ossia dei corporate democrats, mentre tra i progressisti ci sono i populisti e i far left

I corporate democrats fanno solo quello che vogliono i finanziatori e raccontano agli elettori queste piccole bugie innocue su come si battano per mettere in atto politiche progressiste, che non arrivano mai. Possono concedere diciamo un 10-15% delle promesse, giusto per allentare un po’ la pressione, come l’Obamacare o un minimo di Green New Deal con Biden, ma non si va mai oltre quella percentuale. E, con la totale complicità e protezione dei loro corporate media, si giustificano affermando che nonostante si siano battuti duramente non c’è stato verso di ottenere di più.

Veniamo all’ambito progressista/populista/far left. 

Quando parliamo di progressisti parliamo di sinistra, di chi cerca il progresso in ogni ambito. The Young Turks è progressista, Bernie è progressita, Jacobin è progressista. I populisti, invece, possono essere di destra, di sinistra o di centro. Nell’ambito della sinistra i populisti si focalizzano soprattutto su istanze economiche e sulla guerra, che sono i punti di riferimento principali del movimento Populist Takeover che stiamo lanciando. Poi c’è un’altra ala dei progressisti, più focalizzata su istanze sociali, lotte culturali e wokism in generale, che può essere definita far-left. Ora, buona parte della far-left è fantastica ed è parte del nostro movimento in cui ci sono anche molti marxisti. Anch’io sono considerato far left per molte posizioni che sostengo, anche se in Europa sarei considerato di centro-sinistra. Alcuni nella far-left invece sono quelli che io chiamo radical left, e il loro essere radicali non riguarda le idee politiche, ma l’atteggiamento, il modo di pensare secondo cui non è consentito il dissenso, bisogna seguire una certa ortodossia altrimenti sei un fascista. È un atteggiamento mentale simile a quello dei Democratici dell’establishment: devi fare tutto quello che noi diciamo di fare, non puoi dissentire. Insomma devi essere un purista. E così vogliono andare a combattere su ogni terreno,, cosa che non aiuta a vincere.

Ma questa  parte «ortodossa» non è di fatto già fuori dal Partito democratico? Non sono le persone che l’hanno abbandonato sempre di più a partire dalla resa di Sanders a Biden nel 2020 o con l’astensionismo o con la convinzione della necessità di un terzo partito per evitare di dover scegliere il male minore?

In parte sì, ma altri continuano a gravitare sotto l’ombrello Democratico. E comunque mi auguro che anche con parte di coloro che non credono nella riformabilità del Partito democratico ci si possa ritrovare uniti alle prossime primarie con dei candidati populisti di sinistra. Ora come ora ritengo sia impossibile rompere la struttura bipartitica, per l’enorme quantità di soldi necessaria per l’affermazione consistente di un terzo partito, tant’è che ci è riuscito solo il miliardario Ross Perot. Credo che catturare il Partito democratico nelle primarie sia più facile che avviare un terzo partito o prenderne uno già esistente per vincere un’elezione generale. Del resto è quello che ha fatto Donald Trump, anche se esclusivamente per i suoi interessi personali, con i Repubblicani. Vincere una primaria democratica non è impossibile, in fondo Bernie l’ha quasi fatto per due volte.

Perché questa volta dovrebbe essere diverso? Ora che con il Fighting Oligarchy Tour Alexandria Ocasio Cortez  è l’ufficiale erede di Bernie, tanto che si ipotizza una sua candidatura presidenziale nel 2028, come si fa a non chiedersi quali nuovi trucchi l’establishment  ha in serbo contro di lei o un altro eventuale candidato di sinistra?

È vero, quello è un pensiero comune. Però ci sono alcune considerazioni da fare sia su Sanders  sia sul modo in cui un prossimo candidato di sinistra dovrebbe agire. Pur riconoscendo che Bernie è una persona eccezionale, ha un grosso tallone d’Achille che gli ha impedito di vincere e glielo impedirebbe ancora: è troppo onesto, educato e perbene, al punto da non essere capace di attaccare i suoi avversari, e se in politica non denunci esplicitamente le colpe e le corruzioni del tuo avversario non puoi vincere. E lui si è sempre rifiutato di farlo sia con Hillary Clinton che con Joe Biden. Penso ad esempio a quando avrebbe potuto sbugiardare Hillary sul voto della legge sulla bancarotta a favore delle banche.. Nei dibattiti del 2020 con Biden, lo staff di Bernie gli aveva preparato una lista degli scandali e bugie di Biden con cui avrebbe potuto attaccarlo pesantemente, dalle carte di credito all’arresto in Sud Africa con Nelson Mandela. Bernie ci ha provato ma non ce l’ha fatta ad affondare, è più forte di lui. Quindi anche se fosse più giovane io cercherei qualcuno con le sue stesse posizioni politiche ma capace di attaccare i politici Democratici corrotti facendo nomi e cognomi. 

Da persona addetta ai lavori da tanti anni, ci spieghi come è stato possibile che nel 2023-24 tutto il Democratic Establishment Mediatic Complex abbia sostenuto Biden come unico candidato, mentendo spudoratamente sul suo declino mentale fino al dibattito con Trump?

Quando Biden si è ricandidato, la prima considerazione della leadership Democratica e dei suoi media mainstream è stata: «Colpiamo i sentimenti di Biden?». Ossia se avessero optato per delle primarie reali indipendentemente dal fatto che Biden partecipasse o meno, l’avrebbero distrutto emotivamente. Non offendere la leadership è la preoccupazione numero uno a Washington. Ho partecipato a innumerevoli incontri con persone e giornalisti di quel circuito e nessuno considera gli elettori: «Oh mio dio hai offeso Nancy Pelosi, hai offeso Joe Biden, non posso credere che tu abbia detto questo di Barack Obama, come osi criticare i potenti?». Ogni volta che i Democratici scelgono una figura dell’establishment è come se dicessero «non ci importa se perdiamo». E lo stesso vale per i funzionari legati a vario titolo a loro, per il timore che un cambiamento a sinistra nella leadership metta a rischio il loro posto di lavoro. Sono persone che hanno sempre preferito Trump a Sanders, perché per loro tutto sarebbe continuato come prima. E credo che non abbiano capito la pericolosità di Trump nemmeno in quest’ultima elezione. 

Illustraci il tuo  Populist Takeover – che proponi nove anni dopo essere stato uno dei cofondatori dell’importante movimento Justice Democrats – con il quale ti rivolgi non solo ai populisti di sinistra ma a tutti i populisti in generale, come dimostrano anche le tue incursioni in alcuni show di destra, come Turning Point Action di Charlie Kirk

Se vado negli show di destra è perché tutti i populisti hanno punti in comune sulla politica economica e su quella estera. Per quanto riguarda la guerra, ad esempio, oltre a Ucraina e Palestina c’è la questione dell’attacco all’Iran, che per i populisti sarebbe la cosa peggiore da fare, mentre chi lo vorrebbe fortemente è l’establishment bipartisan, unito anche nel non voler alzare i salari, con la scusa che prezzi e inflazione salirebbero. Il loro dogma è elargire alle corporation e ai più ricchi, facendo credere che le ricadute per la gente arriveranno di conseguenza, cosa che non avviene mai. L’accordo su questi punti  potrebbe permettere di avere prezzi più bassi per le medicine, per la casa, per le cure sanitarie, insomma per tutte quelle cose che aiuterebbero middle e working class. Ho quindi in programma di aiutare candidati che corrono su una piattaforma populista di sinistra che attragga anche altri populisti e, se dovessimo vincere in qualche corsa a sorpresa, penso che potremmo avere la strada spianata per vincere le primarie presidenziali del 2028. Parte del mio lavoro è trovare candidati per le elezioni di medio termine del 2026. L’ho già fatto con i Justice Democrats, artefici ad esempio del colpo grosso di Alexandria Ocasio Cortez. So che tutto è molto complicato, perché per vincere un’elezione la sinistra populista deve saper attirare anche quelli che hanno votato per i Democratici dell’establishment come Hillary, Biden e Kamala. 

MI pare che questa confusione coinvolga anche i mega-eventi Hands Off! e il movimento Indivisible che li promuove. Quali pensi saranno le scelte di Indivisible tra candidati pro e anti establishment? 

Indivisible è un grande esempio della confusione di questo momento. Dice di essere progressista e di fatto sembra opporsi a Trump in un modo che mette d’accordo la maggior parte della sinistra. Hands Off! mobilita un certo attivismo positivo tra la gente che prima era inattiva e incentiva la costruzione di legami e contatti tra le persone e questo è molto buono. Tuttavia Indivisible fa solo quello che  detta l’establishment. Ecco perché accoglie sul palco persone come Katherine Clark, che ama i finanziatori delle corporation e dell’Aipac. Ma non lo dicono certo alla folla che li segue, fingono di combattere contro il sistema e l’élite, e da loro non sentirai mai niente su Israele perché l’establishment ama Israele e non si cura del genocidio. 

In conclusione, anche se è ancora presto, ci dai qualche nome di possibili candidati anti-establishment per le primarie presidenziali del 2028?
Tra i politici attualmente in giro, c’è Ro Khanna, che già fa parte di Populist Takeover. Poi Greg Cesar, un ragazzo interessante lanciato da Justice Democrats, anche se come Alexandria Ocasio Cortez è ancora un po’ troppo giovane. Inoltre è da poco il presidente del Progressive Caucus della Camera dove sta facendo un gran lavoro e quindi lo lascerei lì, mentre per Ocasio Cortez nel 2028 vedo meglio la sfida a Chuck Schumer per il Senato. Penso anche a Tim Walz che in Minnesota ha fatto approvare diverse leggi populiste. Ma potrebbe esserci anche un outsider o qualcuno esterno al mondo della politica, come Sean O’Brien, presidente del sindacato International Brotherhood of Teamsters, o Shawn Fain, ex-presidente del sindacato United Auto Workers. E poi c’è la carta di Jon Stewart, l’icona del Daily Show, un uomo molto intelligente, dalla satira politica molto acuta, il cui impegno su questioni sociali ha peraltro influito anche su alcune decisioni del Congresso. Non gli ho mai parlato e non so cosa gli passi per la testa, ma se si candidasse attirerebbe molti progressisti. E poi è dalla parte opposta di quel mondo dello spettacolo che ci ha dato Reagan e Trump.

*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola pubblica. È attiva in ambito teatrale ed artistico, redattrice della rivista Vorrei.org per la quale segue dal 2016 la Political Revolution di Bernie Sanders.