Jacobin Italia

A «Troncamacchioni» nell’industria del libro 

2 Aprile 2025

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Un dialogo tra Antonio Montefusco e Alberto Prunetti su scrittura, lavoro, operai con libri in mano che mandano fuori di testa manager e padroni, Festival della letteratura working class

Per una bella coincidenza il romanzo Troncamacchioni di Alberto Prunetti è uscito quasi contemporaneamente a un libro dello storico Carlo Greppi, Storie che non fanno la storia. Che cosa accomuna il libro di uno storico e un romanzo di uno scrittore working class? Ebbene, entrambi si concentrano su personaggi a cui è negata la scena principale della storia con la S maiuscola. Greppi dice che «ricostruire la storia di persone straordinariamente ordinarie è un’avventura umana, da un lato, ed è al contempo un percorso a ostacoli che vale la pena narrare» e ci fa capire come queste persone servano a darci una visione del passato diversa da quella dei personaggi da monumento e da titoli di manuali. Troncamacchioni è la proiezione plastica, in forma di romanzo, di questo progetto. Vi sono protagonisti Domenico Marchettini, facchino; Giuseppe Maggiori, minatore analfabeta; Robusto Biancani, ciabattino comunista. Il paesaggio è la Maremma e le sue sterpaglie, che anche a Dante Alighieri erano sembrate così fitte e inospitali. Ma lo sfondo è la grande Storia, quella del fascismo montante. Quella insomma che, in serie e in romanzi di questi anni, è incentrata soprattutto su personaggi così famosi da essere ricordati solo con la lettera maiuscola. 

Che cos’è Troncamacchioni, e da cosa nasce questo romanzo? È un romanzo storico?

Definirei Troncamacchioni un romanzo storico working class sull’origine del fascismo. Ci sono tanti modi per interpretare la letteratura working class. In passato ho usato la forma del récit de filiation e del memoir francese, assieme a quella del romanzo working class britannico, intrecciandole con l’inchiesta operaia e la «solenne incazzatura» bianciardiana in prima persona. Adesso provo a fare i conti con un genere più borghese, quello del romanzo e in particolare del romanzo storico, facendolo esplodere dall’interno, attraverso coni di luce working class. Il risultato è un romanzo ibrido, che fatica come tutte le forme working class a stare dentro una cornice stilistica – va detto di per sé molto elastica, almeno dai tempi del Tristram Shandy – costruita nel corso dei secoli dall’immaginario della borghesia. Un testo realizzato con un lavoro di scavo negli archivi, attraverso gli strumenti del mestiere dello storico. Un lavoro che ho fatto a cinquant’anni ma che inizia quando ne avevo la metà: venticinque anni fa infatti avevo scritto Potassa, un manoscritto assemblato quando stavo terminando i miei studi universitari ed ero convinto, per innata scarsità di capitale culturale, che con la fine dei miei studi universitari sarebbe finito anche il mio lavoro culturale. Lavoravo infatti nella ristorazione e non avevo prospettive di occupazione nel mondo della cultura. Facevo il turno spezzato in pizzeria e faticavo tantissimo a trovare tempi e modi per accedere agli archivi. Negli anni ho trovato quel mio primo libro, Potassa, dato alle stampe in maniera rocambolesca, molto immaturo e l’ho riscritto in pochi mesi nel corso del 2024, facendo nuove e più approfondite ricerche. 

Al centro di questo nuovo romanzo, che ho intitolato Troncamacchioni in omaggio a quei carbonai e boscaioli maremmani che camminavano nei boschi di forza, spezzando col petto i rami bassi degli arbusti, non c’è un personaggio con cui identificarsi: la mia è una storia corale di tanti personaggi minori, formichine operaie che fanno la storia solo in maniera collettiva. Infatti, al contrario di Antonio Scurati che ha scritto in M una genesi del fascismo tutta concentrata sulla maschia volontà di un solo protagonista capace di forgiare la storia, le mie convinzioni mi portavano altrove: la storia non la fa un uomo solo. Il fascismo è stato un dispositivo reazionario necessario per bloccare il protagonismo delle classi popolari, quindi o Mussolini o un altro utile idiota della classe degli agrari e degli industriali, poco sarebbe cambiato. E non solo. Cerco uno sguardo che si allontani dalle grandi città e che si spinga nella provincia, dove secondo Luciano Bianciardi si possono cogliere in maniera più netta certi fenomeni. Per questo racconto il lavoro anonimo dei tanti subalterni che nelle macchie toscane provano nei primi lustri del Novecento a fare la storia: servi della gleba che da generazioni rimanevano silenti di fronte al padrone e che all’improvviso si ribellano, occupano campi e officine e poi pagano con la morte o il carcere o l’esilio il naufragio del loro protagonismo politico. 

E in effetti, l’altra felice coincidenza è la contemporaneità di Troncamacchioni con M di Scurati e la serie televisiva che ne è derivata. Sono due modi diversi di guardare alla storia, al fascismo, ma anche alla democrazia. Partirei da quest’ultimo punto, visto che Scurati ha recentemente indossato l’elmetto invocando la guerra e l’impegno dei giovani. Ecco: i personaggi di Troncamacchioni sono contro la guerra ma non sono pacifisti. Ma non credo che avrebbero risposto al risibile appello di Scurati. Qual è il rapporto tra violenza, guerra e democrazia secondo questi personaggi del proletariato maremmano?

Sì, raccontare i disertori come imbelli significa cadere nella trappola delle retoriche guerrafondaie. Molti disertori erano contadini che non avevano alcuna sensata ragione per sparare ad altri lavoratori della propria classe sociale, e che quindi non cadevano vittime delle retoriche della borghesia guerrafondaia (e dei suoi megafoni nel mondo delle lettere, vedi D’Annunzio, Pascoli et similia). Altri ancora non solo non erano interessati al nazionalismo, ma semplicemente combattevano un’altra guerra: una guerra contro i ricchi e i borghesi. Chi per la rivoluzione, chi per lo stomaco, chi per l’Ideale, chi per la guerra di classe, chi per il pane e i capponi. Combattevano per cose diverse ma di certo non combattevano per gli ufficiali borghesi che li mandavano come carne da cannone davanti agli austriaci. Anzi: uno di loro, protagonista del primo capitolo del mio romanzo, soprannominato il Prete perché aveva studiato in seminario, si ritroverà in una fattoria maremmana dove i prigionieri austriaci erano costretti ai lavori forzati. Festeggerà con gli austriaci la disfatta di Caporetto e sarà per questo punito dalle autorità militari. E a quel punto tornerà in fattoria per dare fuoco ai magazzini e ai pagliai dell’aristocratico possidente di quei luoghi, per poi buttarsi nei boschi e disertare.

Sono anche curioso, in verità, di sapere della tua ricerca linguistica. Il tuo stile è molto ricercato. Hai una sintassi molto mossa, che in 108 metri arrivava fino alla mimesi del parlato e in Nel girone dei bestemmiatori invece ricorda soprattutto la sceneggiatura cinematografica. A questa sintassi si unisce un’attenzione molto particolare alla parola e alle espressioni: gergo, a volte dialetto (persino nel titolo) si affianca a un lessico letterario, apparentemente legato alla tradizione poetica italiana di tipo popolare, da Dante ai Cantari. In Troncamacchioni questo affiancamento esplode in un ritmo forsennato, a volte complesso, che sembra mimare la fitta sterpaglia della Maremma dove si nascondono i tuoi disertori. Spiegaci le tue scelte stilistiche.

Questo della lingua è un tema complesso, ma per uno scrittore è alla base di tutto. E Troncamacchioni rappresenta anche questo corpo a corpo tra la mia lingua di narratore da un lato, la lingua morta dei cancellieri dei tribunali, dei verbali dei carabinieri, delle spie fasciste dell’Ovra dall’altro, e infine quel poco che sono riuscito a raccogliere della lingua viva dei subalterni della zona mineraria al centro della mia storia. Lingua di subalterni spesso analfabeti, che non arriva quasi mai alla carta scritta o stampata, al contrario della lingua morta del potere che gode di timbri ufficiali e carta velina. La lingua del popolo emerge solo in qualche raro passo: di solito le classi popolari ai primi del Novecento dalle mie parti usavano la poesia estemporanea in ottava rima per esprimere il loro immaginario, ma quelli sono anche anni in cui si comincia a fare qualche anno di scuola elementare e si legge i giornali socialisti in forma comunitaria, così che chi sa leggere legge per gli analfabeti. Anzi, a volte si impara a leggere sulle poesie di Pietro Gori e gli articoli di Antonio Gramsci: insomma, un periodo incredibile quello che culmina nel biennio rosso successivo alla Prima guerra mondiale. Contadini che erano stolidi servi della gleba diventano in una generazione socialisti internazionalisti e antimilitaristi. Rimangono però rare le testimonianze scritte da minatori o braccianti. Ho trovato però qualche interrogatorio, in cui certo la parola dei subalterni è prigioniera di una cornice autoritaria e punitiva di estrazione del sapere, ma viene comunque  registrata. Di questa lingua viva del popolo ho fatto un uso contrastivo, l’ho messa cioè in tensione, a contrasto, con la lingua morta del potere, con l’antilingua delle istituzioni, come direbbe Calvino, e il risultato è fortemente umoristico. Non era certo facile per i subalterni registrare in documenti ufficiali la propria lingua. 

A pensarci bene, uno dei rari frangenti in cui potevano scrivere, anzi, in cui potevano addirittura dettare le proprie parole, era quando andavano all’ufficio anagrafe a registrare in municipio i loro figli neonati. La scrittura proletaria, eccola qui: scrivere i nomi della propria prole. E che nomi! Ecco i nomi di un Comune oggetto della mia scrittura: Massa Marittima. Elencandoli si capisce perché il fascismo dovette bonificare la Maremma a cominciare dai nomi dei contadini e dei minatori: Atea, Comunarda, Darvin, Chiara Vera Atea, Giordano Brunone, Anarchino, Baconina, Ilicce, Lenina Socialina, Marse, Proletaria, Sovietta, Comevoglio Libero, Guerriglio, Vasinto (da Washington), Maratte Danton, Ribella, Robespierrina, Vanda e Lismo, che son sorella e fratello, come anche i trigemellari Rivo, Luzio e Nario. Per poi chiudere in trionfo con Scioperina. È con questa lingua che ho fatto i conti. Non solo con quella proletaria, perché le sue manifestazioni scritte erano troppo rare. Ma anche con la lingua morta delle autorità. Ho fatto a spallate con la lingua del potere ma senza prenderla di petto. Ne ho  realizzato un’imitazione sarcastica, caricaturale. C’è un conflitto di classe e uno ideologico che racconto, ma è il conflitto linguistico quello che  davvero è la materia del romanzo. Ed è questo che appunto fa di un libro una forma letteraria e non saggistica.

Nelle mie opere ogni volta ho fatto scelte stilistiche diverse. Per Amianto, ho scelto da un lato il gergo tecnico dell’industria, ma poi ho preferito una lingua piana, decantata e semplice, simile alla lingua della scuola di Barbiana, la lingua necessaria per farsi capire da un operaio in pensione, che era il mio lettore modello. Ovviamente non potevo non fare svariati innesti di vernacolo, se volevo rendere credibile la voce operaia di mio padre. In 108 metri la situazione si complica: io stesso sono il protagonista, devo quindi restituire la lingua stentata e balbettante di un italiano che a 28 anni impara l’inglese nei cessi di un centro commerciale, spinto da una passione per il bardo Shakespeare, incalzato da mostri lovecraftiani e dalla necessità di pagarsi l’affitto. La lingua è insomma più complicata, da un lato Fenoglio, dall’altro Irvine Welsh e A Clock Orange. E poi sì, la forma breve ma cinematografica del Girone

Dal 4 al 6 Aprile si terrà la terza edizione del Festival di letteratura working class, unico nel suo genere tra i festival culturali in Italia. È la terza edizione e arriva in un momento in cui la vertenza di fabbrica in cui è nato, la ex Gkn, è a un punto di svolta. Il 1° aprile si chiude la nuova procedura di licenziamento, ma il Collettivo di fabbrica rilancia il suo progetto di riconversione dal basso. Come si tiene insieme la letteratura e la lotta di classe nel vivo di una vertenza? Che c’entrano i libri, gli scrittori, e la vile razza pagana proletaria?

Quello che ho raccontato nella risposta precedente è ancora un percorso individuale. Il racconto  di un tipo nato nella classe operaia che prova poi a far spazio di gomito – a troncamacchioni nel campo delle belle lettere – proprio a quelle storie operaie che un mondo di privilegiati esclude perché indegne di essere raccontate (Amianto inizialmente fu rifiutato da un grande editore perché l’ufficio marketing «non dava buoni segnali sulla storia di un operaio che muore di tumore»). Questa storia però, per poter andare avanti senza essere recuperata nella cornice del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta», deve diventare una storia collettiva capace di lanciare il guanto di sfida a quella macchina culturale che tiene le leve dell’industria del libro. Così l’io diventa un noi. E l’io si fa noi innanzitutto con la collana working class, che nel 2018 lanciamo con la casa editrice Alegre, pubblicando storie che le case editrici italiane o non pubblicano o, se le pubblicano, lo fanno togliendo il peso della classe. Ad esempio la scrittrice nordamericana Lucia Berlin, di professione donna delle pulizie, pubblica A Manual for Cleaning Women (col doppio senso nel titolo: un manuale per donne delle pulizie, ma anche un manuale per cancellare/pulire le donne), che diventa però in traduzione italiana un banale: La donna che scriveva racconti. Anche i romanzi di Anthony Cartwright prima del nostro lavoro di ricostruzione di un immaginario di classe, erano letti dalla stampa culturale italiana come romanzi sullo sport, non sulla classe operaia. Paradossalmente, venivano letti come libri operai libri che erano l’esatto opposto, ossia delle demonizzazioni della classe operaia, come ad esempio Acciaio di Silvia Avallone. 

Dopo aver provato a fare chiarezza con la collana e un saggio che definisce il campo della letteratura working class, ossia Non è un pranzo di gala, era necessario spingersi più avanti. Con il Covid ci si è resi conto che una classe operaia esiste ancora: erano quelli che per stare a casa dovevano scioperare. Ma appena il Covid allenta la presa e scade il blocco dei licenziamenti nel luglio del 2021, partono le lettere che provano a sciogliere i contratti di lavoro degli operai dell’ex Gkn di Campi Bisenzio. Lì però c’era un Collettivo di fabbrica che lancia una mobilitazione operaia esemplare, pazzesca, che non si vedeva da anni. E lo fa anche con la capacità di usare magistralmente le parole e la lingua, con la capacità di mettere in discussione e rovesciare lo storytelling aziendalista che sostiene che le fabbriche vanno chiuse per colpa degli ambientalisti (ossia per la svolta ecologica e green dell’automotive). Invece gli operai ex Gkn lanciano un ambientalismo working class e svelano il culo nudo del re: l’azienda vuole solo chiudere a Campi per andare a produrre dove costa di meno, per realizzare profitti più alti e guadagnare intanto sul mercato finanziario. 

In quella stessa estate in cui partecipo alle mobilitazioni di Gkn vengo invitato al Bristol Working Class Writers Festival, forse il primo festival europeo di letteratura working class. Con gli operai della Gkn ci conoscevamo da tempo. Con i loro rappresentanti ci eravamo già incontrati in tante iniziative, e uno di loro aveva già pubblicato un suo racconto working class sul blog di Alegre nel 2017. Avevamo anche provato senza successo a fare una presentazione dentro la Gkn del mio libro Amianto, forse nel 2018. Ma con la mobilitazione del 2021 ritorna sul tavolo il tema della convergenza culturale, termine che gli operai di Gkn hanno ripreso probabilmente dai movimenti francesi. Così dopo qualche presentazione di libri davanti alla fabbrica si forma un piano più articolato: riprendere l’idea del festival di Bristol ma portandola direttamente dentro la lotta di classe. Così insieme a Edizioni Alegre proponiamo agli operai del Collettivo di fabbrica di organizzare la prima edizione del Festival, che organizziamo assieme all’Arci di Firenze e alla Soms Insorgiamo. Paradossalmente, diventa un pain in the ass per la proprietà dello stabilimento. Sembra che ai manager diano più fastidio gli operai quando stanno con un libro in mano su un palco che quando fanno le manifestazioni per strada. Forse perché «operai + libri» è una formula che esce dal loro calcolo, oppure chissà, è un sintomo del loro classismo: nelle loro teste, i libri non sono fatti per le dita degli operai, e neanche i palchi (tra l’altro, assieme al Festival, è lo spettacolo teatrale Il capitale l’altro strumento che mescola alla perfezione lotta di classe e immaginario working class, portando gli operai della Gkn, sui palchi di mezza Europa: una cosa poderosa che avrebbe fatto spellare dalla gioia le mani di Bertold Brecht). 

La prima edizione del  Festival di letteratura working class, quella del 2023, è un successo che prende tutti di sorpresa. Non solo la controparte, ma un po’ anche noi e gli stessi operai, alcuni dei quali erano scettici su un progetto che sembrava spostare energie dalla lotta per il lavoro verso la cultura: in realtà il festival diventa proprio un potente strumento di lotta e di rivendicazione per la vertenza Gkn. E la sua forza è che gli operai non sono a corredo, ma sono il motore del festival: nell’organizzazione, ma anche nelle attività sul palco (a partire dal meraviglioso reading operaio dedicato al capolavoro working class di Joseph Ponthus, Alla linea). 

Il nostro Festival infatti non è solo un festival delle lotte, chi va sul palco sono sostanzialmente scrittori e scrittrici di classe lavoratrice, quelli a cui viene negato ogni palco in questo paese. Va sul palco chi scrive libri ed è nato in una famiglia operaia, o fa un lavoro working class. Invece chi ha un profilo intellettuale, magari nel mondo dell’accademia o nelle piattaforme dei media, anche di sinistra, nel nostro Festival deve mettersi al servizio del protagonismo working class: gli intellettuali sono discussant, ossia moderatori, ma sotto i riflettori sono le storie working class raccontate direttamente dai lavoratori e dalle lavoratrici. 

Così qualche migliaio di persone nelle primavere del 2023 e del 2024 si sono interrogate, assieme ad autori e autrici di classe lavoratrice, attorno alle genealogie e alle geografie della letteratura working class. Quest’anno torneremo al presidio di fabbrica di Campi Bisenzio per parlare delle prospettive future con il motto del sindacato statunitense degli Iww: «Noi saremo tutto». Se lo sapremo essere davvero, potremmo vedere una fabbrica socialmente integrata con il territorio circostante, convertita a una produzione ecologica di pannelli solari e cargobike, e dotata anche di un Polo culturale working class: la risposta della classe operaia allo storytelling aziendale delle imprese sfruttatrici.

*Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore tra l’altro di 108 metri. The new working class hero  (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (nuova edizione Feltrinelli, 2023). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.