Soprattutto nei periodi di lockdown che hanno contraddistinto il primo anno della pandemia, il mondo si è presentato agli occhi di tutti noi sotto forma di dati. Durante la terribile primavera del 2020, per molti l’unico cordone ombelicale con la realtà era costituito dal bollettino giornaliero dei nuovi casi positivi, dei decessi, dei ricoveri in terapia intensiva: numeri, numeri e ancora numeri. Per il resto, molto si è comunicato attraverso le reti informatiche, sempre attraverso lo scambio di dati.
L’impatto dei dati sulla vita quotidiana non è mai stato così diretto come nel 2020. Un gran numero di persone si è adattato per analizzarli in proprio: non solo epidemiologi in pensione, ma anche informatici, matematici, fisici, ingegneri, bancari hanno aperto pagine web per mostrare a tutti il proprio punto di vista sulla pandemia, ovviamente attraverso un grafico.
Questa overdose di dati ha creato forme di dipendenza di cui sarà difficile liberarsi. Innanzitutto, per la comunità scientifica che si è occupata professionalmente della pandemia. Non solo virologi ed epidemiologi si sono messi a studiarla: molti scienziati di varia provenienza si sono cimentati in ricerche sul Coronavirus o sulla risposta sanitaria contro di esso. Per indicare questo fenomeno è stato coniato il neologismo Covidization: molti scienziati, durante il 2020, hanno avuto l’impressione che l’unica ricerca che valesse la pena di essere portata avanti fosse quella contro il Coronavirus. «Ha pesato su di me il pensiero di essere una fallita totale, perché non mi sono lanciata nella ricerca di una cura contro il Covid. Ho pensato che il mio lavoro non fosse più importante» ha ammesso Lis Evered, affermata neuroscienziata dell’università di Cornell (Usa).
Se così tanti scienziati hanno potuto «buttarsi sul Covid», è stato anche grazie a una circolazione di dati e informazioni scientifiche di livello accademico senza precedenti. Invece di pubblicare le proprie ricerche nelle riviste scientifiche specializzate, nell’ultimo anno molti scienziati hanno preso l’abitudine di pubblicare i propri studi direttamente sul web, sotto forma di documenti detti preprint. Questo ha accelerato notevolmente la diffusione dell’informazione, perché solitamente una rivista scientifica accetta di pubblicare solo una piccola parte delle proposte che riceve dai ricercatori, spesso dopo lunghi mesi di «revisione tra pari», cioè di valutazioni da parte di esperti e successive correzioni. Nel momento in cui scriviamo nel sito medrxiv.org, il più fornito archivio di preprint, sono pubblicate 13.149 ricerche dedicate al Covid-19. Per rispondere a questo diluvio di informazione immediatamente disponibile, le riviste dal canto loro hanno risposto in due modi. Innanzitutto, accelerando la rapidità del processo di pubblicazione, riducendo i tempi della revisione tra pari spesso a pochi giorni. In questo modo, sulle riviste scientifiche tradizionali nel solo 2020 sono state pubblicate 85 mila ricerche riguardanti il Covid-19. Per dare un’idea, quelle dedicate al cancro al seno sono state quattro volte di meno.
In secondo luogo, pur di non perdere la loro centralità nella comunicazione scientifica, tutte le riviste, soprattutto quelle più blasonate come Nature, Science, New England Journal of Medicine o Lancet, hanno deciso di rinunciare alla proprietà intellettuale sulle ricerche riguardanti il Covid-19 e di renderle accessibili gratuitamente a chiunque. Secondo la «Coalition S», una rete di istituti di ricerca pubblici europei tra cui l’italiano Istituto Nazionale di Fisica Nucleare impegnati a rendere gratuito per tutti l’accesso alle ricerche anche negli altri campi, la decisione dimostra il fallimento della privatizzazione dell’informazione scientifica e dei dati. «Liberalizzando l’accesso alla ricerca in tempi di crisi, gli editori a pagamento hanno implicitamente ammesso che gli abbonamenti erano innanzitutto ingiustificati e inefficienti. Hanno dimostrato che alzare una barriera intorno alla conoscenza danneggia l’avanzamento della scienza e serve solo a generare profitti di cui non beneficia la comunità scientifica», scrive la coalizione in un documento. «Gran parte di queste ricerche sono già state pagate con fondi pubblici e dunque avrebbero già dovuto essere disponibili a tutti».
