Cara Rossella, proviamo a fare una passeggiata metropolitana nei giorni in cui il lockdown comincia ad allentarsi e cerchiamo di risintonizzarci con le frequenze delle nostre città? Il modo in cui noi stessi cerchiamo di raccontare quello che ci sta attorno potrebbe essere un punto di partenza. Comincio io con la storia del contagio a Tor Pignattara, il quartiere romano che ho osservato per due mesi dalla finestra di casa e in affannate incursioni mascherate per fare la spesa. Bene, qui, in un pezzo di Roma popolare e multietnica, la paranoia del virus non è arrivata tramite i misteriosi traffici di qualche cinese o dalla perturbante promiscuità dei migranti bengalesi. A portare lo spettro del morbo sono state le suore dell’ospedale Vannini: alcuni istituti di quella congregazione sono finiti in quarantena dopo che una di loro, tornata dalle zone rosse lombarde, aveva contratto il Coronavirus. La vicenda conferma che le stratificazioni urbane sono disegni mai lineari di convivenze e insediamenti che si sovrappongono negli anni. Del destino di questa complessità dopo la grande crisi di questi mesi dovremmo interrogarci. Tu mi hai raccontato di avere avuto paura di girare per la città deserta, di sentirti minacciata non da qualche presenza spaventosa ma proprio da tutto quel vuoto.
È così, Giuliano. All’improvviso le nostre case, lo spazio privato, sono diventate contemporaneamente lo spazio sicuro, in cui rifugiarsi per sfuggire al contagio, e lo spazio coercitivo nel quale ci sentiamo prigionieri. Il bene e il male, la costante dialettica che costruisce il nostro abitare fin dai miti fondativi dell’urbano, si sono presentati nelle nostre vite. Non è facile distinguere dove è il bene e dove si annida il male. Camminavo lungo la strada dove abito da più di quarant’anni e sono stata assalita da un vero terrore quando ho percepito che ero sola. Quel panorama, così noto per averlo visto infinite volte, mi è apparso sconosciuto e carico di ostilità. Mi sono chiesta per giorni il perché di quella paura che mi spingeva a guardarmi alle spalle e ad affrettare il passo per tornare a casa. Sono arrivata alla conclusione che in realtà quella strada mi era diventata sconosciuta, perché così non l’avevo vista mai. Ogni elemento che costruiva il panorama noto era scomparso: il suono di voci e motori, gli odori, i volti consueti. Non c’era più nulla. Avevo perso identità e memoria. Lo spazio pubblico era sparito diventando lo spazio proibito, dunque il male.
Un urbanista, Enzo Scandurra, ha scritto un romanzo distopico, Exit Roma, in cui la capitale viene messa in ginocchio proprio da un’epidemia. Al tempo stesso, uno dei romanzi italiani più illuminanti sulla città contemporanea degli ultimi anni, scritto da Walter Siti, si intitola proprio Il Contagio. Questi due romanzi così diversi hanno un filo comune, al di là dei riferimenti epidemiologici. Da una parte un testo quasi clandestino a opera di un uomo di scienze dure che dopo decenni di studi accademici e impegno sociale sceglie di utilizzare strumenti letterari, dall’altro una storia che si muove a cavallo tra la Roma borghese e quella sottoproletaria, con il tentativo da parte di entrambi di fare i conti con la profezia di Pasolini secondo cui la modernità e il capitalismo avrebbero alla fine corrotto le culture popolari. Tra il libro di Siti uscito nel 2008 e quello di Scandurra di dieci anni più tardi, alcuni film hanno cercato di raccontare cosa fosse diventata Roma e che per la prima volta dopo anni non utilizzano il registro della commedia o del grottesco, del disincanto che troppo spesso è diventato rassegnazione e autocompiacimento, per raccontare la città: da Non essere cattivo di Claudio Caligaris a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, passando per Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi e Maria per Roma di Karen di Porto. Fino al recente Favolacce, dei fratelli D’Innocenzo, ambientato in una Roma senza palazzi e strade trafficate: solo villette e zone intermedie tra metropoli e spazi aperti. Seguendo il metodo tracciato da Mike Davis a proposito di Los Angeles, dovremmo chiederci il senso profondo di queste storie che hanno anticipato la fine della città che conoscevamo.
Abbiamo studiato la trasformazione urbana chiedendoci spesso se ci fosse una casualità in ciò che avveniva o se si potesse rintracciare un progetto aderente a un destino segnato, una sorta di Karma per ogni città. Lo abbiamo fatto leggendole nella loro molteplicità interpretativa, addentrandoci in quel labirinto fatto di sovrapposizioni narrative, di contraddizioni descrittive, ricavandone sempre una conoscenza parziale e transitoria. La condizione attuale, imprevedibile e drammatica, ci consente una lettura impossibile in tempi normali. Il disegno complesso della città, costruito attraverso la sovrapposizione di immagini, riusciamo a leggerlo man mano che si spegne un layer dopo l’altro e rilevandone i cambiamenti. Una sorta di esperimento da laboratorio reso possibile solo attraverso il lockdown. La città senza tutte le sue stratificazioni non esiste più. La letteratura, il cinema, hanno contribuito in maniera importante al racconto della città. I film che citi lo hanno fatto senza cadere nella retorica pasoliniana, né cadendo nella trappola di parlare genericamente di periferia, divenuta protagonista di ogni narrazione sull’urbano, definendola con il concetto vago di lontananza dal centro. La periferia è la parte prevalente della città, nient’affatto omogenea e caratterizzata da condizioni insediative e tipologiche molto differenti. Sono periferie borghesi o popolari, storiche o realizzate abusivamente, alcune dotate di servizi e collegamenti altre prive di qualsiasi struttura, tutte insieme costituiscono una somma di accampamenti, enclave per ricchi e ghetti per poveri. Lì si muovono i protagonisti di alcuni dei film che meglio hanno saputo raccontare la trasformazione della città, l’esplosione dell’edonismo, l’uso massiccio di cocaina, la corsa al successo costellata di fallimenti. Ma anche la storia di grande solidarietà e amicizia. Storie e immagini che sono riuscite a cancellare la visione romantica della periferia. I super poteri di Jeeg robot al servizio del bene sono il riscatto all’emarginazione alla quale abbiamo condannato quei quartieri.
Nel frattempo, qualcuno ne approfitta per ridisegnare le città. Negli anni scorsi abbiamo individuato le retoriche del decoro e del degrado come tentativo feroce di coniugare produzione sociale diffusa e svuotamento degli spazi pubblici. Nel lockdown alcuni di quei dispositivi si riproducono, quasi per inerzia, ma direi che siamo ben oltre quelle coordinate. Stefano Boeri ha proposto di incentivare il trasferimento nei paesi a ridosso delle città, le famose aree interne del nostro paese. Massimiliano Fuksas sostiene addirittura che le case debbano essere più grandi di 60 metri quadrati. La retorica della smart city mostra sempre più la sua faccia legata al controllo digitale. Sono proposte diverse ma rischiano di convergere verso città ancora di più divise per zone quando non riservate esclusivamente a chi può permettersi case grandi, spostamenti certificati, attrezzature di sicurezza.
