Il debutto alla regia dell’acclamato autore televisivo Cord Jefferson, American Fiction, inizia talmente bene da essere esilarante. Basato sul romanzo Erasure di Percival Everett, del 2001, è una satira feroce sulla tremenda trappola dell’essere creativamente dotati e neri nell’America contemporanea, dove i campi accademici, editoriali e di intrattenimento che si sovrappongono sono esasperatamente razzisti in chiave moderna. Cioè, con un sacco di mortificanti discorsi ambigui sull’alleanza, a patto che ciò che viene creato sia il «trauma porno» nero particolarmente venerato dai liberal bianchi, con un sacco di schiavi frustati, adolescenti incinte, padri fannulloni, rap, spari e gangsta angosciati che pronunciano discorsi melodrammatici prima di uccidere qualcuno.
Fin dall’inizio, Jeffrey Wright merita pienamente la sua nomination all’Oscar come miglior attore nel ruolo principale di Thelonious Monk Ellison. Interpreta un autore e accademico nero frustrato i cui romanzi eruditi, rielaborazioni aggiornate di antiche opere greche, non si vendono. Messo in congedo accademico dopo diversi scambi adirati con gli studenti sul tema della razza, partecipa a una conferenza letteraria e osserva un’autrice rivale di nome Sintara Golden (Issa Rae) intervistata con deferenza in un talk show televisivo sul suo nuovo bestseller, We’s Lives in da Ghetto.
Wright fa in modo che basti una piccola ruga del sopracciglio per sciogliere le emozioni gelide di Monk, che è esilarante per gli immensi livelli di disprezzo incredulo che mette in scena. Wright è sempre fantastico, ma chi sapeva che fosse così divertente?
In un intermezzo di furia scatenata, Monk scrive velocemente una falsa autobiografia grottescamente compiacente chiamata My Pafology sotto le spoglie di un fuggitivo ricercato dalla legge che si fa chiamare Stagg R. Leigh. Non è necessario essere preveggenti per immaginare che il libro sarà accolto con entusiasmo da editori e lettori addestrati a venerare queste schifezze che sembrano autentiche, e l’improvvisa ricchezza e fama di Stagg R. Leigh sarà difficile da accettare per Ellison.
Ero proprio dell’umore giusto per questo tipo di critica e attacco al discorso mainstream in forma di commedia nera, quindi sono rimasta un po’ delusa dal fatto che si sia rivelata solo la cornice del film, pubblicizzata nelle vivaci anteprime, ma non proprio centrale. La maggior parte del film è una storia molto più lenta e drammatica sulla famiglia di Monk, un ricco clan di professionisti ben pagati, per lo più medici, con una casa al mare che potrebbero essere costretti a vendere e una storia travagliata che non sanno affrontare.
La disfunzione familiare comporta una madre che sprofonda nella demenza (Leslie Uggams) che avrà bisogno di cure costanti e costose; un fratello affettuoso e insolvente che finalmente dichiara di essere gay (Sterling K. Brown); una sorella divertente e ipercompetente che ha gestito tutto ma non può più farlo (Tracee Ellis Ross); e i ricordi di un padre defunto, brillante ma prepotente e difficile, morto suicida e i cui segreti e bugie vengono rivelati soltanto adesso a Monk. Tutto ciò, oltre alla promessa di una nuova storia d’amore con un’avvocata d’ufficio dal carattere dolce che vive sulla spiaggia (Erika Alexander), aiuta Monk a guarire sé stesso riallacciando la connessione umana.
Gli attori sono tutti splendidi. Ci sono momenti straordinari, come quando il fratello incontra di nuovo la sorella dopo un anno di ritiro dalla vita familiare. I sorrisi serrati ed educati dei due attori e le posizioni diffidenti, come due pistoleri che cercano di mantenere una tregua difficile, sono meravigliosamente caratterizzati da Wright e Ross. Riescono persino a far capire gli strati di intenso amore, dolore, ferita e rabbia alla base di quelle posizioni in pochi secondi di sguardo silenzioso.
Ed è molto intelligente il modo in cui lo sceneggiatore e regista Cord Jefferson tiene insieme i due modi tipici di rappresentare i neri americani, il che riflette un dibattito pubblico di lunga data che risale agli albori del cinema. Dai film dello sceneggiatore, regista e produttore Oscar Micheaux, a partire dagli anni Dieci del Novecento, attraverso il movimento blaxploitation degli anni Settanta e oltre, nella comunità non bianca c’è un dibattito ben documentato su come la vita dovrebbe essere mostrata sullo schermo, con particolare pressione sui registi afrodiscendenti, date le molte meno opportunità che avevano di realizzare e vedere i film. I riformatori e gli assistenti sociali generalmente invocavano una maggiore rappresentazione dei traguardi raggiunti dai neri ed esempi di vite moralmente rette, borghesi e benestanti che avrebbero «elevato la razza» nel dibattito pubblico. Ciò per contrastare le rappresentazioni della povertà, della sofferenza, della criminalità e della violenza che erano più sensazionali e quindi più facili da realizzare sulla base di prospettive commerciali.
L’obiezione – e quest’ultima riflette una grande quantità di verità strazianti sull’esperienza dei neri in America – è complicata da quello che si può considerare il modo in cui queste rappresentazioni probabilmente assecondano la convinzione prevenuta del pubblico bianco nella vita genericamente abietta dei neri americani.
Jefferson illustra la difficoltà di superare i confini di questo dibattito nei finali multipli di American Fiction, che fungono da meta commento. Ogni finale risponde a un aspetto diverso del dibattito e ognuno è ugualmente insoddisfacente. Alla fine, non c’è altra risposta che allontanarsi, cosa che fa Monk, cavalcando al fianco del fratello dopo la loro riconciliazione, e facendo un cenno civile mentre passa davanti a un attore nero con il costume sbrindellato di uno schiavo, in attesa di essere chiamato sul set di un altro film sugli orrori della schiavitù nelle piantagioni.
Questo è un film davvero degno: solido, ponderato, che cerca di affrontare un problema in un modo che eviti di semplificarlo. Alla fine, però, si rischia di arrivare a un’inconcludenza indebolita dei «punti su cui riflettere» che rende il film meno memorabile di quanto avrebbe potuto essere. Anche la rabbia iniziale di Monk nei confronti della figura di Sintara Golden si dissipa quando le vengono concesse scene che restituiscono dignità al suo punto di vista. Lei sostiene Monk in silenzio, dicendogli che il suo libro è basato su un’intensa ricerca e chiede perché le strade verso il successo commerciale dovrebbero essere chiuse agli autori neri solo perché i loro libri potrebbero attrarre il pubblico bianco. Come se l’autore che ha scritto My Pafology solo come uno scherzo rabbioso e lo ha visto diventare un caso letterario fosse stato in grado di fornire una risposta fulminante.
Tuttavia, la speranza di Cord Jefferson è che, dopo aver guardato American Fiction, il dibattito riprenda e continui: «Questo è il mio sogno – dice l’autore e regista a Esquire – Tutto quello che voglio è che le persone vadano a vederlo con i loro amici e dibattano». Missione probabilmente compiuta. American Fiction ha ottenuto buoni risultati al botteghino per un film indipendente prodotto a costi molto bassi.
È soprattutto la mia peculiare fame di commedia a generare la mia delusione. La commedia, intendo, che non si esaurisce in favore di un dramma apparentemente più significativo, ma si sostiene e si sviluppa a livelli sempre più alti di isteria e furia, crea una follia curativa in risposta a questi tempi folli. Che fine ha fatto la commedia? È orma così debole che si scorge a malapena. Eppure si può tornare alle epoche dei precedenti picchi di tumulti e violenza in questo paese, come l’era della Depressione degli anni Trenta fino agli anni Quaranta della Seconda guerra mondiale (i fratelli Marx, W. C. Fields, commedie svitate di classe), o i diritti civili e la guerra del Vietnam degli anni Sessanta e Settanta (Richard Pryor, Gene Wilder, la commedia nera apocalittica e ossessionata dalla morte, la satira di dura attualità), e trovare una forma di commedia che è ancora memorabilmente tenace, perspicace e tonificante.
I mondi sovrapposti dell’accademia, dell’editoria e dell’intrattenimento creano una sezione del diagramma di Venn sorprendentemente pazza, corrotta e degradata. È proprio la sezione che riflette gran parte della mia storia, quindi un prolungato assalto comico è esattamente quello che mi piacerebbe vedere. American Fiction ha iniziato a scalare quella montagna di stronzate prima di dedicarsi al dramma personale, compiendo un passaggio sempre popolare dai problemi sistemici a quelli individuali, e l’ho trovato deplorevole. Tuttavia, è un debutto alla regia compiuto e vale sicuramente la pena vederlo e discuterne mentre cercate di recuperare i migliori film del 2023.
*Eileen Jones insegna alla University of California, Berkeley. Si occupa di critica cinematografica per JacobinMag, dal quale è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della redazione.

