Jacobin Italia

Ancora tutti gli occhi sulla Flotilla

7 Novembre 2025

La missione dell'equipaggio della società civile verso Gaza, per certi versi non è mai finita. E parla a chi si prepara a mobilitarsi via terra. Un dialogo con Margherita Cioppi

A circa un mese dall’arresto della Global Sumud Flotilla con un atto di pirateria in acque internazionali da parte della marina israeliana, Margherita Cioppi, capomissione di Tom – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo e componente della missione umanitaria per Gaza con l’imbarcazione Karma, ne ripercorre con noi alcune fasi per fare il punto sul movimento solidale che ha portato una marea umana a mobilitarsi anche a terra contro il genocidio in Palestina.

Particolarmente impressionante è stata la reclusione nelle carceri israeliane una volta terminato l’abbordaggio con il sequestro di tutte le imbarcazioni della Flotilla. Questa fase ha avuto per Margherita risvolti emotivi importanti, sia sul piano personale che collettivo, sebbene neppure lontanamente paragonabile alle torture e alle privazioni che l’apparato repressivo israeliano riserva ai detenuti palestinesi. «In queste settimane ho pensato molto alle altre persone dell’equipaggio, in particolare alle donne che erano in cella con me, perché in quel microcosmo c’era davvero tutto quello cui aspiriamo per un mondo nuovo – racconta Margherita – C’erano avvocate, biologhe, giornaliste, attiviste irlandesi e bibliotecarie scozzesi. C’era quel pezzo di società civile che va in piazza, che fa le manifestazioni, che fa le assemblee, che occupa gli spazi sociali, che si è messa di nuovo in gioco». 

È da questo aspetto che parte la riflessione sulla reazione di massa che fra settembre e ottobre ha visto in Italia e in altri paesi occidentali crescere esponenzialmente la mobilitazione per la Palestina. E questa rotta di raccordo fra la flotta in mare e l’equipaggio di terra, lanciata dal Collettivo Autonomo di Lavoratori Portuali (Calp) di Genova, è riuscita a toccare un piano di immedesimazione in grado di ridurre le distanze anche culturali con la situazione in Medio Oriente, portando al blocco generalizzato in reazione all’arresto della Flotilla. L’intento principale della Flotilla, quello cioè di rompere il blocco navale illegale intorno a Gaza, è servito anche a rompere il dualismo che rendeva l’indignazione verso il genocidio priva di vera empatia «come quando ci sei dentro o hai persone care direttamente coinvolte».

Ripensando all’esperienza della Sumud Flotilla, Margherita taglia corto affermando che «se la spedizione fosse stata organizzata solo da professionisti, fra questioni tecniche e criticità burocratiche, non sarebbe mai partita». La capomissione di Karma tira in ballo Bernard Russell a proposito di «una cosa impossibile… che loro non sapevano e hanno fatto lo stesso», date le tante «difficoltà nel coordinamento  degli equipaggi, delle peripezie di navigazione dovute anche agli attentati israeliani». L’aspetto più riuscito è stato il tentativo di interposizione «per colmare un vuoto fra parola e azione, con uno sforzo creativo che interpretasse l’indignazione più profonda». 

Sul piano comunicativo dalla Flotilla è stato giudicato importante non personalizzare troppo la narrazione per evitare l’effetto «del dito e della luna», con il rischio di distogliere l’attenzione dalla situazione nella Striscia, nonostante l’esigenza di adeguata esposizione. Rispetto invece alla radicalità e alla necessità di irruzione nell’immaginario comune, Margherita riprende anche l’ultima manifestazione del Collettivo di Fabbrica ex-Gkn in cui «il Futuro iRrompe» anche allo scalo aeroportuale di Firenze, con l’occupazione temporanea e sostanzialmente pacifica dell’hub, immediatamente tacciata di violenza dalle autorità nonostante le evidenze, ma senz’altro più capace di incidere nel dibattito pubblico rispetto a cortei anche più numerosi. «Magari spesso fai manifestazioni di decine di migliaia di persone, ma se non c’è quell’elemento che blocca o irrompe, si ha la sensazione di non incidere, di non fare abbastanza pressione, o di non riuscire a ritagliare uno spazio di dibattito mediatico». 

Sulla distanza fra realtà e narrazione risalta la tregua a Gaza, sbandierata con cerimonie pompose, ma mai di fatto realizzata sul campo, con centinaia di civili vittime di bombardamenti o di malnutrizione anche nelle ultime settimane: «Una farsa avvenuta subito dopo l’arresto della Flottilla e le reazioni di piazza – commenta Margherita – fatta quindi per placare l’opinione pubblica, senza prevedere un minimo di autodeterminazione della popolazione palestinese, neppure nella fase negoziale». 

Attualmente, sulla scia dell’abbordaggio israeliano alla Flotilla c’è anche un filone giudiziario con le indagini della procura di Roma, che ipotizza reati come il sequestro di persona e il danneggiamento aggravato con pericolo di naufragio, oltre alla parte successiva di trattamenti disumanizzanti e vessatori,  componente altrettanto dirimente nella rivalsa dello stato di diritto, a dispetto delle numerose violazioni, che Tel Aviv sta perpetrando da anni verso le risoluzioni internazionali anche con discriminazioni e con occupazioni illegali. «Uno degli aspetti centrali che accomuna le mobilitazioni per la Palestina e con la Palestina è proprio il riscatto dei diritti – afferma la referente di Tom – tanto che viene difficile anche parlare di ‘disobbedienza civile’, dal momento in cui la Sumud Flotilla ha rispettato ogni prescrizione legale per il diritto di navigazione, a differenza invece dell’esercito israeliano». «La deriva autoritaria – continua Margherita – accomuna il governo di Nethanyau alle destre occidentali e proprio nel senso di giustizia sta il moto di riscatto popolare che anima le rivendicazioni sulle varie sponde del Mediterraneo, perché i diritti non sono garanzie inderogabili purtroppo, niente è impresso sul marmo, basti pensare alle nostre latitudini al fatto che l’aborto è tuttora impossibile in alcune regioni italiane, dove operano solo obiettori di coscienza. Da tempo è necessario mettersi anche fisicamente di traverso a questo arretramento generale dei diritti, di cui l’apartheid in Palestina rappresenta il punto tragicamente più avanzato».

Per il progetto Tom, che compie proprio questo mese il suo primo compleanno, la solidarietà marittima è una pratica consolidata dalle operazioni di ricerca e soccorso in mare, tanto che la partecipazione alla Sumud Flotilla è parsa da subito fisiologica, al pari di altri equipaggi, che avevano questo tipo di background. «Una cosa che non abbiamo raccontato finora è stata la segnalazione di Alarm Phone la mattina dopo l’ultimo attacco di droni, quindi sotto l’isola di Creta, con la richiesta di aiuto pervenuta da un’imbarcazione con 70 persone in difficoltà a sud di Gavdos quindi in Grecia, a più di trenta miglia dalla nostra posizione e fuori dalla rotta della Flotilla – racconta Margherita – così le persone esperte di Sar sapevano cosa dovevano fare e ci siamo attaccati a tutte le radio, ripetendo la segnalazione in may-day-relay delle coordinate ed elencando alla guardia costiera greca tutte le violazioni a cui sarebbero andati incontro con un’omissione di soccorso, fino a che nel pomeriggio abbiamo scoperto dell’avvenuto salvataggio dei naufraghi».

Se da un lato l’esperienza maturata in Sar ha contato molto anche in questa missione, dall’altro la partecipazione alla Sumud Flotilla ha inciso già dall’irruenza delle fasi preparatorie dell’imbarcazione Karma, l’assetto di supporto poi sequestrato dalla marina israeliana dopo l’arrembaggio. «Certo, sul piano operativo la partecipazione alla Flotilla ci ha segnato anche per la perdita di una delle nostre barche di monitoraggio, proprio mentre la principale Garganey deve passare un periodo di revisione e riparazione in secca». 

Tempo di bilanci quindi in una fase di pianificazione del progetto dopo il suo primo anno di vita, che si è avvalso di assetti a vela logisticamente molto diversi dalle consuete navi di soccorso, con esigenze tecniche e dinamiche che richiedono un ripensamento dell’approccio organizzativo. «Si parla di barche da diporto che effettuano monitoraggio nel Mediterraneo, che ai sensi dell’art.98 della Convenzione sul diritto di navigazione di Montego Bay sono tenute all’assistenza in caso di emergenza – commenta la portavoce di Tom – proprio mentre le restrizioni all’accoglienza e la fortificazione delle frontiere europee mettono in difficoltà crescenti quelle imbarcazioni commerciali o di pescatori, che si trovano a ottemperare a questa legge del mare, trovandosi poi i propri mezzi di sostentamento confiscati anche per mesi, con l’effetto disumano di spingere a ignorare le richieste di soccorso».

Ritorna quindi l’analogia di colmare un vuoto di responsabilità, attivandosi come flotta civile per sopperire all’assenza delle marine ufficiali, anche in questo caso con una partecipazione diretta «che non deroga all’applicazione del diritto internazionale». Questo aspetto riguarda anche la scorta inizialmente fornita alla Sumud Flotilla da fregate italiane e spagnole, che si sono però ritirate al momento dell’alt israeliano, facendo il paio con l’esternalizzazione di compiti, che sempre più spesso la guardia costiera italiana o la stessa agenzia europea Frontex delegano a sedicenti marine come quella libica, che di recente sono arrivate addirittura ad aprire il fuoco contro l’imbarcazione Ocean Viking dell’Ong Sos Mediterranée. «Le procedure operative e le modalità di ingaggio si sono negli anni involute – dichiara Margherita – se si pensa che adesso gli assetti di Frontex stazionano entro le quattro miglia dalla costa invece di uscire in mare, oltre a ritardare la presa in carico del salvataggio o l’assegnazione di un Pos [Place of Safety, ndr] richiesto dalle Ong operanti, peraltro vietando il trasbordo o assegnando porti molto lontani, con il risultato di ostacolare i soccorsi».

In questa deriva politica, con la necessità di tenere la rotta delle mobilitazioni quanto più unitaria e radicale possibile «per superare lo spontaneismo e coinvolgere nuove persone nei contesti organizzati», Tom si appresta a festeggiare il suo compleanno, preparando le prossime missioni nel Mediterraneo «per rafforzare una presenza solidale, di monitoraggio e di denuncia». 

*Tommaso Chiti, attivista e coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze.