In questa società si dà per scontato che la produzione non possa essere un processo democratico. Serve un padrone che mette i soldi, un manager con le competenze e il potere per far funzionare l’organizzazione del lavoro, e qualcuno che lo esegua in modo obbediente. Poi sarà il libero mercato, attraverso la «democrazia» della domanda e dell’offerta, a decidere cosa funziona o cosa no. Qualsiasi altra idea di produzione basata sui valori dell’uguaglianza viene descritta come uno svantaggio competitivo.
Eppure la storia è piena di esempi di autogestione produttiva dei lavoratori e delle lavoratrici. Dall’Inghilterra della rivoluzione industriale del Diciannovesimo secolo fino alla Catalogna anti-franchista del 1936, passando per la Comune di Parigi e i Soviet russi. Ma è soprattutto nel nuovo millennio che queste esperienze non nascono solo dentro processi rivoluzionari, ma come risposta concreta a un bisogno di fronte alla crisi economica capitalista.
L’esperienza delle fabbriche recuperate argentine – occupate e rimesse in funzione in forma autogestita dai lavoratori e dalle lavoratrici dopo l’abbandono delle stesse da parte dei padroni durante la crisi del 2001 – a vent’anni dal suo inizio riguarda ancora 384 imprese del paese che forniscono complessivamente 15.525 posti di lavoro. E con la crisi economica del 2008 il fenomeno si è diffuso anche in Europa tanto da vedere ogni due anni degli «Incontri europei dell’economia dei lavoratori», l’ultimo dei quali svoltosi in Italia, alla RiMaflow di Trezzano sul Naviglio.
Questa intrusione dei lavoratori nel campo della proprietà privata mostra possibilità impensate, rivelando un segreto: la crescita dell’impresa senza l’accumulazione di profitti, che è condizione di fallimento per ogni capitalista, è un vantaggio economico per i lavoratori e le lavoratrici dell’impresa autogestita, che proprio per questo possono continuare a lavorare mentre il padrone abbandona la baracca.
L’autogestione produttiva dà inoltre al concetto stesso di autogestione una connotazione concreta. I lavoratori si interrogano collettivamente su cosa e perché producono, su come producono e distribuiscono. Decidono dell’organizzazione del lavoro e delle relazioni con il resto dell’economia e della società. I rapporti annuali del sociologo Andrés Ruggeri sulle imprese recuperate argentine rendono evidente come nell’88% dei casi ci siano assemblee a cadenza almeno mensile che prendono decisioni senza delegarle ai Consigli di amministrazione, che pure a loro volta sono composti per l’85% da membri che nella precedente gestione erano semplici lavoratori di base.
