Jacobin Italia

Calciatore e riservista

3 Aprile 2026

La storia di Menashe Zalka intreccia sport e guerra. Ed evidenzia come anche in Israele il calcio sia tutt’altro che uno spazio neutrale

Menashe Zalka, capitano e stella dell’Hapoel Hadera, squadra della seconda serie israeliana con cui ha collezionato oltre 180 presenze dal 2016, in queste ore è balzato agli onori delle cronache, non per le sue giocate in campo ma per essere – ancora una volta – al fronte nord (quello con il Libano) a combattere con l’esercito israeliano. Channel 14, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un video dove si vedeva il calciatore sganciare granate sulle abitazioni civili in Libano, nell’ambito delle operazioni militari israelo-americane contro l’Iran e i suoi alleati.

Zalka, per chi non lo conoscesse, è una figura pubblica molto nota in Israele, totalmente al servizio della propaganda sionista nonché grande amico di Eli Cohen, attualmente Ministro dell’energia e delle infrastrutture, colui che a marzo 2025 aveva ordinato di tagliare l’elettricità a Gaza condannando – di fatto – a morte migliaia di persone. 

Zalka, nato ad Addis Abeba il primo luglio 1990 ma cresciuto a Hadera è, inoltre, uno dei tantissimi atleti riservisti dell’Esercito di Occupazione Israeliana. In Israele, infatti, il servizio militare è obbligatorio per tutti i cittadini, con un periodo iniziale di leva di 32 mesi per gli uomini e 24 per le donne, seguito da un servizio alfabetico in riserva fino ai 40‑45 anni. Servizio militare da cui non sono esenti neanche gli atleti professionisti che, però, spesso vengono inseriti in un programma dedicato agli «sportivi eccellenti», che consente loro di svolgere una formazione flessibile presso unità militari vicine, conciliando carriera agonistica e servizio militare. Una decisione fortemente voluta da Israele che è disposto a concedere alcuni privilegi agli atleti in cambio della possibilità di utilizzare la loro fama per costruire un racconto positivo delle istituzioni militari e del loro ruolo nella società. 

Un sistema che mette in luce lo strettissimo rapporto di collaborazione e complicità che intercorre tra il potere politico e militare israeliano e gli atleti che rappresentano Tel Aviv, sia a livello locale che internazionale. Motivo per cui questi atleti non possono essere considerati «semplici» sportivi che nulla hanno a che fare con le scelte politiche prese dal governo. 

Zalka, ad esempio, già dopo il 7 ottobre 2023, era stato richiamato come paracadutista nell’Idf, prestando servizio attivo per oltre 115 giorni nel nord del paese e diventando una vera e propria icona della propaganda genocidaria israeliana.   

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Nel dicembre 2023, nel pieno del genocidio, aveva rilasciato un’intervista al portale Walla affermando che «come riservista e combattente nel nord del paese, il calcio è una priorità secondaria in giorni come quelli e che la guerra per la casa e la preziosa patria è più importante di qualsiasi partita o lavoro».

In un’altra intervista, dell’11 ottobre 2023, aveva fatto appello alla leadership politica del paese affinché lasciasse l’esercito «più forte del Medio Oriente libero di distruggerli [i palestinesi, ndr] perché tutti in Israele si aspettano questo e tutto il mondo aspetta di vedere come risponderà lo Stato ebraico al massacro», quello del 7 ottobre avvenuto per mano di Hamas, i cui membri vengono definiti «bestie umane e codardi che hanno attaccato civili indifesi». Senza perdere occasione per propagandare l’idea condivisa da Governo e potere politico occidentale secondo cui «Hamas è peggio dell’Isis» mentre «i soldati dell’Idf non possono essere così crudeli perché sono stati educati diversamente, a combattere i soldati nemici non a massacrare innocenti, bambini o anziani». Dichiarazioni che Zaka rilasciava quando a Gaza erano già migliaia le vittime civili e centinaia gli ospedali, scuole e infrastrutture devastate dalla furia dell’Idf. 

Lo stesso Zalka, nel 2019, ha ricevuto e successivamente declinato l’invito a unirsi all’All Star Team, un progetto promosso dall’Ifa (la Federazione Calcistica Israeliana) in collaborazione con il New Israel Fund (Nif) per promuovere l’integrazione e la convivenza all’interno della società israeliana. Proprio la presenza dell’organizzazione non profit, fondata nel 1979, che sostiene progetti e associazioni in Israele con l’obiettivo di promuovere diritti umani e civili, uguaglianza tra cittadini (inclusi arabi israeliani e minoranze), democrazia e giustizia sociale, libertà religiosa e pluralismo, aveva spinto il calciatore a rifiutare l’invito dichiarando pubblicamente che non avrebbe mai collaborato con il Nif perché ritenuta troppo critica verso le politiche statali e l’esercito israeliano. Una scelta applaudita, non a caso, da gruppi come Im Tirtzu, organizzazione sionista che per bocca del suo amministratore delegato, Matan Peleg, aveva definito il Nif «la più grande organizzazione ombrello di gruppi di propaganda israeliani radicali che difendono i terroristi in tribunale, diffamano i soldati dell’Idf e delegittimano Israele». Insomma «un lupo travestito da pecora».  

Quello tra calcio e politica, in questo caso tra calcio e genocidio, è un rapporto che si riflette anche nella comunicazione, diventata oramai un aspetto sempre più importante nella politica contemporanea. Così il gergo calcistico entra e si mescola con quello militare, normalizzando il concetto stesso di guerra. E Zalka, che ha ben chiaro il suo ruolo – e che per questo sui social non si definisce calciatore ma digital creator — un anno dopo l’avvio del genocidio parlava così del suo ruolo nelle operazioni militari a cui prendeva parte: «Prima di entrare in Libano ho fatto un cerchio con i miei compagni di squadra, come il momento prima che l’arbitro fischi l’inizio di una partita di calcio. Ho spiegato loro che è quello che faccio ogni settimana all’Hapoel Hadera fin da quando ero bambino. Ho detto loro che stavamo entrando lì dentro e che, proprio come nello sport, dove ci sono alti e bassi, momenti più difficili, anche nei combattimenti in Libano avremmo avuto momenti duri, ma che saremmo entrati tutti sani e in piedi e così saremmo tornati tutti».

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La storia di Zalka evidenzia come anche in Israele il calcio sia tutt’altro che uno spazio neutrale e, al contrario, emerge con forza quanto lo sport sia profondamente intrecciato con il contesto politico, sociale e militare del paese. La figura dell’atleta non è isolata dalla realtà che lo circonda ma ne diventa spesso espressione diretta. In questo senso, il legame tra sportivi e istituzioni appare strutturale: il calcio diventa uno strumento attraverso cui Israele costruisce una narrazione identitaria, rafforza i valori nazionali e legittima le sue politiche di apartheid e occupazione. Un legame che non si esaurisce, come in altri casi, in una «semplice» rappresentazione simbolica ma si struttura come una relazione concreta e materiale tra campo di gioco e apparato statale.

Zalka è, di fatto, un calciatore professionista che alterna l’attività sportiva al servizio militare, incarnando una sovrapposizione quasi totale tra atleta e soldato. Questo passaggio continuo tra campo da gioco e fronte militare contribuisce a creare un’immagine in cui il ruolo dello sportivo si fonde con quello militare, trasformando l’atleta in uno strumento per veicolare e rafforzare messaggi politici e ideologici. Il calcio, dunque, diventa parte di un sistema più ampio, in cui potere politico e sport procedono di pari passo. Per questo motivo, oltreché per la natura stessa della società israeliana, fortemente segnata dalla dimensione securitaria e militare, i calciatori non possono essere considerati solo come sportivi ma piuttosto come figure inserite in un contesto ideologico decisamente più ampio. In questo modo, la loro immagine pubblica può essere messa al servizio del potere politico e utilizzata per trasmettere determinati valori, giustificare scelte politiche e consolidare il consenso. 

Il caso di Zalka, quindi, non è un’eccezione isolata, ma un esempio come tanti altri di come sport e potere possano intrecciarsi fino a diventare difficilmente separabili, contribuendo a trasformare il calcio in uno spazio carico di significati politici, identitari e simbolici.

*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.

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