Jacobin Italia

Campioni della working class

7 Dicembre 2021

I film sullo sport degli anni Settanta come Quella sporca ultima meta sono commedie amare dalla forte critica sociale. I protagonisti sono lavoratori e diseredati che lottano contro i padroni dello sport professionistico

Una delle tante cose belle dei film anni Settanta sullo sport è il modo irriverente in cui trattano l’inno degli Stati uniti. Quasi sempre, prima del match risolutivo c’è una scena in cui un povero cantante o una banda si ritrovano a storpiare il motivo, notoriamente complesso, di The Star-Spangled Banner. È il perfetto smascheramento della bugia dell’unità del popolo statunitense. Mentre la canzone si trascina, infatti, di solito vediamo scorrere un montaggio di immagini dei giocatori e del pubblico allo stadio, radunato in modo disordinato e tutt’altro che unito come un sol corpo nella sedicente «terra degli uomini liberi e dei coraggiosi». In pochi secondi viene richiamato tutto il retaggio di tensioni, rabbia di classe, odio razziale, ostilità di genere, fallimenti economici e, spesso, corruzione tipici del mondo dello sport.

Chi ne volesse una dimostrazione può guardare i primi dieci minuti di I mastini del Dallas (North Dallas Forty, 1979). Le immagini ci mostrano la routine mattutina zoppicante e lamentosa di un ex giocatore di football professionista (Nick Nolte) ormai troppo vecchio e col corpo semidistrutto, che tira avanti ingoiando pillole, tracannando birra e fumando marijuana. In un simile contesto, l’inno americano con tutta la sua gloria spuria appare ancora più stonato del solito.

È sorprendente rivedere oggi questi film popolari e accorgersi di quanto fossero potenti nell’abbattere gli stereotipi, nel proporre una critica sociale aggressiva. A confronto, il cinema moderno è un prodotto timido e smidollato. Parlo di film come Città amara (Fat City, 1972), Quella sporca ultima meta (The Longest Yard, 1974), Che botte se incontri gli «Orsi» (The Bad News Bears, 1976), Rocky (1976), Colpo secco (Slap Shot, 1977), All american boys (Breaking Away, 1979), e, se consideriamo anche la fantascienza distopica, Rollerball e Anno 2000 – La corsa della morte (Death Race, 2000), entrambi del 1975. Tutti questi film riflettono aspetti della lunga e cupa recessione americana degli anni Settanta. Le partite si giocano sullo sfondo di un’economia industriale al collasso, con la disoccupazione che aumenta e le grandi infrastrutture che vengono giù. La nazione inciampa e cade e gli avvoltoi delle grandi multinazionali volano in cerchio in attesa di poterne spolpare le ossa.

Fondati su un realismo a tratti brutale e una visione molto chiara, questi film sono di solito girati in città squallide e degradate. All american boys, per esempio, è stato interamente girato a Bloomington, nell’Indiana. E infatti mette in luce la guerra di classe tra i ricchi studenti fuorisede dell’Università dell’Indiana e i ragazzi ruvidi del posto, derisi come «taglialegna» ma che spesso sono figli di ex operai delle cave ormai abbandonate della città.

Anche la più leggera delle commedie sportive rivela un lato duro, composto in parti uguali da angoscia e malinconia. Prendiamo Che botte se incontri gli «Orsi», perfetto esempio del genere «feel-good» anni Settanta. L’apparentemente basso coinvolgimento emotivo nelle vicende dipende tutto dalla capacità di Morris Buttermaker (Walter Matthau) – sciatto uomo di mezza età addetto alle pulizie di una piscina, alcolista e in passato mediocre giocatore di baseball di Minor League – nel riuscire o meno ad allenare la peggiore squadra della storia della Little League Baseball e a farle vincere il titolo. In cambio, ottiene un paio di dollari extra a settimana pagati sottobanco.

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