Jacobin Italia

Cavalcare la tigre non significa domarla

23 Marzo 2022

Un bilancio dell’esperienza di Alexandria Ocasio-Cortez e della sua «squad» non può prescindere dal contesto: il rapporto tra movimenti e istituzioni, tra agenda del palazzo e tempi di costruzione della sinistra nella società

Ottobre 2019. Seduto nella sala d’aspetto di un ospedale di Las Vegas, dove era ricoverato il suo capo, il vice direttore della campagna di Bernie Sanders, Ari Rabin-Havt, era convinto che quello fosse l’ultimo atto. Dopo un’ascesa alle presidenziali nel 2016 che ha del leggendario, in cui il senatore del Vermont era stato capace di alimentare un entusiasmo per le idee radicali che la sinistra statunitense non vedeva da decenni. La sua seconda volta, però, si era fermato a malapena al 15 per cento. Un amaro sondaggio pubblicato a fine settembre dal Des Moines Register lo dava al quarto posto, con Elizabeth Warren che si avvicinava sempre di più al primo posto. La campagna sembrava al tramonto, poi il sole è calato davvero: durante una raccolta fondi in Nevada Sanders ha fatto il gesto insolito di chiedere una sedia e ha scoperto di aver avuto un attacco di cuore. Un infarto non è il massimo a  settantotto anni, soprattutto se stai correndo per contendere la carica istituzionale più potente del mondo.

Chiunque abbia ancora sul computer un adesivo con scritto «Solidarity forever» può raccontare cos’è successo dopo. Il team di Biden ha ricevuto una chiamata dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez che annunciava che avrebbe appoggiato Sanders alle primarie presidenziali democratiche, insieme alle deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar. Rabin-Havt e un collega chiesero subito all’ospedale di trasportare tavoli e sedie al capezzale del senatore per prendere accordi per l’evento del gran ritorno sulla scena di Sanders, da tenere nel Queens, il distretto di Ocasio-Cortez. Il vento ha ricominciato a soffiare: il senatore del Vermont ha ottenuto più voti degli avversari in Iowa e New Hampshire, il Nevada è stato una vittoria assoluta.

Oggi Rabin-Havt ricorda quella telefonata come un punto di svolta: «Da quel momento abbiamo cominciato solo a salire», racconta al telefono. «Bisogna riconoscere a Ocasio-Cortez di aver fatto una scelta coraggiosa, in un momento in cui non era politicamente vantaggioso appoggiare Sanders. Era letteralmente il momento più rischioso, e loro si sono fatte avanti». Ero d’accordo con lui. Avevo assistito a quegli eventi dai telegiornali, avevo visto queste giovani donne di colore elette poco prima grazie all’ondata politica che Sanders aveva messo in moto schierarsi apertamente con il movimento al momento del bisogno, con l’obiettivo di cambiare la politica americana. Non posso negare di essermi commossa.

Purtroppo non è stato abbastanza. Dopo un breve periodo di grazia, il cui apice è stato un evento in Nevada dove Ocasio-Cortez aveva infiammato la platea di Las Vegas Strip parlando della diffusione dello spagnolo negli Usa, la fortuna ha ripreso a girare. Joe Biden ha vinto in South Carolina e da allora praticamente non ha smesso più di vincere. Poche settimane dopo Sanders si è ritirato lasciando alla deriva gran parte della giovane e combattiva coalizione che lo aveva sostenuto.

Due anni dopo, le prospettive della nuova sinistra americana non sono ancora chiare. Visti i limiti naturali della durata della vita umana, possiamo escludere una campagna Bernie 2024. Ma quanto al post-Bernie, la base sta perdendo fiducia in quelli che sembravano i suoi diretti successori, la trentaduenne Ocasio-Cortez e l’altra manciata di progressisti riuniti attorno a lei al Congresso.

L’organizzazione del contro-potere

«The squad» («la Squadra»), questo soprannome scelto per descrivere la mezza dozzina di deputati della sinistra del Partito democratico eletti tra il 2018 e il 2020 in diversi distretti dopo essersi presentati come alternativa progressista a qualche marionetta liberista, è un appellativo irritante ma utile. Ocasio-Cortez è di gran lunga la più famosa del gruppo, perché si è dichiarata apertamente socialista e ha sconfitto alle primarie un veterano dei Democratici come Joe Crowley.

La storia politica di «Aoc» ormai è nota: trasferitasi dal Bronx alla periferia da bambina, ha frequentato l’Università di Boston e ha fatto uno stage nel team del senatore del Massachusetts Ted Kennedy. Fino alla candidatura per il Congresso, dieci anni più tardi, la sua traiettoria professionale era stata più o meno quella di un qualsiasi millennial di sinistra in una grande città. Finito il college si è trasferita dalla madre nel Bronx, dove ha alternato il lavoro da cameriera ad altri nel settore creativo e del no-profit. Nel 2016 è diventata organizzatrice territoriale per la campagna presidenziale di Bernie Sanders, scoprendo l’impegno politico radicale. Sembra però sia stata la battaglia contro la costruzione di un oleodotto nella riserva indiana di Standing Rock, tra Nord e Sud Dakota, a spingerla a candidarsi alla Camera. Ha messo in piedi una campagna low cost, usando come quartier generale il suo appartamento nel Queens mentre di notte continuava a lavorare come barista. Ora, arrivata al suo terzo anno di attività politica, si dice non abbia ancora ripagato il suo debito studentesco.

Ocasio-Cortez si è unita ai Democratic Socialists of America (Dsa) durante quella prima campagna per il Congresso. Fino a quel momento non aveva mostrato alcun legame con il socialismo, tanto che alcuni scettici ipotizzarono che, più che profonde convinzioni ideologiche, a motivarla fosse soprattutto la prospettiva di beneficiare del lavoro del gruppetto di volontari del Dsa territoriale. È significativo, in questo senso, il fatto che, nella sua prima intervista sul New Yorker,alla domanda su quali fossero i suoi eroi politici Ocasio-Cortez abbia tirato fuori Bobby Kennedy. Ma è vero anche che molti dirigenti dei Dsa dell’epoca erano appena entrati nelle fila della sinistra, e che in molti in assemblea votarono per sostenerla. La campagna di Aoc, dicevano, avrebbe costruito la capacità organizzativa e dato ai nuovi arrivati qualcosa su cui affilare i denti, oltre a rappresentare un valido antidoto contro la retorica del «sostenitori di Bernie tossicamente bianchi». La scelta si è rivelata saggia: Ocasio-Cortez è diventata la seconda portavoce nazionale più importante dei Dsa e ha legato indissolubilmente il suo nome a quel simbolo. Appartengono all’organizzazione anche altre due deputate e un deputato della cosiddetta «Squad»: Rashida Tlaib, Cori Bush e Jamaal Bowman, rappresentanti rispettivamente di Detroit, St. Louis e Bronx.

Quella vittoria contro un decano dei Democratici nel distretto del Queens-Bronx ha fatto fare a Ocasio-Cortez il giro del mondo. Il New York Times ha scritto che si trattava della «sconfitta più significativa per un Democratico in carica da oltre dieci anni, che avrà ripercussioni sull’intero partito e sul paese», ma anche di «un vivido segnale di cambio della guardia». E il trumpiano New York Post in copertina urlava «allarme rosso». La nonchalance con cui Aoc all’epoca rispondeva alle molte critiche alla sua affiliazione socialista ricalcava la strategia di Sanders. Rispondeva di volere semplicemente «quel livello minimo di dignità per cui nessuno in America sia troppo povero per vivere in questo paese. Questo è il socialismo democratico nel 2018», come ha dichiarato a Business Insider. Alcuni osservatori, come Eric Levitz della New York Magazine ipotizzavano che Aoc avrebbe riportato a sinistra i liberal impegnati in battaglie sull’identità che trovavano respingente la figura di Bernie e del suo universo decisamente troppo «bianco»: Se i Bernocrati presenteranno candidati forti, non bianchi e/o donne che definiscono la giustizia razziale e di genere in termini economici, allora potranno usare il desiderio della base Democratica di cambiare la composizione demografica degli eletti come uno strumento per trasformare l’orientamento ideologico del partito».

E per ottenere questo risultato, Ocasio-Cortez è stata pronta a sfoderare i muscoli contro l’establishment Democratico. In un video diventato virale della sua campagna, realizzato da una società di produzione fondata da membri dei Dsa, diceva per esempio: «È tempo di riconoscere che i Democratici non sono tutti uguali». Quando lo sfidante Crowley le ha teso una trappola chiedendo se lo avrebbe appoggiato nel caso avesse vinto le primarie, lei ha evitato di dire di sì e ha risposto che avrebbe lasciato decidere il movimento dietro a lei. La prima settimana di lavoro al Congresso Aoc ha preso parte alla protesta del Sunrise Movement che ha occupato l’ufficio dello speaker Nancy Pelosi per chiedere ai Democratici di mettere il clima al primo posto del programma. Poco dopo ha presentato la proposta di Green New Deal.

L’attenzione mediatica che è stata riservata ad Aoc e al resto della «Squad», smisurata rispetto a quella data a quasi tutti gli altri deputati alla prima elezione nella storia degli Stati uniti, per le organizzazioni che li sostengono ha rappresentato un grande vantaggio. Come mi ha spiegato Alexandra Rojas, fondatrice del gruppo dei Justice Democrats, uno dei principali motivi per partecipare alla primarie Democratiche per la sinistra è usare i seggi in parlamento come un pulpito per aumentare il sostegno a «grandi idee» come il Green New Deal e la sanità pubblica universale, spostando quindi quanto più possibile a sinistra il baricentro politico del partito. «Quando ti trovi di fronte una barriera come questa, penso che la cosa migliore sia chiedere direttamente al popolo americano cosa pensa».

«Le deputate della Squad stanno spostando l’asse culturale dalla questione di quanto si impegnano gli americani per ottenere i cambiamenti che vogliono a quanto sia corrotto il sistema che li blocca. E non credo che il sistema potrà cambiare senza fare pressione sulle istituzioni. In fin dei conti, stiamo trasformando il Partito democratico perché in questo momento è la migliore opportunità, nel nostro sistema bipartitico, per portare avanti l’agenda progressista e cambiare concretamente la vita dei lavoratori».

C’è un problema però: non si riuscirà mai a far coincidere esattamente il mandato di funzionare da megafono dei grandi temi del movimento, da un lato, e quello di agire come una cinghia di trasmissione per far avanzare l’agenda della sinistra nelle istituzioni dall’altro. Per gli elettori e gli alleati, che credono che le idee dei candidati siano quelle che dicono al megafono e che le loro azioni debbano essere di rottura con istituzioni inerti al cambiamento, lo scarto tra queste due funzioni può essere disorientante. Per Michael Kinnucan, attivista dei Dsa, Ocasio-Cortez e le altre star della «Squad» parlano a una platea molto più ampia di qualsiasi collegio elettorale organizzato, perciò possono rappresentare strumenti utili nella strategia di organizzazione del contro-potere (basti guardare alle frotte iscritti ai Dsa arrivati grazie a Sanders e Aoc), ma il problema è che è un po’ come cavalcare una tigre: «Ti muovi velocemente, ma sarebbe una follia pensare di controllarla».

#ForceTheVote

Non che non ci abbiano provato, a domare la tigre. All’inizio dell’anno scorso, Aoc e il resto della «Squad» hanno scatenato le ire degli YouTubers di sinistra e dei loro sostenitori rifiutando di aderire alla campagna #ForceTheVote, che chiedeva di non votare la Democratica Nancy Pelosi come speaker della Camera per costringere i Democratici a mandare in aula la legge sulla sanità pubblica Medicare for All. I sostenitori di questa strategia, come l’ex addetta stampa di Sanders Briahna Joy Gray, pensavano che la «Squad» e i loro alleati al Congresso avrebbero potuto trasformare quell’occasione in uno spettacolo mediatico virale che avrebbe dato slancio alla campagna del Medicare for All e inchiodato al muro i Democratici centristi che non erano disposti ad approvare la legge nemmeno con la pandemia in corso.

L’acceso dibattito che ne è scaturito, tutto incentrato sul senso di un voto procedurale come quello per il presidente della Camera, ha assunto dimensioni smisurate rispetto alle potenzialità dei rappresentanti della sinistra al Congresso. Chi dubitava dell’utilità della campagna #ForceTheVote sosteneva che il senso di avere rappresentanti di sinistra nelle cariche pubbliche è far sì che influiscano sulle leggi reali, non solo sullo zeitgeist culturale: Medicare for All non aveva nemmeno passato un processo di validazione, in aula avrebbe perso per più di un centinaio di voti e la sconfitta avrebbe affossato tutto l’attivismo che aveva animato il movimento. Se infatti consideriamo valida la teoria di Gray per cui «in fin dei conti la motivazione morale di un’azione non richiede alcuna giustificazione strategica», allora eleggere un deputato al Congresso potenzialmente è utile quanto un crowdfunding per una campagna pubblicitaria che veicoli opinioni di sinistra.

Forse #ForceTheVote è diventato quel catalizzatore di critiche che è stato non tanto per lo specifico delle sue richieste, quanto per il timore che l’elemento distintivo di Bernie Sanders, la sua politica radicale anti-establishment, si stesse perdendo nella realpolitik del Congresso. Ora, al di là degli argomenti della sinistra, il fatto che sei giovani deputati alle prime armi non siano riusciti a ribaltare da soli un sistema sanitario da 3,5 trilioni di dollari entro la scadenza del loro primo mandato non significa necessariamente che abbiano tradito la causa e siano diventati delle spie neoliberali. La tesi per cui Ocasio-Cortez è stata addomesticata e cooptata dal Partito democratico si basa su una serie di ragionamenti. In poco più di due anni, la deputata socialista è passata dal partecipare all’occupazione simbolica dell’ufficio di Nancy Pelosi con il Sunrise Movement a regalare la riconferma alla speaker della Camera (che aveva chiamato «mamma orso» in un’intervista) senza ricavarne nulla di utile in cambio. Altra prova portata a suo sfavore, il fatto di aver licenziato il suo primo staff dei Justice Democrats ed essersi circondata da collaboratori standard di Capitol Hill. Nel 2018 aveva dato l’endorsement alla collega radicale Cori Bush, nel 2020 no. Durante il suo secondo mandato, dicono ancora i critici, Aoc ha twittato pochissimo sul Medicare for All e al contrario ha offerto una parte del suo piccolo bottino fondi ai centristi che correvano nei seggi degli Stati in bilico, anche se presumibilmente i donatori che avevano contribuito alla campagna speravano di finanziare una voce critica contro il potere, non qualcuno che avrebbe stornato i soldi ad altri. Alcuni retroscena sulla campagna presidenziale di Sanders dicono che Aoc avrebbe fatto meno eventi di quelli previsti dal suo team, risentita per il fatto che si era scelto di pubblicizzare l’endorsement fatto da Joe Rogan [commentatore televisivo di arti marziali miste e popolare podcaster di idee libertarie, il suo podcast di successo The Joe Rogan Experience è stato al centro di critiche nel 2021 perché diffondeva scetticismo sui vaccini anti-Covid, Ndt] a Sanders e dopo aver ricevuto varie critiche per i contenuti dei suoi discorsi elettorali.

Per Rabin-Havt, tutte queste accuse sono solo «una vagonata di merda». In ogni caso, la demonizzazione di Ocasio-Cortez per «aver lavorato all’interno del sistema» da parte di alcuni fan di Sanders evita di porsi il problema che lo stesso Sanders è un senatore indipendente che è stato per la maggior parte della sua carriera relativamente in armonia con l’establishment Democratico.

Giusta o no, l’idea che Aoc e il resto della «Squad» si siano rassegnati allo status quo e abbiano relegato nel limbo la richiesta fondamentale del movimento progressista statunitense, il Medicare for All, ha continuato a circolare. Il comico Jimmy Dore (tra i primi a intervistare Aoc a metà del 2017, all’epoca della sua prima candidatura) ha infiammato i suoi circa ottocento mila spettatori parlando di #FraudSquad e arrivando a dire che «Aoc è il motivo per cui in America non c’è l’assistenza sanitaria pubblica gratuita».

Il caso Bowman

A fine 2021 il malcontento contro la «Squad» in alcune aree della sinistra è esploso quando Jamaal Bowman, uno dei sei deputati progressisti al Congresso e rappresentante del distretto a cavallo tra il Bronx e la contea di Westchester, ha votato per finanziare il progetto missilistico Iron Dome di Israele e ha fatto parte di una delegazione di funzionari statunitensi che ha incontrato il primo ministro israeliano di destra Naftali Bennett. La sezione Dsa di Madison, Wisconsin, ha chiesto l’espulsione di Bowman dall’organizzazione, sostenendo che le sue azioni erano nocive per la causa della liberazione palestinese. Si sono associate alla richiesta un’altra trentina di sezioni, ma alla fine il comitato politico nazionale del Dsa, dopo un colloquio con lo stesso Bowman, ha votato per non espellerlo.

L’esplosione di questo caso ha messo in luce la diversità di visioni all’interno dei Dsa sulla strategia elettorale. Per David Duhalde, attivista di lunga data, quando si tratta di ricoprire incarichi pubblici è necessaria una certa dose di flessibilità. «Per gente come me l’obiettivo è vincere, costruire potere con gli eletti per portare avanti le nostre politiche, lavorare alle coalizioni per aumentare il peso dei Dsa, non fare i tribuni dell’organizzazione». Naturalmente, può capitare che gli eletti riescano a fare entrambe le cose. Era questo il modello tradizionale dei partiti della classe operaia del resto (sia socialdemocratici che comunisti): ci si aspettava che gli eletti seguissero la linea dei partiti di appartenenza su determinate questioni chiave e in caso contrario potevano essere sanzionati. Nella storia degli Stati uniti se ne trovano un precedente o due. Come il caso di Kshama Sawant, eletta al consiglio comunale di Seattle nel 2014, che da allora ha difeso in modo lodevole gli interessi dei lavoratori della sua città come membro del partito Alternativa Socialista. Sawant si è schierata con #ForceTheVote, rispettando la linea della sua organizzazione.

I Democratic Socialists of America, però, non sono un partito ma un’organizzazione molto più decentralizzata degli altri gruppi della costellazione della sinistra americana. Le sezioni territoriali dei Dsa godono di autonomia e molto è lasciato alla discrezione dei singoli membri. Il risultato di questa struttura è che gli oltre cento iscritti ai Dsa eletti negli uffici statali e locali, o quelli con incarichi significativi nei consigli comunali in grandi centri urbani come Chicago e New York, a volte prendono posizioni che si trovano selvaggiamente in contrasto con quelle dell’organizzazione. Senza una svolta verso il centralismo democratico, non sorprende che il vuoto dei meccanismi formali di attribuzione della responsabilità venga riempito da una girandola di dichiarazioni pubbliche e indignazione.

II primo problema è che questi continui contraccolpi rabbiosi e lo spettacolo mediatico che ne segue rischiano di allontanare i progressisti come Bowman dai Dsa e dalle sue priorità. Espandere l’influenza elettorale guadagnando seggi in organi legislativi più alti o in più distretti significa indiscutibilmente conquistare un numero sempre maggiore di elettori, come anche fondare sempre nuove coalizioni con altre forze politiche.

Bowman è un attivista per la scuola pubblica e sostenitore del Medicare for All, ma è anche un rappresentante di uno dei distretti più ebraici del paese. Secondo una fonte vicina al suo staff, all’epoca della polemica riceveva cinque chiamate al giorno che lo esortavano a sostenere Israele in vista del voto per l’Iron Dome, e neanche una sulla Palestina.

Il compito dei leader, naturalmente, è sopportare le pressioni esterne. I membri che hanno chiesto l’espulsione di Bowman sostengono che una strategia elettorale come quella articolata da Duhalde corre il rischio di diluire l’agenda della sinistra, di tarparle le ali sul nascere. I Dsa non sono proprietari di Bowman, che da parte sua del resto non avrebbe mai firmato un impegno a conformarsi a tutte le risoluzioni approvate dall’organizzazione. Perciò i Dsa non possono realmente sanzionarlo. Tuttavia, si dice, potrebbero comunque prendere una posizione di principio e tagliare i legami con lui, anche se il finanziamento all’Iron Dome è passato con oltre quattrocento voti. Insomma, possono rifiutarsi di salire a cavallo della tigre e cercarsi un altro mezzo di trasporto.

Con e oltre la «Squad»

Il vero problema della «Squad» potrebbe non essere il fatto che i suoi appartenenti non sono abbastanza di sinistra, ma invece che la sinistra negli Stati uniti è ancora piuttosto debole. Al Congresso sono in sei, e anche sui posti di lavoro e nelle comunità non sono in molti a soffiare sul fuoco della lotta di classe.

Una volta Dustin Guastella (dirigente sindacale dell’organizzazione più grande degli Usa, la Teamsters, e collaboratore di Jacobin) mi ha detto che «di fatto, dato il livello relativamente basso di organizzazione politica e civile negli Stati uniti non abbiamo alternative. Non è un segreto. Gli unici movimenti sociali di massa che hanno avuto successo in questo paese, come il movimento operaio e il movimento per i diritti civili, sono stati in grado di consolidare il loro potere quando al Congresso c’erano maggioranze in sintonia con loro».

Ma questa condizione è ancora lontana, e raggiungerla sarà impossibile senza una strategia più ampia. Ogni socialista democratico alla Camera finora rappresenta un distretto urbano profondamente Democratico, dove abitano giovani professionisti istruiti (la demografia da cui la nuova sinistra americana lotta per emanciparsi dal 2016) e non ci è voluto molto a convincerli a spodestare un qualunque dinosauro moderato in carica. È chiaro che il successo della «Squad» dipende anche dall’aver sfidato i Democratici da sinistra e corteggiato una base di professionisti in declino. Questi sei deputati hanno cambiato il panorama politico, ma per instaurare un welfare universale servirà un movimento ampio della working class: i freelance abbonati a Jacobin non sono abbastanza. È fin troppo chiaro che rosicchiare una parte della base Democratica preesistente è una strategia che ha dei limiti, e che quasi tutti i frutti più a portata di mano sono già stati colti.

In definitiva, Ocasio-Cortez e la «Squad» sembrano aver sposato le tesi espresse da Levitz sul New York: hanno reso la politica progressista radicale più popolare all’interno del Partito democratico, combinando appelli basati sull’identità con una robusta analisi di classe che ha spinto a sinistra molti liberal. Ma ci sono poche prove che siano stati in grado di estendere la base oltre questo terreno.

Per dirlo in altri termini, l’idea ottimista che voleva la «Squad» come una versione alternativa all’universalismo di Sanders si basa su un presupposto che finora non si è avverato. Sul piano elettorale, la sfida della sinistra non è ottenere più voti nei distretti già profondamente Democratici, ma vincere in quelli contesi o apertamente Repubblicani, obiettivo che solo la prima campagna di Sanders è riuscita a sfiorare. Se i legami della «Squad» con i Dsa si rafforzeranno o si indeboliranno in futuro dipende dalla nostra capacità di attingere proprio a quella magia della campagna di Sanders del 2016 che ha affascinato la giovane Alexandria Ocasio-Cortez e tanti altri come noi in tutto il paese.

Aoc ha aiutato a rinvigorire il nostro movimento una volta, in un momento cruciale in cui la sinistra ne aveva davvero bisogno. Speriamo sia al nostro fianco anche nella prossima battaglia.

 *Natalie Shure è produttrice tv  e scrive per Atlantic, Slate e Pacific Standard. La traduzione è di Riccardo Antoniucci.