Jacobin Italia

C’è del disagio

20 Febbraio 2019

«Lo sciopero deve fa’ male sennò che sciopero è?», dice un lavoratore mentre i suoi colleghi si vedono, si toccano, si riconoscono. Capisci che funziona quando il problema di uno diventa il problema di tutti

Il ritrovo è al bar, il Via vai a Calenzano. Da lì deve partire il corteo per l’Osmannoro, l’area industriale appiccicata a Firenze, la zona adiacente l’autostrada strategica per la logistica, da dove partono i driver ogni giorno. Il loro quotidiano via vai è fatto di indirizzi sui tablet, di carico e scarico pacchi, di spunte, di bestemmie al traffico, di parcheggi in terza fila. 

Stamani sono lì al bar. Ognuno con la divisa e il marchio. Il marchio dei corrieri. Ce l’hanno sul furgone, sul giubbetto, sul cappellino. Li distingui dai colori. Sono rossi, arancioni, gialli e rossi, rossi e neri, bianchi e neri, marroni. Li vorrebbero competitivi e concorrenti. Qua si mischiano: il bar si riempie di colori che si muovono a chiazze. Qualcuno li guarda tintinnando il cucchiaino nella tazzina del caffè. No, non sono squadre. In realtà il loro lavoro è molto individuale. Quando è che si ritrovano così tutti insieme? Sembrano stupirsi anche loro. Si vedono, si riconoscono, si salutano facendo baccano. Le strette degli abbracci o le pacche sulla schiena fanno un rumore ovattato ma deciso sulle giacche tecniche. È il primo dei due giorni di sciopero proclamati per il rinnovo del contratto scaduto da qualche anno. I due giorni indicati sui volantini, affissi nelle bacheche in capannoni e magazzini, lasciati sul tergicristalli dei furgoni. I due giorni scelti prima del ponte dei morti, che si allunga il disagio, che così si fa, come ha detto Pasquale, lo sciopero deve fa’ male sennò che sciopero è. È il primo dei due giorni di sciopero dove ti vedi, ti tocchi, ti riconosci e il problema di uno diventa il problema di tutti, comincia con quel rumore lì, preciso. Colpi di affetto su giacche che vestono persone che fanno lo stesso lavoro e vivono la stessa condizione. 

Il piazzale antistante al bar si riempie di bandiere e striscioni. Gruppi di corrieri provano a tirarne su uno per misurare la tenuta delle aste. Sono lì nei pressi della polizia. Per un attimo le divise si sovrappongono. Colori che si cancellano. Si illumina tutto. Il sole si sta alzando e il cielo si fa sempre più azzurro schietto. Tante e tanti si aggirano a sistemare stoffe, a togliere le pieghe, a srotolare. Sbocciano caratteri e frasi in un mormorio che si fa folla. Aumentate i vostri profitti cancellando i nostri diritti. Se il pacco vuoi consegnato il nostro contratto va rinnovato. Contro il logorio del city courier contratto nazionale subito. Vogliamo il #contratto subito. 

Arriva anche il furgone che deve aprire il corteo. Bandiere mixer e grosse casse formano l’altare della contestazione. Ci sale su Leandro, sindacalista con quarant’anni di esperienza. Di scioperi ne ha fatti un bel po’. Non è di quei sindacalisti stanchi che ti dicono «Sono 30 anni che vengo in piazza, ora andateci voi». Come se la voglia di cambiare il mondo avesse una scadenza, tipo lo yogurt. O che svanisse come una bibita gassata lasciata aperta. Ad alcuni succede. A Leandro no, non ancora. Prende il microfono, ci batte sopra l’indice per vedere se funziona. Se suo padre avesse creduto nella professione del dj, forse avrebbe vagato per le disco dance di mezza Europa. Invece quella era considerata solo una bravata, un passatempo giovanile. C’era da portare a casa lo stipendio, altro che occhiaie e a letto fino mezzogiorno. Ha trovato da lavorare in un supermercato dove ha fatto il delegato per vent’anni e ora è funzionario nella categoria dei trasporti e della logistica. Il fazzoletto rosso se lo è legato al collo come un cowboy. Il gilet rosso lo ha sopra il giubbotto. Gli è toccato mettersi gli occhiali che da vicino comincia a vederci male. Lunghi anni di speaker alla radio, di teatro e cabaret lo aiutano nello scandire bene la voce. Risuona nel piazzale. «Sistemiamoci per benino che fra poco si parte». Tutti sembrano muoversi a caso e invece si posizionano per formare un corpo unico, lungo e compatto. Ci sono tanti giovani e tanti stranieri. Per molti è il primo sciopero. Lo vedi da una specie di indugio rispettoso negli sguardi. Aspettano segnali. 

«Su le mani!»

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere