Jacobin Italia

Ceuta, Mbappé e il pallone oltre i confini

30 Settembre 2026

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In Spagna hanno cercato di usare il calcio per rilanciare la narrazione sovranista sui migranti. Alcuni campioni del Real Madrid hanno mostrato di non volerci stare

Domenica 20 settembre, sono da poco passate le 16.15 italiane quando al Metropolitano di Madrid prende il via il derby tra Atlético e Real Madrid. La partita finirà 2-1 per i padroni di casa (reti di Grimaldo e dell’ex Juventus David per l’Atlético e di Rudiger per il Real), ma a far discutere sarà quel che accade sugli spalti. Tredici minuti dopo il calcio d’inizio, dal Fondo Sur dello stadio – casa del Frente Atlético gruppo del tifo organizzato dell’Atlético notoriamente di estrema destra – compare uno striscione: «Ceuta es España. Ni se arruga, ni se tapa» («Ceuta è Spagna. Non si accartoccia e non si copre»). 

Per capire il significato di quello striscione bisogna tornare a martedì 15 settembre, quando al Martínez Valero di Elche va in scena la sfida tra i padroni di casa e il Real Madrid. I calciatori delle due squadre entrano in campo indossando una maglietta bianca con la scritta «Todos somos caballas», iniziativa promossa in solidarietà con la popolazione di Ceuta. La parola caballas è il termine con cui vengono indicati gli abitanti della città autonoma spagnola. Tutti la indossano. O quasi. Kylian Mbappé, Vinícius Júnior e Ibrahima Konaté fanno qualcosa che forse nessuno si aspettava: tengono la maglietta ripiegata, impedendo che la scritta sia completamente visibile. Mbappé e Vinícius la tolgono prima del saluto tra le due squadre, mentre Konaté la tiene stretta in mano. 

Il giorno successivo, a seguito delle tantissime polemiche, Mbappé chiarisce la propria posizione: afferma di essere completamente solidale con Ceuta e con tutte le vittime, ma spiega anche di aver voluto rivolgere un pensiero alle persone migranti che hanno perso la vita e a quelle che continuano a vivere condizioni difficili. L’attaccante francese, con quel gesto, ha voluto evitare di scegliere quale sofferenza considerare maggiormente degna di attenzione.

Il gesto dei tre giocatori, però, aveva già incrinato quella che fino a quel momento era stata presentata come una semplice iniziativa di solidarietà, aprendo una discussione sul significato stesso di quella campagna. Del resto, se questa fosse stata davvero soltanto una manifestazione bonaria di solidarietà, il rifiuto di mostrare integralmente il messaggio non avrebbe provocato reazioni così scomposte. Quella maglietta aveva ormai assunto un significato politico ben preciso. 

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Lo hanno confermato – indirettamente – le parole con cui Javier Tebas ha criticato i tre calciatori del Real Madrid sostenendo che si trattasse di un atto istituzionale, accettato dai club nel quale non avrebbe dovuto trovare spazio l’opinione personale dei giocatori. Affermazione fatta nonostante il Real Madrid di Florentino Perez – di certo non un bolscevico – avesse già chiarito di aver lasciato libera scelta ai calciatori sull’aderire o meno a quella campagna.

Un episodio che mostra, ancora una volta, come il calcio non sia affatto separato dalla politica.

Alla fine di luglio, infatti, decine di migliaia di persone avevano attraversato la frontiera tra il Marocco e Ceuta. Secondo i dati riportati in seguito, circa 72.000 persone avrebbero attraversato il confine nei due giorni della crisi, mentre l’organizzazione Caminando Fronteras ha documentato 141 morti nelle giornate immediatamente successive, considerando entrambi i lati della frontiera.

Una crisi migratoria che – come prevedibile – ha avuto un fortissimo clamore mediatico, riportando sotto la luce dei riflettori il rapporto conflittuale tra Madrid e Rabat e la questione della sovranità su Ceuta e Melilla. 

I due territori, sono, infatti, il simbolo della presenza coloniale europea in Africa e, dal 1956, anno dell’indipendenza marocchina, Rabat ne rivendica la sovranità. Due città in cui si manifestano con maggiore evidenza le contraddizioni dell’imperialismo europeo e del sistema degli Stati-nazione. Questioni complesse che hanno lasciato rapidamente il posto alla becera propaganda dell’ultradestra spagnola (ed europea) non appena è esplosa «la crisi».

I migranti (per giunta musulmani) sono tornati a essere la minaccia per l’Europa cristiana in un remake delle crociate mentre «invasione» è diventata la parola chiave attraverso cui l’ultradestra spagnola ha rilanciato la sua propaganda securitaria. Frontiere da difendere, identità nazionale da proteggere e migranti da respingere sono i temi su cui si sta giocando la partita. 

Anche in Italia la vicenda di Ceuta è stata utilizzata in questa direzione, con il governo Meloni che ha annunciato – e messo in atto – misure di controllo sui collegamenti con la Spagna, millantando il rischio di un effetto domino della crisi migratoria, e sospendendo gli accordi di Schengen. 

Nulla di cui sorprendersi né tanto meno di nuovo, «solo» l’ultradestra che prova a svolgere il proprio compito trasformando quella che è una contraddizione prodotta da un sistema politico, economico e sociale fortemente iniquo in una questione di «sicurezza». Così nella propaganda dell’ultradestra, il migrante diventa il nemico visibile verso cui indirizzare la rabbia del popolo e dietro cui nascondere le cause strutturali alla base delle migrazioni, delle guerre, delle disuguaglianze e dello sfruttamento.

A questa narrazione hanno provato a rispondere associazioni, collettivi e movimenti solidali, contestando la propaganda anti migranti e provando a sottrarre alla disumanizzazione voluta dal potere politico e mediatico le oltre cento persone morte. Due visioni diametralmente opposte che, come spesso accade, hanno trovato nel mondo del calcio uno degli spazi ideali dove portare avanti quello che è uno scontro per l’egemonia culturale. 

L’11 settembre l’Asociación Valenciana de Empresarios aveva lanciato la campagna «Todos somos caballas», con l’obiettivo dichiarato di esprimere solidarietà alla popolazione e al tessuto economico di Ceuta. Nel giro di pochi giorni, l’iniziativa aveva trovato, come detto, il sostegno de La Liga di Javier Tebas, che ha difeso pubblicamente la campagna sostenendo che non si trattasse di una rivendicazione politica, e di diverse squadre tra cui Levante, Villarreal, Betis, Elche e Real Madrid che hanno portato in campo una maglietta con su stampato lo slogan della campagna.

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Un messaggio che, nel bene e nel male, non poteva in alcun modo essere ritenuto neutrale né tanto meno privo di conseguenze. A maggior ragione se esposto davanti a milioni di spettatori e spettatrici. Nonostante il potere mediatico voglia convincerci del contrario. 

«Todos somos caballas», del resto, prende una questione complessa e la ricodifica, semplificandola e rimandando a un sentimento immediatamente riconoscibile che ci parla di solidarietà ma anche di appartenenza e identità nazionale.

Un modo per diffondere un messaggio e imporre una determinata visione della società, sfruttando la potenza evocativa e il linguaggio universale del calcio. Il potere, d’altronde, non si conserva soltanto attraverso l’esercizio della forza bruta. Si conserva – e si rafforza – anche quando una determinata rappresentazione della realtà riesce a presentarsi come naturale, spontanea oseremmo dire inevitabile. «Ceuta è Spagna». «Difendere Ceuta significa difendere noi stessi». «Chi mette in discussione quel messaggio sta mettendo in discussione la nostra comunità».

Sono passaggi apparentemente naturali ma attraverso i quali si costruisce un «noi» e, inevitabilmente, un «loro». E il calcio è uno dei luoghi migliori dove costruire e rafforzare questa visione. Lo stadio, in questo senso, diventa uno spazio di produzione ideologica.

Se così non fosse, tra l’altro, sarebbe difficile spiegare quanto accaduto a seguito della scelta dei tre calciatori delle merengues. 

La difesa di Ceuta non è, ovviamente, una prerogativa in sé dell’estrema destra. Come si diceva la questione è complessa e non si può non considerare che esiste una popolazione civile che vive in una situazione difficile e che ha tutto il diritto di essere sostenuta. Ma il modo in cui anche una parte del mondo del calcio ha trasformato questa solidarietà in una parola d’ordine identitaria non può essere trascurato.

Non ci troviamo di fronte a una genuina manifestazione di solidarietà verso Ceuta quanto dinanzi al tentativo dell’ultradestra di costruire e modellare il concetto di identità nazionale attraverso il calcio. Il problema, per chi scrive, non è neanche che la politica utilizzi il calcio. La politica lo ha sempre fatto. Il problema è quale visione del mondo riesce a diventare senso comune attraverso l’utilizzo che la politica fa del calcio.

La destra lo ha capito da tempo. Ha compreso che lo stadio non è soltanto un luogo dove ci si incontra per sostenere la propria squadra del cuore. È uno spazio sociale nel quale è possibile produrre immaginario e fare aggregazione. In poche parole, un luogo dove poter fare egemonia. 

E la questione nazionale, legata al concetto di identità, è una delle questioni su cui l’ultradestra batte maggiormente per trasformare le contraddizioni sociali figlie del sistema capitalista in una continua caccia al nemico in cui lo straniero è costretto, suo malgrado, a interpretare il ruolo del cattivo. Una propaganda che trasforma i confini in sinonimo di sicurezza e la patria nel rifugio immaginario per evadere da una società attraversata da profonde disuguaglianze.

Questa dell’ultradestra è un’operazione ideologica estremamente efficace perché non solo sposta l’attenzione dai problemi strutturali della nostra società ma anche perché riesce a mischiare le carte e rendere meno visibile il vero nemico. Non più sfruttati contro sfruttatori ma «noi» contro «loro».

Così mentre il lavoratore, la precaria, la disoccupata viene invitata a riconoscersi nella propria nazionalità prima ancora che nella propria appartenenza di classe, chi possiede capitale, imprese e potere economico rimane nell’ombra libero di agire indisturbato. E lo fa, anche, sfruttando il linguaggio universale del calcio. 

Perché, come spesso diciamo, il calcio non vive in una bolla al di fuori della società. Il calcio è influenzato dal mondo che lo circonda che, a sua volta, è influenzato da ciò che avviene nel mondo del calcio.

E se la borghesia ha compreso, da tempo, il valore politico del pallone, sarebbe un errore ancor più grave lasciare che siano soltanto le destre a occuparne lo spazio fisico e simbolico. La nostra risposta non può – però – essere una generica quanto illusoria richiesta di «neutralità» che rischia di diventare semplicemente il paravento dietro cui si nasconde l’egemonia di chi ha già il potere di scegliere quali messaggi siano considerati accettabili e condivisibili.

La questione è, dunque, capire quale politica, quale visione e quali valori vogliamo veicolare attraverso il calcio. Perché mentre ci chiedono di scegliere tra Ceuta e i migranti, tra la difesa delle nostre frontiere e chi la attraversa, tra «noi» e «loro», il compito di chi guarda il calcio con gli occhi della classe dovrebbe essere esattamente l’opposto: ricomporre ciò che la propaganda dell’ultradestra vuole rappresentare come naturalmente contrapposto e separato.

*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.

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