Una delle scene più iconiche del cinema working class ha per protagonista una donna. È un’operaia, Norma Rae, interpretata da Sally Field nell’omonimo film del 1978 di Martin Ritt. In una sequenza immortale del cinema americano, smonta in pochi minuti gli stereotipi «muscolari» dell’immaginario collettivo operaio. Nella fabbrica tessile in Alabama dove lavora non c’è il sindacato, si sta alla mercé dei capi squadra, non si contrattano paghe, orari, ritmi di produzione, ambienti di lavoro. Norma Rae ha provato a portare in fabbrica il sindacato. L’hanno minacciata e denigrata. L’hanno fatta passare per una poco di buono e le hanno messo contro i colleghi. Lei incassa. Poi, si ribella. Entra in reparto come una furia. C’è un rumore infernale. Prende un cartello e scrive UNION a grandi lettere. Sale sopra un banchetto e lo alza. Tutti la guardano. Le viene da piangere. Ma resiste. Resta lì, immobile, piccola ma immensa. Piano piano, gli operai e le operaie spengono le macchine. Il rumore diminuisce, fino al silenzio. La fabbrica è ferma.
Nell’immaginario simbolico la lotta ha i muscoli, non la coda di cavallo. E scommetto che non è capitato soltanto a me di sentirmi dire «Hai proprio le palle!». Eppure, per rovesciare i tavoli di trattativa, non servono né palle, né braccia muscolose. Cosa significa, allora, pensare a «un altro genere di sindacato»?
Il sindacato è una organizzazione mista per definizione, perché la sua rappresentanza è generale. La parità di genere, oggi, passa soprattutto da due strade: le quote e la contrattazione di genere. In Cgil, in particolare, questo ha permesso, negli anni, che uomini e donne fossero rappresentate ai vari livelli in modo quasi paritario e che in qualche maniera la contrattazione aziendale, almeno nelle realtà più grandi e femminilizzate, fosse più attenta ai problemi delle donne. Ma basta? No, si può fare molto di più.
Contrattazione di genere
Partiamo dai contenuti. A volte, la contrattazione di genere è una trappola. Le richieste specifiche, soprattutto legate al lavoro di cura, servono perché rispondono ai problemi quotidiani delle donne, ma spesso finiscono per ghettizzarle in quanto madri.
