Jacobin Italia

Chi comanda in città

23 Settembre 2021

La crisi della democrazia su scala locale è la crisi della politica rappresentativa, riassume la difficoltà di governare ed esercitare sovranità sul diamante impazzito dei poteri delle forze produttive e delle forme di vita metropolitane

Nell’era dei flussi e dei luoghi, dell’intreccio tra spazio sociale e spazio digitale, del marketing territoriale e delle mappe online che ti fotografano fin dentro casa, possiamo ancora leggere (e scrivere) le nostre città come se fossero testi. A patto, però, che siano ipertesti. Che queste scritture riescano cioè a dare conto dei rimandi e delle relazioni che si creano tra fenomeni apparentemente diversi e che non appaiano concluse e predefinite. Se con Henri Lefebvre sappiamo che il territorio è lo specchio delle contraddizioni sociali e con David Harvey cogliamo il senso che il salto di paradigma neoliberale ha dato alla gestione di queste ultime, possiamo disporci a riconoscere la crisi della politica sulla scala territoriale e il fatto che questa crisi sia una perfetta rappresentazione delle sfide dei nostri giorni.

Ingovernabili

Il primo tema è quello dell’ingovernabilità. Due eventi, distinti, hanno segnalato all’inizio della scorsa estate la situazione in cui versano le amministrazioni locali di questo paese. Innanzitutto la manifestazione dei sindaci di tutt’Italia, di ogni schieramento politico e di diverse dimensioni, di paesini e grandi città. Denunciavano l’impossibilità di governare i territori con le regole vigenti, tra controlli asfissianti e impossibilità di poter programmare nulla. Il disagio è molto più rilevante di quanto voglia significare il documento presentato dall’Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani, in occasione del corteo dei primi cittadini. Il fatto che la rappresentanza si sia inceppata proprio negli organismi di prossimità dove il rapporto tra eletti ed elettori dovrebbe essere più diretto, è confermato da un altro elemento incontrovertibile anche questo palesatosi negli ultimi mesi: nel corso della fase che ha preceduto la campagna elettorale per le amministrartive del 2021, riguardante oltre dodici milioni di cittadini, tutti gli schieramenti si sono cimentati con grandissime difficoltà a trovare personale politico, uomini e donne disponibili a candidarsi e diventare amministratori locali. I comuni non solo sono considerati sconvenienti, paludi burocratiche in cui restare invischiati da cavilli e infortuni giuridici: non sono neanche più la palestra di chi ambisce a ricoprire ruoli politici nazionali. 

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, ormai quasi trent’anni fa, si ipotizzava un «partito dei sindaci» e si immaginava la possibilità di estendere il modello para-presidenziale dell’elezione diretta del sindaco su scala nazionale. 

Ma è inutile girarci attorno, questo deperimento del ruolo di amministrazione investe anche le sperimentazioni che dal basso avevano condotto all’elezione di candidati corsari nei consigli comunali, sulla spinta di Porto Alegre nei primi anni del millennio, dell’auto-governo e della riappropriazione di nessi amministrativi. Bisogna anzi diffidare dell’elogio dell’efficienza spolicitizzata che oggi contagia tutte le forze politiche maggiori. Come se il ruolo di sindaco fosse quello di un amministratore di condominio, cui è delegato il compito di creare meno problemi possibili e di difendere quella terra di mezzo che si trova tra una proprietà privata e un’altra.

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