Nell’autunno del 2006 Giampaolo Pansa girava l’Italia presentando La grande bugia, il terzo libro della trilogia iniziata nel 2003 con Il sangue dei vinti e proseguita nel 2005 con Sconosciuto 1945, dedicata alla denuncia delle violenze partigiane. Un ciclo di presentazioni iniziato provocatoriamente a Reggio Emilia, dove fu accolto da accese contestazioni, e proseguito tra polemiche tali da permettere all’autore di pubblicarci un altro libro, I gendarmi della memoria nel 2007.
In una delle tappe di questo tour, a Castelfranco Veneto, le presentazioni furono due. Al pomeriggio in una libreria del centro, di fronte a una platea ostile, composta in buona parte da militanti dell’Anpi, compreso l’allora presidente, partigiano combattente democristiano, e di gruppi di sinistra armati di volantini critici nei suoi confronti: Pansa si sperticò in elogi della Resistenza, descrivendo i suoi libri come il doveroso tentativo di segnalare anche le poche pagine oscure di quella grande storia. Alla sera, in un incontro a porte chiuse organizzato da un club privato in un ristorante di lusso, di fronte all’élite politica ed economica locale, l’editorialista de L’Espresso si lanciò invece in una lunga e feroce requisitoria contro la Resistenza e il suo mito, smontandolo appunto come una «grande bugia» messa in giro dai comunisti. L’argomentario era sostanzialmente quello classico della retorica antipartigiana, ben sintetizzato da Chiara Colombini in Anche i partigiani però… (Laterza, 2021): i partigiani come minoranza, la Resistenza come militarmente irrilevante, l’egemonia comunista, la responsabilità delle rappresaglie, i crimini, la «vulgata resistenziale» che ha nascosto la verità per decenni…
L’aneddoto non ha l’obiettivo di giudicare la moralità o la coerenza di Pansa, che peraltro non ha più la possibilità di replicare, bensì di capire il senso politico profondo, anche al di là della sua volontà, dell’operazione a cui ha partecipato. Il pubblico della seconda presentazione, in buona parte, divorava con gli occhi e le orecchie quell’intervento, annuendo e applaudendo spesso e volentieri. Il punto è che quelle cose, buona parte di quel pubblico e della società italiana, le aveva sempre pensate. Ora, finalmente, non solo si potevano dire, ma c’era addirittura uno stimato giornalista di sinistra che le diceva e le scriveva. C’era, in quelle teste che annuivano e in quelle mani che applaudivano tra una portata e l’altra, una borghesia che per decenni, in mancanza d’altro, si era riparata all’ombra della Democrazia cristiana, ma che recentemente si era potuta finalmente scoprire di destra.
L’operazione di attacco coordinato al racconto della Resistenza portata avanti negli ultimi trent’anni da un vasto fronte di soggetti è stata funzionale prima di tutto a questo: a ricostruire uno spazio di legittimità politica per la destra in Italia. Una destra non più fascista, ma di certo, quantomeno, non antifascista.

