Venticinque anni di dominazione fascista – dalla nascita del fascismo nel 1919 alla caduta nel 1943, e poi fino al 1945 (nell’ultima versione di Repubblica sociale) – richiederebbero una ricerca per lo meno su tre generazioni di italiani nelle quali era maturata via via la scelta dell’antifascismo. Nell’affrontare il decennio delle guerre dal 1935 al 1945, mi limiterò però a fare solo qualche accenno agli antifascisti divenuti tali durante il conflitto civile del 1919-1922 e a quelli passati nelle file degli oppositori dal 1922 al 1926, quando con le Leggi Speciali sull’Italia era calata una cappa impenetrabile a ogni voce o manifestazione di dissenso, mentre gli antifascisti erano stati costretti in clandestinità, in esilio o imprigionati nelle carceri e al confino. Alla struttura tentacolare della polizia fascista era stata affiancata una moderna macchina propagandistica, così da realizzare un ben rodato equilibrio tra coercizione e persuasione che non consentiva la diffusione di reti antifasciste organizzate comuniste, socialiste o dei partiti borghesi; o quanto meno ne limitava l’espansione rimasta, secondo i dati riportati da Paolo Spriano nella Storia del partito comunista italiano (Einaudi, 1968), sui 5.000-7.000 aderenti per quanto riguarda il Pci, la più forte organizzazione.
Insegnare la democrazia durante il fascismo
Restava però impossibile persino alla potente Ovra, la polizia segreta dell’era fascista, stroncare del tutto forme di dissenso spontaneo, un compito che diventava più arduo proprio a partire dagli anni Trenta col progredire del progetto totalitario. Le guerre del duce smuovevano infatti le acque stagnanti della società dove si cominciava a formare una nuova leva di antifascisti tra i giovani, cresciuti durante il regime, senza memoria del conflitto civile culminato con la Marcia su Roma. Colpisce la provenienza sociale in larga misura borghese di questa generazione, descritta ne Il lungo viaggio attraverso il fascismo da Ruggero Zangrandi (Feltrinelli, 1962); studenti educati nelle scuole fasciste e poi nelle università, persino quelli selezionati attraverso le gare dei «Littoriali», vere e proprie incubatrici per formare la classe dirigente dello Stato nuovo fascista. A lungo Mussolini aveva voluto ignorare il problema, convinto di aver addomesticato l’intero mondo della cultura che nel 1925 aveva alzato la testa con l’adesione di un centinaio di intellettuali al Manifesto antifascista di Benedetto Croce. Tuttavia dopo qualche anno nel 1931, a rassicurare il duce era stata la larga adesione al giuramento imposto dal fascismo anche ai professori universitari nei cui ranghi, su più di mille ordinari, si contavano solo undici «eroi» che non si erano piegati, perdendo il posto, il lavoro e la retribuzione.
Al contrario della vulgata che ha giudicato con grande severità chi aveva piegato la schiena al dictat mussoliniano, erano stati però due antifascisti di peso, Croce e lo stesso Palmiro Togliatti, a consigliare ai loro amici di fare questo atto formale di sottomissione, un piccolo sacrificio in vista di un fine assai più importante: continuare a insegnare per trasmettere i loro saperi e soprattutto gli ideali di libertà agli allievi, arrivati nelle aule delle università dopo anni e anni di scuole fascistizzate dove si cominciava dall’asilo e dalle elementari a indottrinare i più piccoli con il testo scolastico unico e con slogan del tipo «libro e moschetto fascista perfetto». Nelle accademie erano restati in cattedra il liberale Luigi Einaudi e il comunista Concetto Marchesi, solo per citare tra i tanti i due docenti che si erano rivolti ai loro mentori nel difficile passaggio del giuramento. Le loro lezioni di libertà e democrazia orientavano all’antifascismo gli allievi, molti dei quali, diventati a loro volta protagonisti della cultura italiana nel dopoguerra, hanno lasciato nelle loro memorie una testimonianza riconoscente ai loro maestri.
Nello stesso spirito, anche padre Agostino Gemelli, tra i maggiori esponenti di prestigio della Chiesa e fondatore dell’Università Cattolica di Milano, aveva consigliato di giurare con la riserva di rimanere fedeli ai valori del cattolicesimo romano. Del resto proprio il 1931 viene indicato come una delle tappe che scandiscono la presa di coscienza antifascista di numerosi giovani iscritti alle associazioni cattoliche e in particolare alla Fuci. Lo dimostravano gli scontri tra fucini e guffini (gli studenti della Gioventù Universitaria Fascista); una parentesi tempestosa nel matrimonio di interesse Chiesa-Regime che però cominciava a sfilacciarsi con il progredire della fascistizzazione integrale. La svolta totalitaria preludeva a un insanabile scontro tra la religione della Chiesa cattolica e l’ideologia dello Stato nuovo fascista. E il terreno di questo conflitto si apriva proprio sull’educazione dei giovani, plasmati al culto della nuova religione laica fascista.
