Jacobin Italia

Come si organizza un golpe

18 Marzo 2024

Kissinger si rifiutava di «guardare un paese diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo stesso popolo». Gli sforzi per sconfiggere Unidad popular culminarono nel colpo di Stato dell’11 settembre 1973

Alla fine dell’inverno 1971, sei mesi dopo l’elezione di Salvador Allende e della coalizione di Unità Popolare (Up) guidata dai partiti comunista e socialista, Nixon garantì solennemente all’ambasciatore cileno che gli Usa difendevano la democrazia e l’autodeterminazione: «La strada rappresentata dal programma del vostro governo non è quella scelta dal popolo di questo paese, ma noi riconosciamo il diritto di ogni paese di ordinare i propri affari». Per non essere da meno, anche Kissinger disse che il governo statunitense «non desiderava in alcun modo interferire con gli affari interni del Cile», aggiungendo anzi che il processo di riforma senza precedenti che il paese stava cominciando era «degno di grande ammirazione».

Troppo cinismo anche per gli standard di doppiezza dei politici a stelle e strisce. Com’è noto, infatti, e come fu compreso all’epoca, subito dopo la vittoria di Allende e l’inaugurazione della via cilena al socialismo, le élite statunitensi iniziarono una campagna per «mettere in ginocchio» l’economia di quel paese sottosviluppato. Kissinger, il realista, si rifiutava semplicemente di «guardare un paese diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo stesso popolo». Ma ci volle tempo: anche il potente gigante del nord non poteva rifare la storia del Cile in uno schioccare di dita.

L’ingerenza degli Usa nella politica cilena non era una novità. Nel 1948, Washington aveva contribuito alla decisione del presidente liberale Gabriel González Videla di rivoltarsi contro i suoi alleati del Fronte Popolare e perseguitare i comunisti. Fu allora che Pablo Neruda, militante di spicco e poeta premio Nobel, fuggì per la prima volta dal paese attraverso le Ande riuscendo fortunosamente a salvarsi.

Un quarto di secolo dopo quegli eventi, gli Stati uniti usarono di nuovo i muscoli sul Cile per controllare la regione. Kissinger guidò la campagna per distruggere la strategia democratica di Allende per una riforma radicale. Gli sforzi per sconfiggere l’Up culminarono nel colpo di Stato dell’11 settembre 1973, che portò a una catastrofe umana e sociale che pochi, anche tra i complottisti, avrebbero potuto immaginare. Allende e Neruda non sarebbero sopravvissuti. E nemmeno le migliaia di lavoratori e attivisti che furono assassinati o fatti sparire dal regime di terrore di Augusto Pinochet.

L’ossessione di Kissinger per il rovesciamento di Allende non era dettata da una difesa irriflessa degli interessi corporativi statunitensi. Dopo tutto, Washington aveva imparato ad accettare l’ondata di nazionalizzazioni dichiarate in tutto il sud America, tanto che anche dopo il colpo di Stato che rovesciò il governo dell’Up, i maggiori interessi minerari cileni espropriati rimasero sotto il controllo dello Stato. La sua preoccupazione non derivava nemmeno dai timori per l’espansionismo sovietico o cubano. In seguito alla crisi dei missili di Cuba, i sovietici avevano ceduto l’America latina alla sfera d’influenza incontrastata degli Stati uniti; in effetti, per tutti gli anni di Allende, come Kissinger e la politica estera statunitense sapevano, Mosca non avrebbe permesso che il cammino del Cile verso il socialismo rovinasse la sua distensione con gli Usa.

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