Premessa algebrica: la traccia di una matrice quadrata è la somma di tutti gli elementi della sua diagonale principale. Esiste anche un teorema molto importante, detto spettrale, che garantisce alcune proprietà delle matrici di cui sopra. Questo per dire che il linguaggio passa da campi del sapere ad altri, lasciando strane e sinistre analogie.
Matrice
La storia del colonialismo italiano è lunga quasi un secolo, attraversando l’italietta giolittiana, l’italiaccia fascista e l’Italia repubblicana. Dall’acquisto della baia di Assab da parte del missionario Giuseppe Sapeto, per conto della compagnia di navigazione Rubattino, nel 1869 al termine, nel 1960, dell’Afis, Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia. Una persistenza, quella del colonialismo, ben più lunga del ventennio fascista eppure, a oggi, si parla tanto e giustamente di fascismo/antifascismo ma poco e male di colonialismo. Il colonialismo è, in sostanza, una matrice che continua a produrre punti irrisolti della nostra contemporaneità. Se si eccettua il fiorire di letteratura (da Cristina Alì Farah a Marilena Delli Umuhoza, passando per i romanzi coloniali di Andrea Camilleri o le distopie di Enrico Brizzi) il discorso pubblico sul colonialismo è praticamente inesistente. Nei film solo prodotti scadenti: dalla trasposizione del bel romanzo di Flaiano, Tempo d’uccidere, all’ultimo Monicelli, Le rose del deserto, addirittura imbarazzante. Discorso a parte merita invece Luca Guadagnino, con Inconscio italiano. Documentario molto interessante del 2011: una prima parte di interviste fra cui Angelo Del Boca e Ida Dominijanni; una seconda con materiale dell’Archivio Luce di repertorio sulla colonia. Il documentario ha avuto vicissitudini distributive complicate: a segnare, una volta di più, quanto il colonialismo debba essere rimosso dall’inconscio italiano e debba stare, per rimanere alla famosa metafora di Freud, sotto l’acqua del tranquillo mare nostrum. Il mare, appunto, in cui a morire sono spesso quelle popolazioni del Corno d’Africa dove più lungo e spietato è stato il colonialismo italiano. La presente analisi si limita geograficamente qui; non è pleonastico ricordare che anche Grecia, Libia, Albania, Jugoslavia e financo l’Alto Adige abbiano subito processi coloniali altrettanto violenti.
Prima traccia: Mahaddei Uen, Somalia
In una vecchia mappa coloniale si vede un villaggio, l’organizzazione urbanistica è dettata da quella «linea del colore» in stile apartheid: colonizzatori, ascari e indigeni. In questo villaggio, Mahadaay Weyn (italianizzato in Mahaddaei Uen) nacque, il 23 settembre 1923, Giorgio Marincola da Giuseppe, militare italiano, e Aschirò Assan, donna somala. Giorgio venne poi in Italia; allievo di Pilo Albertelli, ha aderito alla Resistenza, rimanendo ucciso nell’ultima strage nazista in territorio italiano, a Stramentizzo, il 4 maggio 1945. La storia di Giorgio, raccontata in Razza partigiana (Iacobelli, 2008) e grazie al progetto transmediale portato avanti con la Wu Ming Foundation, ha innescato una serie di altre opere riguardanti partigiani neri, fra cui il lavoro di Mauro Valeri su Alessandro Sinigaglia (Negro, ebreo, comunista, Odradek, 2010) o Partigiani d’Oltremare di Matteo Petracci (Pacini, 2019). Biografie, in sostanza, che uniscono l’elemento coloniale all’esperienza partigiana. In questo senso l’immagine più iconica, nonché scena davvero memorabile, è in Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Il film (che ci ha spiegato tutto su Salò e sul fascismo) rappresenta l’uccisione di un partigiano reo di fare l’amore con «la serva nera» interpretata dall’attrice italo-eritrea Ines Pellegrini. La scena, non a caso, è l’unica in cui il sesso è conoscenza, confidenza, affetto e non veicolo di sadismo e torture come nel resto della pellicola.
