«0 esprime niente, 1 pessimamente, 2 assai male, 3 male, 4 assai poco, 5 poco, 6 mediocremente, 7 quasi bene, 8 bene, 9 quasi ottimamente, 10 ottimamente».
È con questo elenco di voci che fa il suo esordio il voto nel panorama scolastico italiano. Siamo nel 1851 e prima di unificare l’Italia il Regno di Sardegna si decide a uniformare il sistema di valutazione del profitto della scuola primaria. La Circolare citata – poi estesa al Regno d’Italia – rappresenta la prima versione di quella litania che caratterizza ancora oggi il lessico valutativo impiegato da una parte non irrilevante di docenti (al netto di variazioni di natura esclusivamente lessicale e fatta eccezione per la scomparsa di «0 esprime niente»). L’introduzione del voto – ovvero di quella sintesi ordinale, numerica o non numerica, che esprime il livello di apprendimento conseguito – serve a uniformare la rendicontazione del profitto finale in una scuola caratterizzata da una notevole eterogeneità organizzativa e didattica. La capacità di standardizzare gli esiti della valutazione rende il voto necessario (e obbligatorio) nei documenti finali (come le pagelle), mentre il suo uso è del tutto facoltativo nel corso della didattica quotidianamente svolta in aula.
Il voto è un elemento emerso piuttosto recentemente nella plurisecolare storia educativa vissuta dall’umanità e risponde a esigenze di natura rendicontativa e selettiva. Dal punto di vista rendicontativo, il voto consente di certificare gli esiti degli apprendimenti conseguiti al termine di un periodo d’istruzione. Dal punto di vista selettivo, o meglio meritocratico, il voto consente di graduare la valutazione in modo da razionalizzare il successivo percorso di istruzione o quello lavorativo destinando i diversi soggetti a istituti o impieghi coerenti con gli esiti certificati.
Questa duplice funzione del voto trova nella normativa scolastica italiana una sostanziale convergenza. Leggi e circolari ministeriali fanno infatti esplicito riferimento all’uso del voto esclusivamente nella valutazione periodica e finale (scheda di fine quadrimestre e di fine anno) e negli esami di Stato. La valutazione in itinere – che ha funzione educativa – è invece lasciata all’autonomia di scuole e docenti: nessuna legge dispone né ha mai disposto alcun «congruo numero di voti» (una sorta di leggenda nera usata da dirigenti e docenti per giustificare la tendenza a impiegare il voto quotidianamente in classe). A differenza della valutazione periodica e finale, la valutazione in itinere – normalmente basata su colloqui e attività svolte in aula nel corso della didattica – non è vincolata al voto e spetta a chi insegna decidere come comunicarla.
E allora, considerato che il voto non è legato a un’esigenza di natura educativa, per quale motivo viene tanto utilizzato nella valutazione in itinere, che dovrebbe essere invece, stando alla normativa, finalizzata non alla rendicontazione né alla selezione, ma al miglioramento dell’apprendimento?

