Domenica scorsa si sono svolte in Portogallo le prime elezioni politiche dopo quattro anni di un governo insolito, noto come «l’aggeggio» (la geringonça in portoghese) e ideato nel 2015 dal Partito Socialista (Ps), dal Bloco de Esquerda (Be), e dal Partito Comunista Portoghese (Pcp).
Con grande sorpresa di molti osservatori, questo accordo parlamentare è rimasto in piedi per un intero mandato, e il premier António Costa (Ps) si è presentato al voto lodando i risultati del suo partito in quanto forza di «stabilità». Parlando del successo ottenuto nelle elezioni di domenica scorsa, Costa ha suggerito la possibilità di rinnovare un simile accordo durante il prossimo mandato.
Eppure, anche se gran parte della sinistra internazionale considera il «pluralismo» del governo portoghese come un modello da seguire, questa soluzione insolita (in cui il Bloco de Esquerda e i comunisti forniscono appoggio esterno ai socialisti in carica) è stata dettata dal contesto tutto particolare emerso nel periodo successivo alla crisi. Ma, come hanno dimostrato i risultati delle elezioni di domenica scorsa, non è necessariamente una soluzione sostenibile.
Negli ultimi quattro anni di geringonça il Ps è riuscito a rivitalizzare la propria immagine grazie a una serie molto limitata di progressi nelle politiche sociali. Ma rispetto al 2015, e in tandem con la crescita dei socialisti, oggi c’è molto meno dibattito sui grossi problemi strutturali che l’economia portoghese si troverà ad affrontare. Quale che sia la percezione dei successi ottenuti dalla geringonça negli ultimi quattro anni, la capacità della sinistra di influenzare il prossimo governo è in realtà molto diminuita.
I risultati
I risultati di domenica scorsa ci dicono principalmente tre cose. Il Ps ha chiaramente vinto, la destra ha chiaramente perso, e il Portogallo si trova di nuovo in una situazione in cui il risultato delle elezioni non indica esplicitamente un nuovo governo.
Nel voto di domenica il Ps è risultato il primo partito con il 36,7 percento dei voti – in crescita rispetto al 32,4 percento delle precedenti elezioni – aggiudicandosi venti seggi in più in parlamento. Per la verità, con i suoi 106 deputati il Ps è a dieci seggi dall’avere la maggioranza assoluta. Meno bene è andata agli altri due partiti della geringonça. Il Bloco de Esquerda è passato dal 10,2 al 9,7 per cento, perdendo circa 57 mila voti, ma ha mantenuto i suoi 19 deputati, mentre la Cdu (la coalizione elettorale di Pcp e Verdi) è scesa dall’8,3 al 6,5 per cento, perdendo 115 mila voti e cinque deputati.
I risultati sono stati altrettanto disastrosi per i rivali del Ps nella destra portoghese. Il Partido Social Democrata (Ps) di centro-destra è crollato dal 36,9 per cento del 2015 (quando si presentò insieme ai conservatori del Centro Democrático Social, Cds) al 27,9 per cento. Presi insieme, questi partiti hanno perso ben 25 seggi. Gli altri grandi vincitori delle elezioni sono stati gli ambientalisti liberali del Pan (Persone-Animali-Natura), che hanno ottenuto quattro seggi (salendo dall’1,4 al 3,3 per cento).
I risultati sono inoltre caratterizzati dall’arrivo in parlamento di tre nuovi partiti, tutti e tre poco sopra l’1 percento e con un deputato a testa: Iniciativa Liberal (un nuovo partito liberale), ma anche Chega (il primo partito populista di ultra-destra in parlamento), e Livre (un partito social-democratico legato al Diem25 di Yanis Varoufakis, e il primo partito a presentare una donna nera come candidata principale). Il fatto che lo storico exploit di questi ultimi partiti sia avvenuto in simultanea ci parla delle tensioni politiche di un paese che deve fare i conti sia con le rinnovate tendenze razziste sia con un nuovo movimento anti-razzista. È la composizione più variegata che il parlamento portoghese abbia conosciuto nella sua storia recente. Ma il voto ha anche sottolineato una crisi di partecipazione, con il 45,5 per cento di astensione – superiore al 43 per cento dell’ultima tornata.
Le reazioni dei leader di sinistra e di centrosinistra ai risultati delle elezioni sono state simili, ma con sfumature differenti. Il primo ministro uscente e leader del Ps António Costa ha insistito sul fatto che la soluzione governativa precedente gode del supporto popolare e gli elettori vogliono che continui, ma con un Ps più forte. Concentrandosi sulla stabilità politica, Costa vorrebbe proseguire con la soluzione attuale ma rafforzando il ruolo del suo partito. Ha anche affermato di voler allargare la geringonça a Pan e a Livre.
Anche Rui Rio, il leader del Psd, ha dichiarato la propria disponibilità a discutere di un prossimo governo con Costa. Catarina Martins, leader del Be, ha insisto sulla «disponibilità» del partito a negoziare sia un accordo a lungo termine, sia un accordo annuale (basato sulle leggi finanziarie). Jerónimo de Sousa ha dichiarato la disponibilità del Pcp, ma in maniera diversa: i comunisti, che negli ultimi quattro anni sono stati i più danneggiati per le loro posizioni, sono ancora disposti a negoziare con il Ps, ma sulla base di singole leggi. In realtà, il risultato elettorale apre a numerose possibilità matematiche, che diventeranno via via più chiare nel corso delle prossime settimane.
Una nuova Geringonça
I risultati delle elezioni e la battuta d’arresto della sinistra fanno sorgere spontanea una domanda: l’accordo della geringonça è davvero un modello da seguire? È stato detto molto su quest’esperienza di governo, ma vale la pena ricordare un po’ di numeri e fatti. Prima di tutto, non è stato un governo della sinistra, ma un governo social-liberale che, con il supporto parlamentare della sinistra, ha implementato alcune politiche sociali. Cogliere questo aspetto è fondamentale se si vuole davvero discutere delle implicazioni politiche di una soluzione del genere. Nel concreto, si è trattato di un governo che ha deciso di perseguire la ripresa economica dopo quattro anni di dure politiche d’austerità, ma che non ha mai avuto un programma anti-austerità.
Ovviamente, grazie alle pressioni della sinistra, il governo socialista ha varato alcune misure molto importanti: l’aumento del salario minimo e delle pensioni, il reintegro delle paghe dei lavoratori del settore pubblico dopo precedenti tagli, la reintroduzione delle ferie di quattro giorni e della settimana lavorativa di trentacinque ore per i lavoratori del settore pubblico, l’inversione del processo di privatizzazione in alcune aziende del trasporto pubblico, e misure sociali come libri gratuiti per gli studenti, abbonamenti ai trasporti più economici nelle aree urbane, e coperture sociali migliori per bambini e disoccupati di lungo corso.
Queste misure, tuttavia, sono state possibili solo grazie allo spazio limitato di intervento garantito dalle istituzioni europee: una sorta di premio per una nazione vista come «prima della classe» nell’aver applicato le misure d’austerità, idealizzata come storia di successo in contrasto con la Grecia. Questo spazio di intervento, concesso al governo dopo aver riconosciuto alle finanze statali di aver rispettato le regole europee, è stato anche lo strumento che il Ps, tradizionale partito socialdemocratico quasi morente, ha utilizzato per rinnovarsi. La ripresa è stata inoltre favorita da fattori circostanziali – e difficilmente duraturi – come il crollo del prezzo del petrolio (decisivo per un’economia basata sulle importazioni), l’aumento dei consumi interni (dovuto a un piccolo aumento del reddito, così come alla fine delle misure di austerità) e quello delle esportazioni, inclusi servizi come il turismo, che ha conosciuto un notevole incremento.
Ma la verità è che non è stato fatto nessun cambiamento strutturale. Il Portogallo è ancora uno dei paesi europei più iniqui in termini di distribuzione del reddito. Le tasse indirette sono incredibilmente alte, la quota salariale del Pil è ancora molto al di sotto dei livelli pre-crisi (al 61,1 percento) e malgrado il tasso di disoccupazione sia sceso dal 12,4 percento del 2015 al 6,7 percento odierno, secondo dati ufficiali (i dati non ufficiali ci raccontano una storia molto più complessa) l’impiego nel settore pubblico è ancora inferiore rispetto al 2011 (37,706 persone in meno). Nel frattempo le leggi sul lavoro della Troika sono rimaste inalterate, nel 2016 l’investimento pubblico ha toccato il punto più basso nella storia democratica del Portogallo e, rapportato al Pil, è ancora la di sotto dei livelli pre-crisi. Ciò si è tradotto in un pesante sottofinanziamento dei servizi come la sanità e l’istruzione, un aumento dei lavori precari, e in numerosi salvataggi di banche non soggette al controllo pubblico.
Come ulteriore elemento di preoccupazione, c’è da sottolineare che il problema del debito pubblico – cruciale nel dibattito portoghese del 2015 – è stato completamente assente nella campagna elettorale del 2019. Questo perché i tassi di interesse sono di poco positivi, e il programma di quantitative easing implementato dalla Banca Centrale Europea (Bce) ha assorbito la gran parte del debito. Ma la camicia di forza rappresentata dal debito è ancora opprimente: pur essendo passato dal 130,6 per cento del Pil del 2014 al 121,5 per cento della fine del 2018, impone ancora limiti serrati a qualsiasi decisione fiscale autonoma o democratica.
Gli ultimi quattro anni sono stati anche segnati da una grave crisi abitativa e da un’enorme ondata di scioperi in tutti i settori. Tutto questo significa che il paese è in realtà molto più vulnerabile oggi alle fluttuazioni economiche esterne di quanto non lo fosse nel periodo 2007-2008, per via di un sistema bancario più debole, bassi investimenti pubblici, lavori più precari, e del fatto che settori alcuni strategici dell’economia sono ancora in mani private. Il Portogallo non è un esempio di successo, come sostengono molti liberali. È piuttosto una storia di rispetto delle regole europee, che è servita a rivitalizzare l’immagine della stessa Unione Europea in periodo di Brexit, e ha contribuito all’illusione che fosse possibile uscire dall’austerità rimanendo all’interno dei vincoli europei.
E adesso?
In realtà, la campagna elettorale ha per lo più evitato di trattare i principali problemi del paese. Non c’è stato nessun dibattito sostanziale sul sistema finanziario, l’Unione europea, l’euro, o il debito. Dato che tutti si aspettavano una composizione parlamentare variegata e dunque la necessità di fare accordi, sono state poche le linee di confine nette tracciate dai partiti, molto cauti nel definire concretamente dei punti da inserire in un eventuale accordo di governo.
È importante sottolineare che la sinistra – soprattutto il Pcp e il Bloco de Esquerda – non ha vinto, né in termini di influenza sul dibattito pubblico né a livello di supporto elettorale. In realtà, i due partiti hanno perso, a livello di percentuale di voti, di numero assoluto di elettori e (nel caso del Pcp) anche di seggi in parlamento. Questo significa che il rapporto di forze per negoziare un nuovo possibile accordo è ancora più sfavorevole alla sinistra di quanto non fosse nel 2015. Ed è per questo che una nuova versione della geringonça – malgrado sia percepita come un’esperienza positiva – renderebbe ancora più fragile la sinistra.
Il Ps – così come molti suoi corrispettivi europei – è il partito che si è impegnato di più ad applicare le politiche neoliberiste nella storia democratica del Portogallo, con l’eccezione dei quattro anni di Memorandum nel 2011-15 sotto il governo di centro-destra del Psd.
Il motivo per cui le cose sono andate diversamente con la geringonça non dipende da un cambiamento nella natura del Ps, ma dal fatto che ha cercato di rinnovarsi per evitare «l’effetto Pasok» – il collasso del suo partito gemello greco dopo anni di austerità. Nel 2015, persino dopo quattro anni in cui la coalizione di centro-destra aveva imposto politiche durissime, il Ps non era veramente riuscito a strappare il primo posto ai partiti di governo. Ma i risultati di domenica, che indicano un chiaro rafforzamento del Ps, rendono la situazione politica odierna molto diversa da quella del 2015. Questa è un’altra delle ragioni per cui oggi la sinistra difficilmente potrebbe insistere su cambiamenti strutturali che non ha avuto la forza di imporre nei quattro anni precedenti.
Le possibilità aritmetiche del nuovo governo sono molteplici – e impossibili da prevedere, almeno al momento. Il fatto che i comunisti del Pcp vogliano all’apparenza ritirarsi da una nuova geringonça mette in difficolta il Bloco de Esquerda, che non vuole lasciare spazio a un’opposizione di sinistra guidata dal partito col legame più forte (per quanto indebolito) con i sindacati.
Persino il Psd di centro-destra è disposto a negoziare (in realtà, alcune delle misure centrali del governo uscente come le leggi sul lavoro si sono appoggiate ai voti della destra, usati dal Ps per battere l’opposizione da sinistra). Non bisogna nemmeno escludere la possibilità che il Ps adotti una linea simile a quella del suo partito gemello spagnolo, il Psoe di Pedro Sánchez. Secondo questa logica, il Ps potrebbe rifiutarsi di fare concessioni alla sinistra, producendo l’instabilità politica necessaria ad indire nuove elezioni e puntare alla maggioranza assoluta.
La trappola qui, per i partiti che rifiutassero un possibile accordo, sarebbe quella di trovarsi relegati ai margini e contemporaneamente dover sostenere una temporanea battuta d’arresto a livello elettorale. Il Ps ha rafforzato la sua posizione ma sa bene che ogni mossa sbagliata potrebbe condurlo in una situazione incerta. Il processo iniziato lunedì va ben oltre le negoziazioni: è più simile a uno «scaricabarile» per decidere di chi sarà la colpa se le negoziazioni non dovessero funzionare. Questa è la situazione che la sinistra ha creato per sé stessa, e nella quale oggi si trova intrappolata senza soluzioni all’orizzonte.
*Catarina Príncipe è un’attivista del movimento sociale portoghese. Fa parte del Bloco de Esquerda e una collaboratrice di Jacobin. È co-redattrice di Europe in Revolt.
Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Gaia Benzi.

