Sono passati ormai quasi dieci anni dalle prime proteste «italiane» dei rider. In breve tempo, dallo sciopero dei rider torinesi di Foodora nel 2016 si sono susseguite iniziative di mobilitazione nelle più grandi città metropolitane come Milano, Roma, Bologna e Napoli, facendo crollare il castello di carta costruito dalle piattaforme e dando vita a un rapido moltiplicarsi di esperienze di sindacalismo informale lungo tutta la penisola.
Proprio dove era meno atteso, tra le «nuove» economie digitali dominate dal management algoritmico, gruppi di lavoratori, spesso con poche risorse a disposizione, hanno recuperato vecchie pratiche sindacali come il mutualismo per affrontare insieme le difficoltà di un lavoro senza tutele e per sfidare il potere delle piattaforme.
Così, i rider sono diventati in questi anni il simbolo sia dei rischi della digitalizzazione del lavoro che del riscatto nei confronti di decenni di precarizzazione. Sta in questa ambivalenza il senso dello slogan più utilizzato dai rider italiani, quel «non per noi ma per tutti» che ha fatto riconoscere nella loro mobilitazione non solo il mondo del lavoro più tradizionale, impaurito dagli effetti di una rivoluzione tecnologica mai così pervasiva, ma anche intere generazioni di lavoratori e lavoratrici precarie. A distanza di quasi dieci anni, però, cosa è rimasto di tutto ciò?
Il successo
La mobilitazione dei rider non è stata l’unica a cui abbiamo assistito nelle periferie delle tutele del lavoro. Se si è ritagliata uno spazio così forte nel nostro immaginario è grazie alla sua efficacia, alla sua capacità di ottenere un’attenzione istituzionale senza precedenti. Tanto le amministrazioni comunali, quanto i governi nazionali e, solo qualche mese fa, anche l’Unione europea, nel corso di questo decennio hanno infatti dato vita a una difesa del lavoro in una delle frontiere decisive, che solo fino a qualche tempo fa sembrava impensabile. Non solo, in supporto alla mobilitazione dei rider abbiamo visto anche i sindacati confederali, solitamente diffidenti nei confronti delle esperienze di autorganizzazione dei lavoratori, ma che in questo caso hanno invece riconosciuto i limiti strutturali di un settore come il food delivery e messo a disposizione della mobilitazione la propria autorità contrattuale.
