Jacobin Italia

Da Tangentopoli al populismo

18 Marzo 2024

C’è un nesso tra la presunta rivoluzione giudiziaria che ha spazzato via i partiti della Prima Repubblica e lo sbocco reazionario attuale: è l’idea che la politica debba lasciare il posto alla legalità e agli uomini della provvidenza

«Il populismo penale è funzionale al populismo politico. Il suo paradigma – il diritto penale del nemico – è in perfetta sintonia con la tendenza del populismo politico a definirsi sulla base di nemici». Con queste parole Luigi Ferrajoli, giurista e teorico del garantismo di sinistra, traccia una linea inequivocabile tra i due fenomeni politici che hanno caratterizzato l’Italia degli ultimi trent’anni: il giustizialismo quale sbilanciamento dell’equilibrio dei poteri (e della costruzione del discorso pubblico) sull’azione salvifica della magistratura penale e il populismo come forma di costruzione del consenso sulla base dell’identificazione di nemici da combattere ed escludere.

Ci sono voluti  trent’anni, dunque, e il cerchio si è chiuso: dai giovani del Msi che assediano simbolicamente il Parlamento in nome della lotta alla corruzione al governo della destra di Giorgia Meloni. In mezzo: lo scontro tra magistratura e politica e il duello tra Berlusconi e le procure, le leggi ad personam, le «emergenze  sicurezza» e il garantismo solo per i privilegiati, il boom del grillismo contro la cosiddetta Casta e il governo del Movimento 5 Stelle con la Lega, il partito dai bilanci commissariati dalla magistratura e dei 49 milioni di euro da restituire allo Stato (partito, giova ricordarlo, che nel 1992 fece il suo debutto in Parlamento agitando un cappio sotto il naso dei vecchi schieramenti politici decimati dalle inchieste). 

Il governo della paura

Conviene, tuttavia, abbandonare la limitata prospettiva italiana per cogliere alcuni aspetti profondi e uscire dalla visione (spesso angusta, oltre che smentita dal deperire della democrazia rappresentativa anche negli altri paesi occidentali) dell’Italia come «anomalia». Il criminologo statunitense Jonathan Simon, ad esempio, ha ricostruito ne Il governo della paura (Raffaello Cortina, 2008) il rapporto tra politica e legalità fin dagli anni Sessanta. Se già la paura (da Hobbes in poi) rappresenta un sentimento chiave per comprendere la nascita della sovranità moderna, la specifica paura della criminalità assume in questa lettura un ruolo politico decisivo. Man mano che cresce la paura, osserva Simon, il senso di appartenenza delle persone a una specifica comunità si sfilaccia, si allentano le appartenenze e la solidarietà di classe. Il cittadino tende di conseguenza a fare appello alla legge penale e alla prigione. Le manette, da questo punto di vista, rimandano a immagini ancestrali, pre-politiche, ma sono legittimate dall’articolata macchina della repressione, la polizia e i giudici, in grado di rassicurare sia per la loro semplicità che per la ramificata struttura fatta di ermellini e uomini in divisa. Quest’analisi si basa sull’idea del «governo attraverso la criminalità», da intendersi quale «nuovo paradigma di governance incentrato sull’individuazione, sulla prevenzione e sulla neutralizzazione del rischio criminale come elementi costitutivi dell’azione di governo a ogni livello e in ogni contesto».

Ne deriva uno stile di azione politica che Simon definisce «complesso accusatorio»: diventa predominante la logica accusatoria tipica del pubblico ministero, perché il fine ultimo dell’amministrazione della cosa pubblica è difendere la società dal crimine. 

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