Vera Gheno è una sociolinguista, accademica, saggista e traduttrice specializzata in comunicazione digitale. Si occupa da molti anni di sessismo e di inclusività nella lingua italiana. È spesso indicata tra coloro che promuovono l’uso dello schwa come desinenza neutra da usare al posto del maschile sovraesteso, una scelta che è stata oggetto di accese critiche dal mondo della politica e dell’accademia mentre ha avuto un’accoglienza virale nelle comunità Lgbtqi+. In quest’intervista le abbiamo chiesto le ragioni per cui è importante lavorare per una società inclusiva in un contesto diseguale come quello italiano, dove ogni tentativo di contrastare privilegi millenari viene accolto con una levata di scudi.
Partiamo dall’inizio e cioè dalla relazione tra linguaggio e diseguaglianze. Cosa c’entra il linguaggio con le diseguaglianze?
Per millenni, è stato dato per scontato che i poveri parlassero male. Nessuno si era mai occupato delle competenze e delle capacità comunicative degli schiavi o dei paria nelle culture ancora rigidamente divise in classi. Tra le tante cose che ancora oggi diamo per scontate c’è che chi è povero per forza di cose comunichi peggio degli altri. La sociolinguistica, invece, si basa sull’idea che questa disparità di competenze non sia scontata. Negli anni Sessanta del Novecento William Labov, uno dei padri della nostra disciplina, fu tra i fondatori della sociolinguistica studiando il modo di comunicare degli afroamericani nei ghetti delle grandi città degli Stati uniti. La conclusione di Labov era che a un contesto e a un livello socioculturale deprivato di stimoli corrispondesse una comunicazione povera. Quindi, quando non c’è esposizione a stimoli culturali variegati, in un contesto isolato e senza relazioni diversificate, le competenze comunicative sono più scarse. Questo genera un circolo vizioso: più le competenze comunicative sono scarse, minori sono le possibilità di accedere a carriere lavorative e a scuole migliori. In Italia forse non ce ne rendiamo conto, però in molti paesi il discrimine fra chi è dentro il sistema e chi è fuori si crea sin dalla scuola, quando esiste una discriminazione molto forte fra figli di poveri e figli di persone più benestanti che possono scegliere scuole migliori. Se arrivi da un contesto socioculturale povero, le tue aspettative di successo e quindi anche di evoluzione sociale e culturale sono ridotte. Questo dato di fatto può essere sfruttato in vari modi: lo si può usare per confermare una visione classista della società e abbandonare i poveri al loro destino, oppure fare come ha fatto ad esempio Don Milani, che era convinto che il mondo lo avrebbero rivoluzionato i poveri studiando. «Volete fare la rivoluzione?», diceva, «Imbracciate la penna e il libro e imparate a comunicare».
Uno dei motivi per cui mi piace la sociolinguistica è che si può partire da questa constatazione per far sì che gli stimoli culturali arrivino anche laddove normalmente non arrivano, in modo da permettere un’emancipazione, che non significa parlare bene, ma avere una proprietà comunicativa tale da farsi valere in una società che è fortemente incentrata sulla comunicazione. Si parla spesso di società della comunicazione, ma chi non sa comunicare, in un certo senso, rimane ai margini. Nella linea di pensiero di Don Milani si è innestato in seguito Tullio De Mauro, che sentiva fortissimo il bisogno di un’educazione linguistica democratica che permettesse di agire con la lingua in tutti i contesti che servono nella vita, da quello sentimentale a quello lavorativo a quello legale e così via.
In questo quadro generale, come si inserisce la questione specifica del linguaggio inclusivo?
