Jacobin Italia

Delinquente è il conflitto sociale 

5 Settembre 2025

Un reportage narrativo sulla Torino che criminalizza le lotte. Mentre Askatasuna cerca di sfuggire alla tenaglia repressione-normalizzazione

Alle 8.50 di lunedì 31 marzo nel controviale di corso Vittorio Emanuele, davanti al tribunale sono già parcheggiate tre camionette, due dei carabinieri e una della polizia. Nei loro pressi ci sono una dozzina di carabinieri che chiacchierano. All’ingresso principale, altra polizia in borghese. A far da controcanto ai mezzi delle forze dell’ordine ci sono i pullman di linea attorno cui si assiepano i viaggiatori che fin dalla prima mattina affollano l’autostazione di Torino, dall’altro lato del corso. C’è calma, ma solo apparente. Torino si è affacciata alla primavera con un caldo illusorio d’estate. Chi abita in questa città da qualche tempo si accorge presto della ripetitività di quest’anomalia primaverile. In questa giornata tanto anomala quanto riconoscibile il palazzo di giustizia ospiterà un processo analogamente esemplare e ordinario. Alle 11 di oggi, infatti, verrà emesso il verdetto di primo grado del processo «Sovrano». Ventotto persone imputate, tutte parte dell’autonomia torinese o del movimento NoTav, e una richiesta complessiva di 88 anni di carcere. Per sedici di loro, si ipotizza l’accusa di «associazione a delinquere», con «sede» presso il centro sociale Askatasuna, da cui avrebbero pianificato le loro azioni e messo a punto le strategie migliori per raggiungere i propri fini: compiere delitti nell’ambito delle manifestazioni di conflitto sociale nell’area metropolitana torinese e in Val di Susa. Vicino l’entrata del tribunale iniziano ad aggregarsi i primi astanti del presidio convocato, in avanscoperta a tastare il terreno. Portano occhiali da sole che censurano le occhiaie, hanno le facce dure e i moschettoni che fanno trillare in continuazione le chiavi; si riconoscono tra loro e si danno piccole pacche sulla spalla, dolci e tese per la giornata. 

Il centro sociale viene ritenuto una delle fonti di denaro per finanziare le attività illecite del gruppo, grazie agli eventi che si tengono al suo interno. Altre risorse proverrebbero dallo Spazio popolare Neruda, un’occupazione di tipo abitativo dove gli oltre 100 occupanti avrebbero corrisposto al gruppo una quota di affitto. Un teorema accusatorio figlio di tre anni di indagine, centinaia di ore di intercettazioni ambientali e telefoniche, e una ricostruzione di quattordici anni di conflitto sociale, dal 2009 al 2023. In quest’arco di tempo, dietro ogni espressione di conflitto sociale – secondo la Procura – ci sarebbe stata la regia del gruppo inquisito. Si sono costituite parti civili nel processo la presidenza del Consiglio, i ministeri dell’Interno e della Difesa e la società costruttrice della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Linea al centro di una contestazione ormai più che ventennale da parte della popolazione residente in Val di Susa, centro nevralgico del progetto. La loro richiesta di risarcimento ammonta a 6 milioni e 700mila euro, atti a coprire sia i danni arrecati al cantiere che il «costo dell’attività info-investigativa», insieme ai «danni d’immagine». Insomma, dovrebbe essere onere degli imputati pagare le spese sostenute per le indagini nei loro confronti. 

Alle 11, orario stabilito per la lettura della sentenza, l’aula è piena. Gli imputati e tutte le persone a loro solidali sono alla sinistra rispetto alla corte, mentre dal lato opposto, a destra, un nutrito gruppo di Digos e carabinieri vigilano sull’aula.

Seguono questa disposizione anche i team di avvocati. Pubblici ministeri e parti civili dal lato Digos e avvocati difensori vicini ai loro assistiti. Dopo una breve attesa di sei minuti entra la corte. Colpo di scena. Lettura rinviata alle 14.30. Nell’aula si alza un brusio, ma si accetta di buon grado di aspettare. Fuori, al presidio, una voce anziana e piemontese annuncia «se lo spirito è triste il corpo non deve patire; siamo come i leoni nella savana», mentre nel bar del tribunale viene a crearsi questa strana convivenza tra carabinieri in assetto antisommossa, con i caschi appesi alla cintura, e militanti torinesi e valsusini. 

Il sole che picchia forte e il caldo quasi estivo non hanno scoraggiato le centinaia di persone radunatesi fuori dal tribunale che hanno occupato il tratto di strada antistante all’ingresso principale, nel frattempo «sigillato» dalla polizia in antisommossa. Vengono srotolati alcuni striscioni. Uno recita «Se vi prendete la ragione agiremo nel torto», mentre un altro avvisa che «Siamo venuti già picchiati». Il rinvio della sentenza trasforma il presidio in un campeggio su un giardino bollente di asfalto. «Questi processi non sai mai come finiranno, puoi avere anche l’impressione che sia tutta una pantomima ma non sai come potrebbe finire» racconta Diana, mentre Nicoletta aggiunge che «Torino però ci ha anche abituato a questi processi strampalati». Entrambe sono accorse per dimostrare la loro solidarietà. Fanno parte del comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso. Un gruppo che ha permesso a tutte loro di veicolare le emozioni contrastanti che sorgono da un dramma individuale come quello di un figlio colpito da misure restrittive, in un progetto modello della migliore concezione di società civile indipendente, quella che monitora l’operato delle istituzioni, in piazza, nei tribunali o nelle carceri. 

Dopo tre ore di attesa c’è la lettura della sentenza. Assoluzione per tutti gli imputati dall’accusa di associazione a delinquere perché «il fatto non sussiste». Le uniche condanne riguardano singoli episodi di resistenza e violenza privata. Il teorema di Digos e procura crolla all’esame della corte. In aula e fuori dal tribunale si esulta, mentre la polizia alla destra della corte e all’ingresso rimane impassibile. Gli imputati escono, accolti dal boato del presidio che esulta e parte in un corteo spontaneo. Dalle casse parte Nessuno mi può giudicare. Una scelta musicale coerente con la giornata e il verdetto. Chissà se Mario Tronti o Toni Negri parlano di Caterina Caselli in qualche loro libro. 

Ironia della sorte, si chiama Caselli anche una persona che ha un ruolo centrale in questa storia, solo che di nome fa Gian Carlo. Piemontese, monumento vivente della magistratura italiana, ha legato il suo nome al contrasto alle Brigate Rosse a Torino e contro la mafia a Palermo. Abituato a misurarsi con fenomeni strutturati e sistemici, una volta tornato a casa nel 2008 come procuratore di Torino, mantiene tale approccio in una fase storica completamente diversa. E nel gennaio 2010 crea un pool anti-terrorismo laddove di terrorismo, secondo le verità giudiziarie dei numerosi processi portati avanti nel corso degli anni, non c’è alcuna traccia. Numerose risorse economiche, umane e investigative vengono dirottate al neo-formato Gruppo Tav che, originariamente, avrebbe dovuto indagare ogni possibile notizia di reato legata alla grande opera, anche possibili illeciti amministrativi legati ad appalti o a possibili corruzioni, finendo però nella pratica per occuparsi solo di conflitto sociale e di reati politici. 

Caselli, fondando questo gruppo, dimostra «una straordinaria capacità profetica». A sostenerlo – con amaro sarcasmo – è Claudio Novaro, avvocato impegnato da diversi anni nella difesa giudiziaria di attivisti imputati nell’ambito del conflitto sociale. Difatti, spiega Novaro, subito dopo la sua istituzione, in Val di Susa ricominciano a esserci episodi penalmente rilevanti, dopo una pausa di quasi 5 anni. Da quel momento in poi, il livello dello scontro si alza con la grande ondata di proteste del periodo 2010-2011. Inoltre, il raggio d’azione del pool si amplia arrivando a comprendere anche Torino. Il successore di Caselli, Armando Spataro, decide quindi di accorpare il Gruppo Tav all’ufficio della procura che si occupa di reati politici, riconoscendo apertamente ciò che prima era implicito: la natura politica del Gruppo Tav. Com’è possibile leggere nei Criteri organizzativi della Procura di Torino pubblicati nel 2015, a firma di Spataro, i reati oggetto del lavoro del Gruppo Tav sono «consistenti in atti di violenza politicamente motivati» e «non vi è ragione, dunque, di trattazione separata di questi episodi rispetto alla competenza della Sezione terrorismo». 

Altro elemento che testimonia il reale oggetto delle attenzioni del Gruppo Tav è il lapsus che occorre varie volte nel testo dove questo viene chiamato, erroneamente, «Gruppo No Tav». In un colpo solo si accorpano fino a confondersi tra loro legittima manifestazione del dissenso attraverso un conflitto anche aspro, come garantito dalle libertà costituzionali, e terrorismo. Un accostamento che nasce dall’errore di prospettiva di Caselli, che sembra aver scambiato gli anni Dieci del Duemila per gli anni Settanta del Novecento. Un anacronismo segnalato da vari giuristi, tra cui Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino, con evidenti effetti sull’azione giudiziaria. «Nei procedimenti a carico di militanti, le accuse mosse contro di loro sono sovradeterminate, i loro reati sovrastimati. Una sovradeterminazione delle fattispecie penali che si accompagna anche a un abuso del ricorso a misure cautelari», spiega Algostino. La tragedia degli anni di Piombo si ripete come farsa nelle ricostruzioni, sempre ridimensionate o smentite dalle sentenze, dei pubblici ministeri, in anni come quelli odierni dove il livello del conflitto sociale è rasente lo zero. Una sindrome di anacronismo con effetti a volte grotteschi, come nel caso dell’aggravante di «scorreria in armi per le campagne e per pubbliche vie», contestata nel processo «Sovrano» che proviene dai tempi della lotta al brigantaggio. 

Intanto, Il corteo partito dal tribunale imbocca via Principi d’Acaja, svolta su Corso Francia e arriva in Piazza Statuto. Chissà quanto consapevolmente, la lunga fila di gente raggiunge la piazza che è stata il grembo che ha partorito l’autonomia operaia in un caldissimo luglio del 1962. Un parto travagliato: quella che all’inizio doveva essere una contestazione alla sede della Uil, rea di aver rotto il fronte sindacale firmando da sola il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, si trasformò in tre giorni praticamente ininterrotti di barricate, cariche, lanci di pietre e scontri tra polizia e manifestanti. Con un bilancio pesantissimo: oltre 1.200 fermi, 90 arrestati rinviati a giudizio per direttissima, e almeno cento i denunciati a piede libero; 169 i feriti fra le forze dell’ordine. Numerose testimonianze di pestaggi indiscriminati della polizia, anche verso ignari passanti scambiati per militanti comunisti. La rivolta di Piazza Statuto segna un punto di non ritorno nella storia del movimento operaio, il cui significato è riassunto perfettamente dalle parole di Sante Notarnicola, operaio all’epoca dei fatti 25enne intervistato da Dario Lanzardo nella sua opera di ricostruzione della rivolta: «Nell’estate del 1962, per la prima volta la base rivoluzionaria scavalcò apertamente il partito, mandò affanculo i vecchi tromboni. La battaglia durò tre giorni e l’Unità ci chiamò teppisti allineandosi coi borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di un ravvedimento rivoluzionario del Pci». 

Una violenza inaudita, mossa da una parte di proletariato dimenticato dalle organizzazioni classiche del movimento operaio, fuori dal loro controllo. La condanna fu unanime, «quelli di Piazza Statuto» erano «teppisti meridionali», «fascisti», «provocatori». Per l’anima borghese di una città che si definiva «civile» nel loro agire non poteva esserci alcuna rivendicazione politica, ma solo violenza fine a sé stessa, agita per sterile rabbia quando non per noia. Oggi come allora, le espressioni di conflitto, specialmente quelle più dure, non si riescono a concepire come politiche. Un riflesso che persiste e che è possibile rintracciare anche nel teorema di Digos e Procura portato avanti nel processo «Sovrano», per cui il fine ultimo della presunta associazione a delinquere è fare reati, in maniera fine a sé stessa. «L’associazione a delinquere è un’accusa utilizzata per equiparare un progetto politico-culturale a un’associazione criminale» chiarisce Algostino. Non militanti ma teppisti, delinquenti che agiscono guidati da un istinto naturale alla violenza. «Quando sento l’accusa, io sento la classe borghese incredula che non riesce a capire, proprio perché è dall’altra parte della barricata» ragiona Nicoletta. Il corteo prosegue il suo cammino aggirando proprio il palazzo che ospitava la Uil nel Luglio ‘62, girando in Corso Principe Eugenio, fino al Rione Valdocco che ospita lo Spazio Popolare Neruda. Occupazione abitativa in prima linea nella lotta per il diritto alla casa a Torino. Una vertenza disertata dalle istituzioni, che rende il Neruda un riferimento in città. La sentenza dei giudici ha demolito completamente l’impianto accusatorio per la parte che riguardava lo Spazio. Una realtà ben integrata nel quartiere con isolati episodi di intolleranza nel corso degli anni, assolutamente trascurabili. 

Da Rione Valdocco si può raggiungere il quartiere di Vanchiglia in due modi: passando per Corso Regina Margherita, oppure costeggiando la Dora Riparia che divide il rione dal quartiere Barriera di Milano. Il corteo opta per la prima opzione e dopo diversi minuti arriva alla tappa finale del suo percorso. Un palazzo di quattro piani, con la facciata rossa al civico 47 di Corso Regina Margherita. Centro sociale Askatasuna. L’epicentro di tutta la questione. Per Digos e procura la sede operativa di un’associazione a delinquere. Per il comune di Torino un luogo da valorizzare attraverso un percorso che lo renda un bene comune cittadino. Due processi. Di segno opposto. Una contraddizione apertissima tra due rami dello Stato. Solo due settimane prima della sentenza, il 18 Marzo, la giunta comunale ha approvato un patto di collaborazione con il centro sociale, al termine di lunghe consultazioni. Il

processo – di legalizzazione – ha scoperchiato tutta l’ostilità verso il centro sociale e ciò che rappresenta, da parte di certi ambienti che trovano nella destra cittadina e regionale i loro maggiori riferimenti. In prima linea ci sono i sindacati di polizia, che nel Novembre 2024 sono addirittura scesi in corteo per protestare. In prima fila un cartello: «Chiudiamo Askatasuna». Nella «coalizione» non mancano gli uomini di legge, come l’ex procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, che all’indomani della sentenza ha dichiarato che questa non cambia i fatti, ovvero che ad Askatasuna ci sono «violenti contro lo Stato». O anche il ministro Paolo Zangrillo – giurista di formazione – che ha commentato la sentenza dicendo «Non cambia nulla, da soli o in gruppo sono fuorilegge». 

Affiora così quanto ogni indagine, anche quella del processo «Sovrano», non sia retta da teoremi, bensì da postulati. Perché questi non devono essere dimostrati, ma si riferiscono a qualcosa di autoevidente, per cui non servono prove o indizi. I ripetuti tentativi di assimilare le esperienze di lotta ad associazioni a delinquere per via processuale, cercano di adeguare la «teoria» a una prassi poliziesca che nei fatti già tratta questi gruppi come tali. Basta guardare alla quantità di misure cautelari e alle migliaia di ore di intercettazioni. Commenti come quello di Zangrillo mostrano, se ce ne fosse ulteriore bisogno, che non si è mai trattato (solo) di legalità, ma di politica. Perchè a processo non c’erano persone che dovevano rispondere di fatti e responsabilità personali – come comanda il diritto penale. Alla sbarra c’è il conflitto sociale. Il processo «Sovrano» è solo un tassello di un mosaico più ampio che mostra uno scenario a tinte fosche che con l’approvazione del Decreto Sicurezza fornisce ulteriori strumenti alla repressione di ogni istanza di conflitto, dalla lotta per la casa alle manifestazioni di piazza, con una promessa di maggiore impunità per le forze dell’ordine. 

Questo bel palazzo nel quartiere di Vanchiglia è a un bivio. «Cosa vuol dire Askatasuna?» si chiedeva Beppe Rosso nel documentario di Armando Ceste che racconta il tentativo di sgombero avvenuto il 1° Maggio del 1999. Un’azione di particolare violenza da parte della polizia che vandalizzò l’edificio, distruggendo ogni cosa al suo interno, urinando sui libri e lasciando in omaggio sui muri scritte inneggianti al duce. La domanda oggi si ripresenta. Cosa accadrà? Per alcuni militanti è importante salvare l’esperienza, altri non vogliono scendere a compromessi «imborghesendosi». La tenaglia dello Stato sembra chiudersi sempre di più su spazi come Askatasuna lasciando due vie, lo scontro totale o l’accompagnamento per delega nell’alveo della legge. Nel mentre, l’assenza della lotta e il suo silenzio si stanno facendo assordanti, e i posti che fanno ancora rumore si trovano sempre più isolati. Anche Torino, per alcuni «la capitale dell’eversione», in realtà non è da meno. In un tempo che chiama alleanze ampie, si assiste a uno sfrangiamento del Movimento – con la maiuscola. Da un lato c’è la paura per un’architettura poliziesca e giudiziaria temibile. Dall’altro, ci si perde nei meandri di un dibattito attorno a una purezza paradigmatica che nella pratica ostacola l’aggregazione contro un blocco storico apparentemente inscalfibile, come quello della repressione. 

*Marco Patruno, pugliese di nascita vive a Torino dove si è laureato in Sociologia. Giorgia Monti, nata a La Spezia si è laureata in comunicazione presso l’Università di Torino. Ha partecipato attivamente alle lotte studentesche durante le manifestazioni universitarie pro-Palestina. Entrambi hanno frequentato la Scuola di reportage narrativo «Alessandro Leogrande», nell’ambito della quale è stato realizzato questo articolo.