Jacobin Italia

Democratizzare, demercificare, disinquinare

17 Maggio 2024

Un nuovo valore del lavoro, verso il corteo del 18 maggio per il nuovo piano industriale di Gkn: intervista a Dominique Méda

Durante la pandemia, mentre le Big Tech realizzavano profitti astronomici, la classe lavoratrice di settori come la sanità pubblica, l’industria manifatturiera e la logistica hanno sperimentato sulla propria pelle la natura insostenibile e potenzialmente mortale del capitalismo. I settori che riproducono la vita, e non i bullshit jobscome li definisce David Graeber – si sono trovati al centro di un dibattito sul valore del lavoro. Allo stesso tempo, in tutto il pianeta si stanno verificando fenomeni che evidenziano questo dibattito. Dalle great resignations negli Stati uniti e in Europa al Tang Ping in Cina, appare lampante che il lavoro sia tutt’altro che un concetto e una pratica fissi nel tempo, per questo studiarne l’evoluzione e le prospettive future cattura con ritrovata forza l’interesse del dibattito pubblico e accademico. 

Dominique Méda, filosofa e sociologa dell’Università di Paris Dauphine e co-creatrice del Manifesto del Lavoro (Castelvecchi, 2020) insieme a Isabelle Ferreras e Julie Battilana, si interroga da anni sulle trasformazioni del lavoro e delle questioni legate al benessere sociale. Una parte significativa della sua ricerca si focalizza sul concetto di lavoro dignitoso, analizzando come le condizioni di lavoro influenzano il benessere individuale e collettivo. La questione della sostenibilità ambientale è al centro dei suoi interessi di ricerca, con particolare riferimento al modo in cui le politiche pubbliche possano favorire una transizione giusta, nell’ottica di un processo di trasformazione radicale che veda la classe lavoratrice al centro del processo di «transizione ecologica dal basso».

Abbiamo incontrato la professoressa Méda al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Firenze l’8 maggio 2024 all’interno del convegno «Lavorare altrimenti. Dal progetto industriale dell’ex Gkn alle politiche pubbliche per il recupero cooperativistico d’impresa e la transizione ecologica», durante il quale è stata presentata la versione aggiornata del piano di reindustrializzazione dal basso per la ex Gkn di Campi Bisenzio. È attualmente visiting professor presso la Scuola Normale Superiore di Firenze ed è lì che l’abbiamo intervistata, per fare il punto sul presente e il futuro del lavoro. 

Professoressa, in una delle sue opere più celebri, Le Travail: une valeur en voie de disparition? [Il lavoro: un valore in via di estinzione? Ndr], pubblicato nel 1995, e in molte sue ricerche successive, lei mette a verifica la nozione di lavoro, suggerendo la progressiva decrescita del suo valore per l’emancipazione delle persone dal bisogno e dal ricatto. Sebbene nell’opinione pubblica comincino a circolare più diffusamente idee e pratiche di delinking tra vita e lavoro – basti pensare al successo di testi come Le grandi dimissioni di Francesca Coin o Il lavoro non ti ama di Sarah Jaffe – restano maggioritarie visioni del lavoro come viatico alla dignità dell’esistenza, da accettare a qualunque costo, mentre salari e condizioni di lavoro regrediscono sempre più. Secondo le sue ricerche più attuali, dunque, perché oggi lavoriamo?

Be’, lavoriamo innanzitutto per guadagnarci da vivere, per avere un reddito, ma sarebbe superficiale limitarsi a una visione di sola sopravvivenza materiale. Secondo il sociologo tedesco Voswinkel il lavoro si configura come una delle arene principali entro cui l’individuo esibisce una propria capacità o competenza, per ottenere riconoscimento e soddisfazione; lavoriamo, dunque, anche per mostrare agli altri ciò che siamo in grado di fare e, attraverso quest’attività, far emergere la nostra identità. Lo ha detto bene Karl Marx nei suoi Scritti Giovanili (1844): «Supponiamo di produrre come esseri umani: ognuno di noi si affermerebbe doppiamente nella sua produzione […] Avrei la soddisfazione di creare immediatamente la tua manifestazione vitale nella mia manifestazione vitale individuale, e di aver così realizzato e affermato nella mia attività individuale la mia vera natura, il mio essere umano comune […] Le nostre produzioni sarebbero tanti specchi in cui i nostri esseri si irradierebbero l’uno verso l’altro». Questo modo di intendere la produzione, come un gioco di specchi che rifrangono reciprocamente la realizzazione delle singole individualità in un contesto collettivo, ci rimanda a un’idea di lavoro essenziale per contribuire alla vita della società e trasformarla. Quale che sia il punto di vista, resta fondamentale che chiunque possa accedere al lavoro a condizioni dignitose, con la possibilità di esercitare il più possibile le proprie capacità, fosse soltanto per il numero di ore che esso occupa nelle vite di tutte le persone.

Un recente articolo pubblicato a ridosso della festa del Primo Maggio, la sociologa Francesca Coin parla dell’urgenza di «difendersi dal lavoro». I dati dell’International Labour Organisation che vengono riportati restituiscono un panorama disarmante, in particolare un sondaggio su 74.000 lavoratori e lavoratrici in 121 paesi, stima che il 23% abbia subito forme di violenza fisica, sessuale o psicologica sul posto di lavoro. A seguito delle sue ricerche, cosa si può dire delle condizioni di lavoro prevalenti in Europa?

Grazie all’indagine periodica condotta dalla Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound), abbiamo un’idea molto chiara dell’evoluzione delle condizioni di lavoro in Europa. Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non sono così soddisfacenti come si sperava. I dati dell’ultima indagine, che risale al 2021, confermano che problemi di salute e condizioni di rischio riguardano una percentuale significativa della forza lavoro: ad esempio, nel 2021, il 58% dei lavoratori europei ha dichiarato di dover eseguire sempre o spesso movimenti ripetitivi di mani e braccia. 

Ma appunto, anche i rischi psicologici sono elevati: quasi un lavoratore su dieci ha subito violenza verbale sul lavoro nel mese precedente l’intervista e il 19% ha dichiarato che il proprio lavoro li ha spesso messi in situazioni emotivamente disturbanti. Quasi un quarto dei lavoratori e lavoratrici in Europa è esposto al rischio di depressione. 

Sul fronte del rapporto tra mansioni, carichi di lavoro e posizioni lavorative, un indice della qualità del lavoro, calcolato confrontando le richieste di chi lavora con le risorse di cui dispongono per soddisfarle, mostra che circa il 30% ha un lavoro «stretched», ossia una serie di mansioni che vanno aldilà delle competenze richieste al momento dell’assunzione e che molti datori di lavoro lo presentano come un incentivo sfidante al re-skilling, alla competitività, allo sviluppo personale. 

Per ciò che riguarda la remunerazione, Il 26% dei lavoratori ha dichiarato di avere difficoltà ad arrivare a fine mese, il 17% non è in grado di prevedere il proprio reddito per i prossimi tre mesi e l’11% pensa di poter perdere il lavoro nei prossimi sei mesi. 

Un quinto dei lavoratori e lavoratrici nell’Ue non ha una struttura formale sul posto di lavoro per rappresentare i propri interessi, mentre il 12% non ha né una rappresentanza dei dipendenti né riunioni regolari per esprimere le proprie opinioni. A questa sotto-rappresentanza e sotto-sindacalizzazione, si aggiunge che solo 6 lavoratori su 10 sono coinvolti nel processo decisionale relativo al loro lavoro e all’organizzazione che li impiega.  E queste sono solo le medie: in valore reale, la Francia si colloca molto più in basso, mentre Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia e Germania hanno risultati migliori. 

Tra i concetti cruciali sviluppati nel Manifesto del Lavoro, ce n’è uno che fatica a diventare centrale nel dibattito accademico e pubblico, nonostante il contesto pandemico e post-pandemico abbia richiamato l’attenzione di tutti sull’urgenza di proteggere i settori essenziali dai processi di finanziarizzazione e di esternalizzazione: la «de-mercificazione del lavoro». Cosa propone per combattere l’onnipresenza delle leggi del mercato nei sistemi di protezione sociale e in altri settori che devono essere ancorati alla governance pubblica? E come interagisce questo concetto con l’idea di crescita, dal punto di vista economico, e con il mutualismo, dal punto di vista socio-politico?

In effetti, le tre proposte che avanziamo nel Manifesto – democratizzare, demercificare, disinquinare –  ci sembrano essenziali e ben collegate tra loro. La democratizzazione del lavoro è fondamentale: come dimostrano numerose ricerche e sondaggi, troppo spesso i lavoratori non vengono consultati quando vengono apportati cambiamenti, sia a livello di organizzazione aziendale che di organizzazione del lavoro. Questo non è normale. Si rafforza sempre più l’idea, imposta dalla teoria anglosassone del management negli ultimi decenni, che i dirigenti d’azienda debbano fare esclusivamente gli interessi degli azionisti, come se l’azienda fosse solo di quest’ultimi. Ma questa visione va definitivamente smantellata: in un’azienda ci sono sì gli azionisti e gli investitori, ma ci sono in primo luogo le lavoratrici e i lavoratori, sui quali vengono esternalizzati poi la maggior parte dei rischi. Da qui la nostra proposta di diffondere meccanismi e istituzioni della codeterminazione, o meglio, un bicameralismo paritario, in cui la rappresentanza organizzata delle lavoratrici e dei lavoratori abbia poteri equivalenti a quelli della controparte padronale. 

Ma, come voi sottolineate, questo non basta: occorre anche demercificare il lavoro, creando o migliorando tutti i meccanismi che permettono alle persone di vivere dignitosamente anche quando il loro potere d’acquisto o la loro possibilità di accedere al mercato del lavoro è compromessa. Nel nostro Manifesto, l’economista Pavlina Tcherneva usa la metafora delle reti di sicurezza sotto i piedi di tutta la cittadinanza, prefigurando uno Stato capace di garantire a tutte e tutti la dignità della vita. Naturalmente, in molti paesi accade l’esatto contrario. In Francia, ad esempio, il governo sta annunciando nuove misure volte a limitare notevolmente il sussidio di disoccupazione, come se le persone senza lavoro non facessero deliberatamente nulla per trovare un impiego. 

Per organizzare la demercificazione del lavoro abbiamo bisogno di organizzazioni specifiche. In Francia, ad esempio, è stato lanciato un progetto chiamato Territoires Zéro chômeurs de longue durée [territori a disoccupazione-zero,Ndr], che mette in connessione persone disoccupate con aziende che garantiscono quanto meno la remunerazione del salario minimo, così da preservare una minima continuità di reddito. Come già ricordato dalla studiosa Flavia Maximo proprio qui su Jacobin Italia, e corroborato dagli studi di Tcherneva, garantire l’occupazione in questo modo contribuisce a sganciare l’offerta dalle sole dinamiche di mercato, perseguendo nel concreto l’obiettivo della demercificazione del lavoro. In questo senso, uno dei riferimenti che posso citare è ai Civilian Conservation Corps istituiti da Roosevelt con il New Deal, addetti alla gestione delle foreste, al controllo delle inondazioni, ai progetti di conservazione e allo sviluppo di parchi nazionali e statali, foreste e siti storici. Sarebbe importante quanto meno ispirarci a questi programmi, indirizzando le persone espulse dal mondo del lavoro o che rischiano di perderlo verso attività di tutela e riparazione, in contrasto alle cause e agli effetti del cambiamento climatico. Qualche anno fa, un gruppo di sindacati e associazioni ambientaliste del Regno Unito ha proposto un programma di One Million Climate Jobs [un milione di lavori climatici, Ndr], che mira ai lavoratori dei settori cosiddetti hard-to-abate, difficili da convertire in senso ecologico, affinché le competenze già acquisite e la formazione di nuove contribuiscano alla creazione di una sorta di servizio pubblico per il clima, destinato a mettere in atto tutti i mezzi necessari per la conversione ecologica delle nostre società. 

Abbiamo avuto il piacere di sentirla parlare all’Università di Firenze dove è stato presentato il nuovo piano industriale per la riattivazione dell’ex stabilimento Gkn. Quest’intervista esce a ridosso del corteo lanciato dai lavoratori per sabato 18 maggio, per chiedere l’intervento della Regione Toscana affinché si possa costituire un consorzio industriale che finalmente, dopo quasi tre anni di mobilitazione, restituisca il maltolto ai lavoratori e al territorio. Quali punti di contatto e/o differenze vede tra questa lotta e le vostre proposte per la democratizzazione del lavoro e la transizione ecologica incluse nel Manifesto del Lavoro?

Le mie colleghe e io vediamo questo piano come perfettamente esemplificativo delle nostre proposte. La conversione di stabilimenti produttivi, spazi e competenze al servizio della produzione di energia pulita e della trasformazione di economie e regioni è esattamente ciò che va fatto. La democratizzazione del processo decisionale viene quindi messa al servizio della decarbonizzazione delle nostre economie. 

L’unica cosa che manca è l’intervento pubblico per sostenere questo cambiamento e ovviamente, abbiamo bisogno di risorse per organizzare questa conversione. Nella conferenza che avete citato, ho ricordato quanto i paesi europei non siano stati in grado di ristrutturare con successo le loro industrie tessili, del carbone e siderurgiche sin dagli anni Settanta e Ottanta. Invece di riorientare la produzione verso nuovi settori, abbiamo perso sia le nostre fabbriche sia i lavoratori, che sono stati messi fuori gioco o prepensionati. Non dobbiamo ripetere gli stessi errori. Dobbiamo assolutamente anticipare le riconversioni, mappare le competenze, riorientare la capacità produttiva e i lavoratori verso i settori che devono essere sviluppati: isolamento termico, energia pulita, infrastrutture, trasporti pubblici, agricoltura biologica, riciclo, ecc. 

La trasformazione delle nostre economie richiede un’enorme quantità di lavoro e di intelligenze, ma tutto questo deve essere assolutamente anticipato, organizzato e sostenuto. Ciò significa che dobbiamo assolutamente essere in grado di elaborare un piano, un piano decennale, in grado di prevedere quali saranno i nuovi posti di lavoro e dove si svilupperanno. Questo piano, di politica industriale e investimenti, deve essere discusso e concordato tra le parti sociali, i singoli Stati e ovviamente le istituzioni europee che devono ricoprire ruoli fondamentali nel processo. 

Permettetemi una digressione su una figura che ritengo molto importante: l’ex vice presidente della Commissione europea Sicco Leendert Mansholt. Mansholt è stato vicepresidente della Commissione europea responsabile per l’agricoltura dal 1958 al 1972. Alla fine del 1971, lesse le prime pagine del celebre rapporto Limits to Growth, pubblicato pochi mesi dopo, e ne rimase scioccato. Si convinse che era necessario adottare nuove misure. Scrisse una breve lettera al suo collega, allora presidente della Commissione europea, Franco Maria Malfati, in cui esponeva un programma completo per la transizione ecologica, dove dichiarava che solo l’Europa era in grado di attuarlo. Questa lettera è stata recentemente ripubblicata in Francia, con una mia prefazione, per rimarcare quanto l’idea di Mansholt di sostenere un piano europeo di conversione ecologica collegato ai piani nazionali fosse visionaria; in qualche modo, il vostro Pnrr sarebbe dovuto rientrare tra di essi. 

Tornando sul caso Gkn, ciò che mi pare più interessante è sia il forte coinvolgimento dei lavoratori, sia la loro notevole capacità di proiettarsi nel futuro, per orientare la produzione e la regione intera in una direzione ecologica. L’aspetto essenziale di questa progettualità è la capacità di salvaguardare condizioni di vita sostenibili contemporaneamente alla produzione e al lavoro, evitando la perdita di posti di lavoro e reindirizzando le competenze a beneficio di chi lavora e di chi vive sul territorio; inoltre, si conserva una capacità produttiva che altrimenti scomparirebbe. È una lotta davvero emblematica e un esempio da sostenere.

*Bárbara Bastos è dottoranda in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa. La sua ricerca si occupa di giustizia ambientale, transizione giusta ed estrattivismo. Francesca Gabbriellini è dottoranda in Storia contemporanea presso l’Università di Bologna.