Si è abituati a pensare che democrazia e capitalismo siano due costruzioni che non possono fare a meno l’una dell’altro. Milton Friedman, guru degli gli economisti neoliberisti, sosteneva addirittura che «una società che ponga l’uguaglianza prima della libertà non otterrà nessuna delle due. Invece, una società che antepone la libertà all’uguaglianza è in grado di raggiungere un livello superiore di entrambe». Sarebbe questo il più grande pregio del capitalismo. Eppure a guardarlo da vicino, è un sistema di rapporti sociali fondato sul potere dei pochi contro i diritti di una maggioranza a cui non son più concessi spazi di autodeterminazione e voce in capitolo sulle scelte che riguardano la propria esistenza. Non soltanto come individui ma soprattutto come collettività. Per ribaltare questo sistema serve la capacità di leggere l’intrinseca antidemocraticità del capitalismo e dei meccanismi attraverso cui si sviluppa, proponendo un’alternativa che coniughi riforme e rivoluzione, facendo dell’azione collettiva un’utopia realizzabile.
Le prime pagine di Democracy Against Capitalism: renewing historical materialism (Verso, 2016) di Ellen Meiksins Wood sono illuminanti per comprendere i meccanismi alla base dell’antagonismo tra democrazia e capitalismo. Con le parole dell’autrice «Gli economisti politici borghesi trattano la produzione come racchiusa in eterne leggi naturali indipendenti dalla storia». Le relazioni di potere nella produzione e nell’accumulazione di reddito e ricchezza non devono essere intese come relazioni politiche che si svolgono dentro un campo di battaglia, tra sfruttati e sfruttatori, ma come meccanismi automatici. Questo artificio ideologico ha bisogno di controllare le fondamenta della politica moderna, non a caso le democrazie liberali si fondano su un unico vero principio inviolabile: la proprietà privata. Ragionare sull’incompatibilità tra democrazia e capitalismo vuol dire allora, in termini marxiani, rimettere in discussione l’intero paradigma, cogliendo nel nesso politico, di potere e controllo, il fulcro dello scontro della lotta di classe.
Anche oggi, più di un decennio dopo lo scoppio della Grande Crisi del 2008, si sente ripetere che l’aumento delle diseguaglianze, il riscaldamento globale, lo stesso crollo del sistema finanziario siano solo incidenti di percorso, sbavature che possono essere riassorbite con qualche aggiustamento interno al sistema. Ci sarebbe bisogno di più capitalismo non meno, acconsentendo alla sua penetrazione sempre più invasiva in tutte le sfere sociali, mercificando anche i più basilari diritti, come la sanità e l’istruzione; un espediente che sottrae spazi sempre più vasti al controllo collettivo, cioè alla democrazia. La stessa sanità pubblica diventa uno spreco a cui si può rimediare solo privatizzandola: il nostro diritto alla salute non è più un obiettivo sociale, di giustizia e benessere collettivo, ma un oggetto subordinato alla possibilità di fare profitti. E sempre con la retorica dell’efficienza la democrazia è stata deliberatamente espulsa dai luoghi di lavoro: la possibilità per i lavoratori e le loro organizzazioni di avere voce in capitolo su cosa produrre e con quali ritmi è stata rimossa, così il capitale può comandare unilateralmente, sempre e soltanto a favore dei propri interessi.
Riconoscere queste contraddizioni del modo di operare capitalistico è il primo antidoto per non cadere ancora una volta nella trappola della possibilità di un capitalismo dal volto umano, secondo cui basta un po’ di redistribuzione per mantenere la pace sociale mentre i capitalisti rimangono liberi di accumulare sulla nostra pelle. Purtroppo o per fortuna sappiamo che non è così: il capitale cede solo se sotto attacco, non regala nulla e non è disposto a mediare. Ciò non significa negare l’utilità e l’importanza di un processo di riforme sociali che restituiscano spazi di emancipazione alla maggioranza della società, ma per essere efficaci le riforme vanno agganciate a una strategia di ribaltamento dei rapporti di forza, di trasformazione sociale, che restituisca il potere del controllo alla maggioranza. Allo stesso tempo, per far vivere concretamente l’idea di un’alternativa nei processi storici bisogna ragionare su come arrivarci, processo che non può eludere o rifiutare «la conquista delle casematte dentro gli apparati dello stato. È infatti nella capacità o meno di permeare quegli apparati, di muoverne le leve e al limite di stravolgerli, che si concretizza la battaglia tra repressione e rafforzamento del capitale finanziario, che si definiscono i caratteri cruciali del regime di sviluppo, che si quantificano le possibilità concrete di pianificare la liberazione del lavoro dal dominio di una potenza estranea», come hanno osservato Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro nell’introduzione alla nuova edizione del Capitale finanziario di Rudolf Hilferding (scritto nel 1910).
Se l’incompatibilità tra democrazia e capitalismo è sempre ancorata all’antagonismo tra lavoratori e capitalisti, bisogna riconoscere che questo antagonismo è oggi affiancato da una lotta tra capitalisti. Secondo l’ideologia neoliberale, democrazia è anche libertà di concorrenza, possibilità di fare tutti un po’ di profitto in un contesto che tende automaticamente all’equilibrio. Proprio per questo la democrazia deve essere subordinata alla libertà che deriva dalla concorrenza. Tuttavia, la perfetta concorrenza esiste solo sui libri di testo: la realtà è caratterizzata dalla tendenza alla centralizzazione del capitale. I grandi capitali – nazionali e non – tendono ad accentrare sotto lo stesso controllo (non necessariamente proprietà) i capitali più piccoli. Una tendenza che in questi ultimi decenni si è intensificata e che nei fatti contrappone gli interessi dei grandi capitalisti a quelli dei piccoli. I primi usano tutto il proprio potere, economico e politico, per accrescere il capitale che controllano e comandano attraverso maggiore libertà di movimento e penetrazione internazionale, ma anche possibilità di assoggettare i più piccoli con esternalizzazioni o delocalizzazioni dei processi produttivi. Un nuovo modello di governance che non ha necessariamente bisogno dell’acquisizione diretta, ma in cui è sufficiente rendere economicamente dipendenti le unità più piccole. Di fronte a questa inevitabile pressione, i capitalisti di piccola e media dimensione reagiscono chiedendo alla politica protezione per i propri margini di profitto o semplicemente per la loro stessa sopravvivenza, richieste che prendono la forma di incentivi fiscali, abbattimento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Sul piano politico europeo, questa lotta inter-capitalistica si manifesta nel contrasto tra le forze che difendono le prerogative del grande capitale internazionale e finanziario e quelle che pretendono di rappresentare i piccoli capitali nazionali, schiacciati dalle pressioni dei primi e che rivendicano politiche funzionali a garantirgli ancora fette di mercato nel grande assetto del mercantilismo europeo, trainato dalle esportazioni. Dentro questo assetto antagonista si ritrova l’essenza del rinnovato «interesse nazionale» dei partiti di destra come la Lega, storicamente legati al consenso della piccola borghesia industriale. Un interesse nazionale tutto in favore del capitale, lo stesso rivendicato dalle associazioni padronali e su cui poggiano i richiami alla responsabilità verso i sindacati chiamati ad abbandonare ogni prerogativa di miglioramento delle condizioni dei lavoratori per il bene del paese, della sua competitività internazionale.
