La cosiddetta «fine delle utopie» ha sancito l’affermazione incondizionata del capitalismo, un sistema economico che non avrebbe potuto imporsi senza l’ordine politico di quella democrazia consensuale affidata al potere sovrano dello stato. Nel liberalismo dominante la democrazia è diventata sempre più formale, sempre meno politica: da un canto esercizio del dispositivo statale, dall’altro resoconto ininterrotto volto a monopolizzare l’opinione pubblica. Il che è in linea con una politica intesa come governance amministrativa o ridotta a gestione poliziesca. La globalizzazione ha inaugurato un nuovo capitolo lasciando emergere l’inadeguatezza delle democrazie nazionali, incapaci di affrontare le questioni che trascendono i singoli stati. È infatti chiaro ormai che le comunità politiche non costituiscono più mondi discreti, perché sono attraversate da dinamiche diverse e da istanze sovranazionali. Si pone perciò il problema di ripensare, insieme alla democrazia, la forma politica dello Stato e di ridiscuterne la sovranità.
Se da quasi un secolo si parla di tramonto dello Stato-nazione, quel che è avvenuto di recente è un fenomeno del tutto nuovo. La sovranità in declino, per farsi valere, reagisce alla mobilità della globalizzazione innalzando muri e ostentando teatralmente barriere di ogni genere. Una geopolitica dei muri, però, rinvia alla tragicità di una segregazione che, malgrado ogni apparente senso di sicurezza, è sempre anche autosegregazione. Chi sceglie di costruire un muro, per la paura dell’altro, finisce per subirne le conseguenze.
Il sovranismo è anzitutto il potere sovrano dello Stato esibito in modo plateale. Le frontiere assumono un valore quasi mitico, perché è grazie a questo definire e discriminare che la compagine statale può costituirsi, può anzi «stare», essere Stato. Nell’intento di vigilare le proprie frontiere lo Stato-nazione segna la barriera fra cittadini e stranieri.
Le democrazie occidentali, che sono sorte proclamando contemporaneamente i diritti dell’uomo e quelli del cittadino, hanno ereditato dalla Rivoluzione francese un grande dilemma. Valgono i diritti umani oppure quelli del cittadino? Quando li formularono per la prima volta i rivoluzionari pensavano a se stessi come cittadini. Perciò i diritti accordati all’uomo non erano che i privilegi del cittadino. Ma in seguito venne affiorando sempre più questa contraddizione. Quando, nel corso del Novecento, irruppero sulla scena della storia le masse degli «stranieri», privi di cittadinanza e di protezione giuridica, il paradosso venne alla luce in tutta la sua gravità. Tuttavia la questione è esplosa soprattutto nel nuovo millennio. Perché chi non è cittadino, non essendo protetto da una bandiera, non ha altro che la propria nuda umanità. Quei diritti inalienabili, non derivanti da alcuna autorità, possono essere paradossalmente riconosciuti solo dallo Stato sovrano che detta legge, riconoscendo i diritti civili unicamente ai membri della nazione, ai cittadini.
Il dilemma incrina al fondo la democrazia radicata nei confini dello Stato-nazione e sfocia in una tensione politica aperta tra la sovranità statale e l’adesione ai diritti umani. L’inconciliabilità tra diritti umani e sovranità statale affiora anche nelle convenzioni universali. Di qui, purtroppo, la loro impotenza. Il problema investe tutto il diritto internazionale che si muove ancora in un’ottica statocentrica. Lo iato, la scissione, è tra interno ed esterno, ciò che avviene dentro lo Stato e ciò che accade invece fuori. Tutti i diritti civili garantiti da una democrazia non valgono per gli esseri umani che sono là fuori. La democrazia si ferma ai confini dello Stato.
