C’era una volta il movimento dei «sindaci arancioni». Erano solo dieci anni fa ma, a guardare le elezioni amministrative del 2021, sembra trascorsa un’era geologica.
Nel 2011, mentre gli effetti della crisi economica iniziavano a mordere con le conseguenti turbolenze politiche, alcuni candidati di sinistra di città importanti (Milano, Cagliari, Genova) vincevano a sorpresa le primarie del centrosinistra battendo poi la destra sulle ali dell’entusiasmo. Addirittura emergeva in modo vincente (a Napoli) un candidato outsider come Luigi De Magistris. Negli anni successivi quello spazio di alternativa iniziò a essere occupato dal Movimento 5 Stelle, con vittorie locali a sorpresa di candidati sconosciuti che indicavano comunque sonore bocciature dei due schieramenti responsabili, con poche differenze, di due decenni di politiche liberiste: nel 2012 Federico Pizzarotti vinceva a Parma, anticipando l’inaspettato successo grillino delle elezioni politiche del 2013; nel 2014 Filippo Nogarin conquistava la roccaforte di Livorno dove sembrava impensabile un’amministrazione non in mano al Partito democratico; nel 2016 arrivarono i trionfi di Virginia Raggi a Roma e di Chiara Appendino a Torino.
La speranza arancione
Prima dell’esplosione grillina, il 2011 accese la speranza di aver trovato a sinistra una nuova strada da percorrere per il cambiamento. Le elezioni amministrative precedettero di poche settimane la straordinaria vittoria referendaria contro la privatizzazione dell’acqua, e sembrarono indicare che, pur nel pieno della crisi politica a sinistra dopo l’esperienza del secondo governo Prodi, a livello territoriale si potesse cogliere con più facilità lo spazio politico lasciato vuoto dalla crisi dei partiti della cosiddetta Seconda Repubblica.
Giuliano Pisapia, scissionista di Rifondazione comunista aderente a Sinistra ecologia e libertà (Sel) di Nichi Vendola, proprio sulle orme dell’ex presidente della Puglia aveva mostrato che era possibile prendere la guida del centrosinistra partendo da posizioni radicali. Utilizzando lo strumento delle primarie, importato con modalità un po’ caserecce dagli Stati uniti, riuscì inaspettatamente a prevalere sul candidato del Pd Stefano Boeri, dando vita a una campagna elettorale entusiasmante in una città come Milano roccaforte della destra dal 1993. Fino alla sconfitta della sindaca in carica Letizia Moratti e alla festa in Piazza Duomo in un trionfo di bandiere arancioni. Quello stesso colore lo ritrovammo nelle piazze vincenti di candidati che partivano con poche chance, sostenuti da soggetti politici marginali dentro al centrosinistra, e che invece dopo aver vinto le primarie conquistarono i propri comuni: Massimo Zedda a Cagliari e l’anno successivo Marco Doria a Genova. L’arancione colorò anche la piazza festante a Napoli di Luigi De Magistris, che invece vinse direttamente le elezioni comunali superando al primo turno il candidato del Pd Mario Morcone (sostenuto anche da Sel) e al secondo Gianni Lettieri del centrodestra.
Si iniziò a parlare di «Movimento arancione», fino a ipotizzare anche una «lista dei sindaci» per le elezioni politiche in grado di dare nuova forza alla sinistra radicale. Oltre che sulla credibilità degli amministratori, la speranza a sinistra era ridare alla politica una capacità di trasformazione sociale nella pratica del rapporto diretto con i territori, nella convinzione che alcune risorse personali e intellettuali della sinistra potessero sopperire alla debolezza dei soggetti politici scardinando gli equilibri e riconquistando lo spazio perduto.
Le ipotesi erano evidentemente diverse tra loro: quella maggioritaria sosteneva che lo spazio possibile in cui agire in modo non marginale fosse unicamente quello del centrosinistra e che quello spazio, soprattutto nei territori, fosse contendibile al fine di un suo reale spostamento a sinistra; l’ipotesi minoritaria, con l’unico esempio vincente di Luigi De Magistris, puntava a occupare in modo non identitario uno spazio totalmente alternativo al Partito democratico, per non lasciare il monopolio dell’alternativa all’onda grillina di cui, dopo il primo VaffaDay del 2007, si iniziava a intravedere l’arrivo.
All’indomani del 2011 quelle ipotesi sembravano poter dialogare tra loro e crescere insieme fino a parlare addirittura di «Rivoluzione arancione». L’esempio di Ada Colau, divenuta sindaca di Barcellona nel 2014 dopo essersi candidata da militante del movimento per il diritto alla casa in alternativa anche al Partito socialista, sembrava indicare perfino una possibile tendenza europea di rinascita dal basso della sinistra a partire dal governo degli enti locali.
Dal 2011 al 2021
A distanza di dieci anni il panorama politico italiano sembra totalmente mutato. Non solo non si è vista nessuna «rivoluzione» rispetto allo status quo delle città governate, ma di queste esperienze sembra rimasto ben poco.
Pisapia nel 2016, senza mai spiegarne veramente le ragioni, decide di non ricandidarsi lasciando lo scranno di primo cittadino meneghino al manager Giuseppe Sala, ex numero uno di Expo e precedentemente amministratore delegato di Pirelli e Telecom Italia: un uomo di impresa prestato alla politica. A Cagliari Zedda, dopo esser stato rieletto al secondo mandato, nel 2019 si dimette per candidarsi alla presidenza della Regione Sardegna, con il risultato di perdere nettamente le regionali a favore del centrodestra, con la beffa dello stesso comune di Cagliari finito subito dopo in mano al candidato di destra Paolo Truzzu. A Genova Marco Doria nel 2017 decide di non ricandidarsi al secondo mandato dopo esser andato in minoranza in consiglio comunale su una delibera con cui intendeva privatizzare l’azienda dei rifiuti, in barba al suo stesso programma elettorale. E da allora sindaco di Genova è Marco Bucci, sostenuto da una coalizione di centrodestra.
L’unico «arancione» a essere arrivato fino al 2021 è, forse non a caso, colui che si era situato fuori dal perimetro del centrosinistra. De Magistris è riuscito a produrre un effettivo scostamento rispetto alla normale amministrazione delle «città globali» liberiste, soprattutto attraverso il percorso con alcuni centri sociali napoletani che ha portato alla delibera sulla gestione collettiva e l’autogoverno dei beni comuni – senza dubbio un esempio normativo a livello nazionale e non solo. Però, oltre ai limiti della propria azione politica, anche a Napoli l’amministrazione si è scontrata con la difficoltà di governare una città con i limiti di bilancio imposti dall’austerity, e oggi che De Magistris ha deciso – suscitando non poche perplessità – di investire il proprio patrimonio politico nella candidatura a presidente della Regione Calabria, la sua candidata a sindaco di Napoli (l’ex assessora Alessandra Clemente) è lontanissima dalla possibilità di andare al ballottaggio. Dopo dieci anni di governo la sinistra napoletana rischia di tornare a un ruolo poco più che di testimonianza.
Anche guardando oltre gli ex «comuni arancioni» il panorama delle grandi città è ben poco promettente.
A Roma l’area di «Liberare Roma» di Massimiliano Smeriglio e Amedeo Ciaccheri ha puntato di nuovo sulle primarie per spostare a sinistra la coalizione di centrosinistra, ma la candidata a sindaco (Imma Battaglia) ha raccolto appena il 6%, e risultati simili hanno ottenuto la maggior parte dei candidati di quest’area nei Municipi, mostrando l’inefficacia in questa fase dell’ipotesi di contendibilità della guida del centrosinistra, pur in presenza di un candidato tutt’altro che forte come Roberto Gualtieri. A Bologna, l’area che nel 2016 con un proprio candidato sindaco alternativo al centrosinistra (Federico Martelloni) aveva ottenuto un risultato significativo intorno al 7%, ha deciso di entrare nel centrosinistra rinunciando anche a esprimere un candidato alle primarie per appoggiare il candidato del Pd Matteo Lepore in funzione anti-Renzi.
Non più incoraggianti sono i tentativi di chi si candida in alternativa al centrosinistra. Ovunque troviamo più liste in competizione tra loro, e anche quando riescono ad avere candidati di sicuro spessore politico e intellettuale (come Paolo Berdini a Roma e Angelo D’Orsi a Torino) sembrano rivolte più a identità politiche del passato che a conflitti e contraddizioni del presente e difficilmente riescono a stimolare percorsi aperti di mobilitazione intorno alle proprie candidature.
Per un ciclo nuovo
La sensazione è che il 2021 segni la fine di un ciclo elettorale amministrativo su cui urge fare collettivamente un bilancio. La grande speranza di dieci anni fa di ripartire dai territori per riconquistare l’egemonia dei contenuti radicali a sinistra sembra arenata. La stessa débâcle dei sindaci grillini invece di riconsegnare uno spazio di alternativa incide paradossalmente anche sulla credibilità di alternative di sinistra, producendo una sostanziale normalizzazione politica con un equilibrio che si sposta ancora più a destra.
Tutti gli esperimenti tentati in questi anni si trovano con il fiato corto. Eppure la crisi delle politiche liberiste e dei partiti tradizionali continua, è anzi ancora più forte nel bel mezzo delle contraddizioni della pandemia. E le città metropolitane continuano a essere snodi fondamentali del conflitto sociale e di classe, con la centralità della logistica e dell’economia delle piattaforme e le perduranti bolle finanziarie intorno all’edilizia e al turismo.
Fin dall’esperienza di Porto Alegre di vent’anni fa, i movimenti hanno individuato le città come luoghi centrali di conflitto in cui costruire nuova politica. Dagli zapatisti in Chiapas prima, e dai curdi in Rojava dopo, sono giunti fin qui spunti pratici e teorici di come il cosiddetto neomunicipalismo possa reinventare la stessa democrazia. Con un’impostazione forte, che si ispira alla Comune di Parigi di centocinquant’anni fa e concepisce la politica come strettamente legata alle comunità e alla libera associazione tra cittadini e soggetti sociali. E che pensa alla riappropriazione di tutto ciò che è frutto della cooperazione comune per sottrarlo alla logica del profitto.
Si tratta di un bagaglio teorico e pratico prezioso che è stato però troppo spesso svilito a buona amministrazione locale dell’esistente. Le stesse esperienze che provano a non accontentarsi delle sole «buone pratiche» amministrative non possono sottovalutare che qualsiasi progetto di autogoverno cresce se serve ad alimentare il conflitto e non solo se viene protetto istituzionalmente. Quando la democrazia partecipativa di Porto Alegre, diffusasi a livello mondiale dopo le giornate di Genova 2001, da strumento per favorire l’autorganizzazione e i conflitti dei soggetti sociali nel confronto diretto con i centri decisionali locali è diventata una procedura formale di consultazione dei cittadini utile a prevenire i conflitti, la «buona pratica» si è trasformata nel suo contrario.
Gli spunti analitici che trovate in questo numero di Jacobin Italia provano a evidenziare gli elementi materiali con cui ci si è scontrati in questi dieci anni: l’idea per cui la realtà locale è più vicina al controllo democratico è contraddittoria perché nelle città agiscono meccanismi globali di governance molto forti che non possono essere elusi. Se – come spiega Tommaso Fattori nel suo articolo – il comune non governa più trasporti, rifiuti e servizio idrico perché sono in mano ad aziende autonome che seguono la logica del profitto, come si può incidere? Se i bilanci comunali sono strangolati dai piani di rientro del debito – come scrive sempre su queste pagine Marco Bersani –, che tipo di politiche pubbliche può fare un’amministrazione locale?
Sono meccanismi che vanno sovvertiti in modo radicale, e se si rinuncia ad affrontarli si contribuisce solo al ciclo di illusione e disillusione del cambiamento che acuisce l’attuale crisi democratica.
Occorre allora un salto di qualità nell’elaborazione e nella proposta politica per tracciare in modo non astratto su quali dinamiche agire e su quali linee di frattura sperimentare i conflitti sociali urbani. Se non ci si vuole accontentare del «meno peggio», di soluzioni identitarie o dell’abitudine a percorrere sempre le stesse scorciatoie vanno indagate a fondo le difficoltà e i fallimenti di questi anni. A volte intraprendere le strade più lunghe, se si procede cercando l’energia di conflitti e movimenti inaspettati, può rivelarsi il modo per camminare più veloci. O almeno per non sbagliare strada.
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, fa parte del desk della redazione di Jacobin Italia.

