Jacobin Italia

Discorsi d’odio e silenzi razzisti

23 Marzo 2022

In Italia si sottovaluta il ruolo del linguaggio e della formazione nella riproduzione di esclusione e oppressione. I libri scolastici, ad esempio, evitano di affrontare il modo in cui le razze vengono storicamente costruite

L'utilizzo della N-word in italiano non è grave tanto quanto lo è in lingua inglese. Sono soprattutto le persone razzializzate a sentirselo ribadire, nella vita di tutti i giorni, così come sulle testate dei giornali, in televisione e in radio. Eppure sono diversi anni che – finalmente – anche in Italia le comunità razzializzate hanno cominciato a rivendicare il termine e a sensibilizzare le persone (bianche) sul suo impatto discriminante e oppressivo, indipendentemente dal contesto e dall’intenzione con cui la parola viene pronunciata. 

Del resto, l’Accademia della Crusca racconta che fino agli anni Settanta i termini «neg*o», «nero» e «di colore» venivano impiegati quasi come sinonimi e con connotazioni di significato affine. Sarà solo grazie all’emancipazione dei «Neri» americani dei primi anni Settanta che un gruppo ristretto di traduttori comincerà a bandire la parola neg*o, preferendo tradurre il termine «Black» con «Nero». È da questo movimento emancipatorio infatti che il concetto di «blackness» o «nerezza» acquisisce un’accezione di orgoglio, che si esprime in slogan come «Black power» e «Black is beautiful». Ciò nonostante, la nuova consapevolezza del retaggio storico della parola non impedì la diffusione di «neg*o» nel contesto italiano, che infelicemente negli anni Ottanta circolava tra i più importanti media nazionali che raccontavano i fenomeni migratori di allora e la sempre maggiore presenza di migranti provenienti dall’Africa – ma non solo – in Italia.

Atti linguistici di subordinazione

Il 2021 è stato piuttosto florido sul fronte del linguaggio razzista in televisione. Hanno attirato attenzione mediatica le parole della giornalista Alda D’Eusanio accusata di aver utilizzato la N-word durante un intervento al Grande Fratello Vip, rischiando la squalifica come era già accaduto a Fausto Leali, anche lui ex-concorrente del programma. A marzo 2021 è protagonista di un altro infelice episodio l’attrice Valeria Fabrizi che in risposta alla conduttrice che la elogiava per la sua bellezza in una foto da giovane smentisce asserendo: «sembravo una neg*a». Nonostante l’indignazione generale di milioni di persone nei giorni successivi, gran parte dell’opinione pubblica e di molte testate di giornale ha giustificato l’attrice sulla base della sua anzianità (Fabrizi nasce nel 1936); del resto, una volta si diceva così. 

C’è anche chi, con l’intento di far riflettere sulla gravità dell’uso di questi termini, finisce per produrre l’effetto opposto. Ne sono esempio i presentatori di Striscia la Notizia, Michelle Hunziker e Gerry Scotti, che nella puntata del 30 marzo 2021 ripropongono un video di cinque anni prima del programma Giass in cui Paolo Kessisoglu imita la deputata Laura Boldrini, al centro di alcune polemiche che la accusavano di maltrattare la sua governante e una dipendente. Nello sketch, Kessisoglu ironizza sul fatto che la deputata sia sempre concentrata sui «neg*i» e conclude rivolgendosi a un bambino «nero» (un attore truccato e in black face) con: «Vai Congo!». 

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