Raccontare la situazione dell’ex Ilva di Taranto comporta la difficoltà di esporre fatti e aspetti che spesso si sovrappongono, poiché molte azioni politiche e sindacali si affiancano a decisioni della magistratura ogni volta che nei provvedimenti giudiziari si intravede, o emerge chiaramente, l’intralcio alla continuità produttiva dello stabilimento tarantino, come nella sentenza della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio scorso.
Contro quest’ultimo provvedimento, che ha disposto la sospensione delle attività dell’area a caldo entro 90 giorni, determinandone, in accoglimento dell’istanza presentata da un gruppo di 11 cittadine e cittadini dell’Associazione Genitori Tarantini, la chiusura entro il prossimo 28 ottobre, non si sono fatte attendere le contromosse degli attuali gestori aziendali: Ilva SpA in amministrazione straordinaria; Acciaierie d’Italia SpA in amministrazione straordinaria; e Acciaierie d’Italia Holding SpA in amministrazione straordinaria hanno chiesto la sospensione del provvedimento alla Corte d’Appello e inoltrato ricorso in Cassazione.
L’11 settembre scorso è stato respinto il ricorso alla Corte d’Appello mentre si resta in attesa del pronunciamento della Cassazione, previsto il prossimo 20 ottobre. Intanto il 16 settembre sono iniziate le procedure di spegnimento dell’altoforno 2, l’unico attualmente in marcia, secondo il cronoprogramma fissato a luglio.
A questo contesto giudiziario sembra già affiancarsi un nuovo ricorso annunciato dal Ministro Urso, in cui i commissari dovranno «chiedere sostanzialmente se possono aspettare la sentenza della Corte di Cassazione prima di chiudere definitivamente gli impianti».
Questo scenario dovrebbe porre interrogativi importanti alle istituzioni nazionali e locali, ai gestori dell’azienda e nondimeno ai sindacati, sul probabile «dopo Ilva» che può configurarsi definitivamente dopo il 20 Ottobre. Invece, calcando le orme della reazione al primo sequestro giudiziario avvenuto nel 2012, tutte le forze politiche e sindacali, tranne i Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo), puntano a salvare l’area a caldo a qualsiasi costo, o meglio a proclamare di volerla salvare, perché la storia degli ultimi 14 anni dimostra in realtà qualcos’altro.
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Il fallimento di tutti i decreti «salva-Ilva»
Bisognerebbe trovare il coraggio di analizzare i fatti, anno dopo anno, per prendere coscienza del fallimento di tutti i decreti «salva-Ilva» – quasi 20 dal 2012 – a firma di ogni relativo governo in carica, e constatare il fallimento totale di ogni strategia annunciata e mai intrapresa realmente, come del fallimento degli ennemila tavoli di contrattazione sindacale e delle risibili ore di sciopero che li hanno preceduti, e soprattutto per ammettere che questa incapacità nel gestire un’emergenza ecologica e sociale, già allora individuata dalla magistratura prima che dagli attori coinvolti, ha avuto delle conseguenze irreparabili.
Dal 2012 a oggi ci sono stati 11 infortuni mortali sul lavoro. In questo stesso periodo c’è stata un’enorme emorragia di capitale pubblico, con una spesa di circa 5 miliardi di euro, cifra ancora più incredibile se consideriamo che la stima per il risanamento di tutto il sito nel 2012 era di 8 miliardi, mentre adesso secondo i tecnici ne servirebbero più del doppio. In questi stessi anni la produzione è arrivata ai minimi storici: 3,5 milioni di tonnellate di acciaio prodotto all’anno rispetto agli 8/11 milioni prodotti ai tempi di padron Riva. Dal 2012 si sono poi persi migliaia di posti di lavoro e professionalità: oggi sono circa 8.500 gli operai in Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, di cui quasi 5.000 in cassa integrazione, circa 1.600 operai di ex Ilva in amministrazione straordinaria tutti cassaintegrati, e circa 2.500 dipendenti dell’indotto, che sono principalmente lavoratori di aziende di pulizie industriali con contratto multiservizi, non metalmeccanico, traducibile in lavoro stagionale, retribuzioni inferiori, ossia intorno ai 1.000 euro al mese, e rischi maggiori per formazione e dispositivi di protezione.
In questi anni c’è stato inoltre un deterioramento ulteriore degli impianti per assenza di manutenzione (non a caso Lucia Morselli, ex Ad di ArcelorMittal, è indagata per «associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento ambientale oltre che per truffa ai danni dello Stato sulle quote ottenute per falsi dati sulle emissioni di CO₂ e infine per bancarotta fraudolenta»). E poi un aumento esponenziale di morti e malattie per inquinamento: Taranto registra il 40% di morti per mesotelioma, ossia a causa di esposizione all’amianto, di tutta la Puglia, il cui 70% è di origine professionale. Come se non bastasse, il tasso di disoccupazione è elevatissimo: il 17,5% a Taranto contro il 6% a Bari e una media nazionale del 6,3%, a segnalare che la strategica fabbrica per il Pil nazionale non lo è, evidentemente, per la ricaduta occupazionale nel nostro territorio.
C’è infine una compromissione gravissima delle risorse naturali: vige infatti ancora il divieto di pascolo e di coltivazione per 20 Km circostanti il complesso siderurgico mentre il processo per disastro ambientale, ripartito da zero al Tribunale di Potenza, si era concluso in primo grado a Taranto con condanne per oltre 300 anni, non solo a carico dei vertici Ilva. L’economia locale continua così a essere inchiodata alla monocultura dell’acciaio, visto che le alternative sono inibite dall’esposizione agli agenti inquinanti.
Le nostre vite valgono più dei loro profitti
Dati scientifici, tecnici e indicatori sociali si sommano alle motivazioni del sequestro del 2012, dando sostanza alle ultime decisioni della Magistratura, e sono alla base delle manifestazioni pubbliche di una cittadinanza che in questi ultimi mesi ha ritrovato la capacità di autoconvocarsi, di interrogarsi e riposizionare al centro del dibattito pubblico l’impellenza della propria visione di futuro libera dal Pil nazionale – per il quale la strategicità dell’Ilva era in realtà già crollata nei rapporti Svimez ai tempi del governo Conte – e libera da ogni altra imposizione calata dall’alto per regole di mercato e di profitto.
Questi dati incidono sulla qualità oltre che sulla durata delle nostre vite, ma evidentemente non scalfiscono l’accanimento terapeutico deciso per il siderurgico. L’incendio sviluppatosi nell’Altoforno 1 il 7 maggio 2025, a poche settimane dalle elezioni amministrative, e il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) poche settimane dopo, hanno mostrato la volontà ostinata della politica locale e nazionale a relegare Taranto nella zona di sacrificio scelta nel secolo scorso per l’industrializzazione e la militarizzazione del territorio.
L’incendio nell’Altoforno 1, denunciato dall’azienda come «evento emissivo visibile», ridefinito dalla Procura di Taranto come «Rischio di incidente rilevante», con conseguenze per l’azienda in termini di indagini al suo interno e per il funzionario che aveva «sbagliato» la definizione, ha ovviamente determinato il sequestro dell’impianto e, per la prima volta nella lunga storia dei decreti salva-Ilva, non è stato emanato nessun decreto ad hoc per consentirne il funzionamento. Si potrebbe pensare che a Roma qualcuno abbia capito che l’incidente rilevante è dietro un qualsiasi clic all’interno di quella fabbrica, ma l’ennesima Aia rilasciata pochi mesi dopo, a luglio 2025, in cui si concede un periodo di transizione al gas di oltre 10 anni – durante i quali resterebbero in marcia gli altoforni a carbone o quel che ne resta – ci dice chiaramente che il Governo non ha capito ancora che la bomba, sociale e fisica, è la fabbrica nella sua interezza e non la sua chiusura.
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La storia di un’impossibile decarbonizzazione
Un indizio dell’impossibile riposizionamento della fabbrica sul mercato lo avevamo già avuto nel 2018, quando per firmare quello che i sindacati confederali e Usb definirono «il miglior accordo possibile» con la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, lo Stato ha concesso lo scudo penale, vale a dire l’immunità di cui in Italia gode solo il Papa, se si escludono i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni. Oggi si riconosce una certa ragione a chi sosteneva che il predatore ArcelorMittal, multinazionale indiana dell’acciaio, avrebbe cannibalizzato un’azienda non più concorrente, come ancora fa comodo definirla, ma già allora moribonda. Si trattava in realtà di sciacallaggio, ma ammetterlo comporterebbe anche un cambio di valutazione rispetto alle fantasiose trattative di vendita e di ipotetico riassetto produttivo a cui continuiamo ad assistere. Infatti, in linea con l’instabilità a cui il governo attuale ci ha abituati, è stato approvato il decreto carburanti ed ex-ilva, sospeso in questi giorni in attesa degli esiti dei ricorsi e degli incontri fissati con i sindacati, con cui è appena stato autorizzato «un nuovo stanziamento di 100,5 milioni di euro per Acciaierie d’Italia per il 2026, da restituire entro sei mesi dalla fine del contratto con Ilva Spa o dalla vendita dell’azienda. La priorità dovrà essere data alla restituzione dei finanziamenti pubblici. Gli impianti strategici, come quelli di Ilva Spa, necessitano di autorizzazione ambientale statale».
Sentire il ministro Urso esortare all’auto licenziamento un lavoratore che chiede un lavoro che non ammazzi nessuno – come testimoniato dall’operaio Raffaele Cataldi, autore di Malesangue – è una sconfitta totale della democrazia rappresentativa e della democrazia in senso assoluto. Non sorprende che lo stesso Ministro si sia detto certo del Si di Genova all’installazione di un forno elettrico capace di produrre due milioni di tonnellate di acciaio l’anno, per poi essere smentito pochi mesi dopo da Fabrizio Ferrari, Presidente di Confindustria Genova, che ha chiarito che è il No al forno elettrico a Genova a essere certo e che si tratta di «un NO dettato dal mercato perché nessuno vuole fare un investimento di quel tipo» e, ancora Ferrari, ha sottolineato che Genova non vuole cedere una sua «area pregiata» a una nuova area a caldo mentre se si vuole fare il forno elettrico a Taranto allora va benissimo.
In questi ultimi dodici mesi, dopo il rilascio a Taranto dell’Aia a «carbone eterno» – ossia 10 anni in attesa dell’impossibile investimento nella «decarbonizzazione» – non si è sentito un solo politico o sindacalista, almeno locale, contestare il doppio standard fra Taranto e Genova, esigere chiarimenti sui criteri che definiscono un’area industriale pregiata e altre no.
Tuttavia, sono risposte che sia i lavoratori che la cittadinanza tarantina aspettano da decenni. Non è chiaro, infatti, perché non si possa ancora accogliere la proposta di Piano Taranto, stilata da oltre otto anni da diverse realtà cittadine, in collaborazione con esperti e studiosi, in cui la riconversione del sito industriale e la riqualificazione professionale dell’intera forza lavoro impiegata nello stabilimento tarantino sono state dimostrate nella fattibilità e nell’utilità economica e sociale che ne deriverebbe. A maggior ragione visto che già nel 2005 fu siglato un Accordo di Programma a Genova, fra tutte le istituzioni e le parti sociali coinvolte che, in virtù della stabilita incompatibilità dell’area a caldo con la vita umana, decretò la chiusura degli impianti interessati, il loro smantellamento e la restituzione delle aree alla città e ai lavoratori diversamente ricollocati.
Si rileva la stessa duplicità nella valutazione che porta i sindacati, oltre che ovviamente il governo e i commissari, a perseverare nella proposizione di un processo di «decarbonizzazione» dimostratosi inattuabile per i famosi investimenti che servirebbero ma che nessuno vuole fare.
Ma è ancora più grave ignorare l’impossibilità che gli attuali impianti possano reggere anche solo per un decimo del periodo di funzionamento previsto dall’Aia in attesa degli investimenti fantasma per la decarbonizzazione. Dicono che si tratta di un’attesa per non «gettare il bambino con l’acqua sporca», non si sa però quale sarebbe il bambino da proteggere in quell’ammasso di ferro vecchio che è ormai l’impianto dell’ex Ilva di Taranto.
E così la strage degli innocenti continua. Ossia continua il rischio quotidiano elevatissimo di perdere la vita in fabbrica, il rischio per la salute dei lavoratori e quindi delle loro famiglie, unito al rischio sempre più certo di perdere anche il posto di lavoro su cui il governo punta per tenere la presa sui lavoratori tarantini.
Tra tutte le cose gravi accadute in questo ultimo anno si ergono nella loro drammatica irreparabilità i due infortuni mortali, accaduti nel giro di poche settimane, a inizio 2026, con dinamiche identiche. Qualcuno le ha definite «dinamiche banali», e forse il crollo di un piano di calpestio in effetti lo è: che razza di caratteristiche sofisticate sono mai richieste perché la passerella di una fabbrica di interesse nazionale strategico sia solida?
Ma può essere considerato banale il meccanismo di controlli e di autorizzazioni, il protocollo delle pratiche operative o di qualsiasi cosa non abbia funzionato al punto da causare la morte di due uomini che stavano camminando nel loro luogo di lavoro? Non dovrebbe essere questa la domanda da porsi a monte dell’analisi degli incidenti che accadono in questa fabbrica, sequestrata dal 2012, che funziona per decreti, talvolta persino dichiarati incostituzionali, dopo aver prodotto i loro effetti nefasti?
In una fabbrica che dovrebbe essere nel mirino dei controlli del governo, delle istituzioni locali e dei sindacati, la prima domanda da porsi dovrebbe essere: come si è arrivati a un tale stato di deterioramento senza che nessuno ne abbia contezza, per prevenirlo o per interdire la zona? Come possono essere state revocate dal sindacato poche ore di sciopero, confidando nell’ennesimo tavolo a Roma, quando il corpo di un collega non era ancora stato recuperato dal mare in cui è sprofondato il 10 luglio 2019 con la sua gru?
Si può andare a ritroso, negli 11 incidenti fino al 2012 e per ognuno di essi sono state e saranno le indagini a stabilire le responsabilità, come in ogni infortunio mortale. La società civile, la cittadinanza e l’intera classe operaia hanno però il diritto, a fronte di tutto il vuoto che si prospetta dinanzi a loro, di chiedere e di capire come si sia arrivati a questo punto. Non per gusto recriminatorio o intento divisivo ma per comprendere gli errori da non ripetere, per evitare di compiere i passi che rendono inevitabile il precipizio.
Alla strumentalizzazione di chi usa le maestranze dell’indotto per esercitare un ricatto occupazionale che scompare comunque dinanzi al disastro generale in cui è stata spinta Taranto, la cittadinanza sta rispondendo con spirito di coesione, perché in ogni casa di Taranto c’è quasi certamente un dramma e farsi la guerra non lo risolve.
Bisogna capire chi è il nemico contro cui ribellarci. Il nemico non è la città, perché Taranto è già sotto pressione, non sono i colleghi che mangiano lo stesso pane e veleno ma i padroni e i loro fedeli sostenitori.
Il prossimo 17 ottobre è stata convocata una manifestazione che porterà a Taranto le realtà nazionali che condividono queste stesse battaglie. Per combattere contro una finta transizione ecologica che consente al capitalismo di cambiare facciata e prolungare il suo meccanismo ricattatorio mentre la bomba ci esplode letteralmente sotto i piedi.
*Virginia Rondinelli, lavoratrice precaria della pubblica amministrazione, è attivista del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti di Taranto. Cura la scaletta politica dell’Uno Maggio Taranto. Ha pubblicato un contributo su Taranto nel libro collettaneo Trame, pratiche e saperi per un’ecologia politica situata (Tamu, 2021) e ha scritto la prefazione a Malesangue di Raffaele Cataldi (Alegre, 2025)
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