Jacobin Italia

Donna, madre, fascista

21 Settembre 2022

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Il mito della «famiglia naturale» ha radici antiche: dalla questione demografica alla «tutela della stirpe» Mussolini ha messo al centro del suo potere il rapporto fra i generi, la funzione riproduttiva, l’«ordine morale»

Il centenario della Marcia su Roma arriva nel mezzo di tumultuose dispute, non sempre storiograficamente avvertite, su vecchie e nuove definizioni, su fascismi eterni o passeggeri. Queste dispute hanno occupato il discorso pubblico in questi ultimi anni con una centralità, forse, inattesa.  Nondimeno continuano a latitare nuove ricerche di storia della famiglia, della sessualità, del matrimonio e, particolarmente, della riproduzione: ricerche considerate estranee alla sfera della politica e del politico, poco significative perché relegate alla sfera del «privato». A rimanere ai margini, inevitabilmente, è l’ottica interpretativa del genere mentre l’ultimo lavoro di sintesi sul rapporto tra donne e fascismo resta un libro dei primi anni Novanta di Victoria De Grazia.

Eppure, anche ai più disattenti non sarà sfuggita la natura eminentemente politica che, ad esempio, il portato familista del discorso sovranista possiede (senza che il cosiddetto sovranismo ne possegga l’esclusiva). Si tratta dell’affermazione di un’idea rigidamente normativa della famiglia «naturale» e procreativa e della sua proclamazione a unico fondamento di una comunità nazionale basata sulla prossimità etnico-biologica e culturale, capace di esistere solo escludendo. 

Al tempo stesso, siamo circondati da dibattiti che ci ricordano costantemente come il governo della vita è un campo di tensione cruciale. Nella riproduzione e nel suo controllo precipitano, infatti, questioni decisive: le idee di ordine naturale e culturale, la costruzione del maschile e del femminile, il rapporto tra scienza e religione e quello tra morale e scienza, lo statuto del «non nato».  

Questa continua tensione intorno ai corpi riproduttivi è oggetto di studio e di analisi interpretativa da parte di studiose e studiosi che spesso articolano le loro riflessioni nel prolifico solco tracciato dalla storica tedesca Barbara Duden con l’individuazione del corpo delle donne «come luogo pubblico» (Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, Bollati Boringhieri, 1994). I corpi riproduttivi dimostrano di essere un cruciale «campo di battaglia» di primati discorsivi, egemonie normative, costruzioni politiche e simboliche mentre i soggetti non erano nel passato e non sono nel presente meri oggetti passivi di disciplinamento. 

Il ventre della nazione

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