L’Indonesia è il quarto paese più popoloso del mondo nonché quello con più persone di fede musulmana. Tuttavia questo grande arcipelago asiatico continua a essere un mistero, tanto per la gente comune come per giornalisti e attivisti. Le recenti elezioni presidenziali hanno per qualche ora generato maggiori attenzioni verso l’Indonesia ma permane una certa confusione nel capire la direzione che sta prendendo il paese.
Max Lane è da decenni uno dei maggiori analisti sull’Indonesia. Visiting Senior Fellow presso l’istituto Ieas di Singapore, autore di vari saggi e collaboratore del sito d’analisi sul sud-est asiatico Fulcrum, Lane è un attento osservatore tanto della politica istituzionale quanto dei movimenti sociali e culturali che si sviluppano nel paese. La sua è anche una grande storia personale: a inizio anni Ottanta, mentre lavorava presso l’ambasciata australiana a Giacarta, fu protagonista dell’avventurosa traduzione e pubblicazione dell’opera, all’epoca censurata, di uno dei più importanti scrittori indonesiani, Pramoedya Ananta Toer, una vicenda recentemente raccontata in un libro. Da Melbourne dove risiede, Max Lane ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia sul presente e il futuro dell’arcipelago.
Le elezioni presidenziali indonesiane hanno visto la vittoria schiacciante di un personaggio responsabile di massacri a Timor Est, Papua e Aceh nonché di rapimenti di attivisti democratici. Tuttavia Prabowo Subianto giunge alla presidenza in alleanza con il Presidente uscente Joko Widodo (ex-rivale), attestato su posizioni più liberali, e dopo aver condotto la campagna elettorale portando avanti un messaggio più moderato rispetto al passato. Qual è il significato di questa elezione?
Non sono d’accordo nel dire che la vittoria di Prabowo sia stata «schiacciante». Prabowo ha goduto dell’attivo supporto del Presidente uscente raccogliendo solo il 3% più di quanto questi ottenne nel 2019 e in quell’occasione Widodo e Prabowo erano rivali e gli unici candidati presidenziali. Certamente, di solito quando un candidato vince con il 58% afferma di aver ottenuto una vittoria «schiacciante». È normale, ma è in questo caso è ingannevole. Almeno il 40% dei votanti non ha votato per Subianto, anche se era sostenuto dai due ultimi presidenti. Forse il 50% ha votato volontariamente per Prabowo e/o Jokowi, ma anche in questo caso il voto si è sviluppato in linea con le tendenze geo-culturali del paese. Direi che, trattandosi di una campagna congiunta Widodo-Prabowo, il 58% di Prabowo non è affatto impressionante.
Quanto alla «moderazione» di Prabowo, anche le campagne elettorali del 2014 e del 2019 sono state tutte «moderate», nel senso che non vi è stato nessun riferimento a cliché o temi autoritari, sebbene ci fosse un flirt tattico con i gruppi islamici. Il punto è che siccome dal 1998 non vi sono state serie sfide di sinistra o di altra natura democratica allo status quo, non c’è stato bisogno che Prabowo o altre forze d’élite si appellassero a tematiche autoritarie.
Infine, non credo affatto che Widodo abbia posizioni più «liberali» rispetto a Subianto. Se fosse così allora perché lo ha nominato Ministro della Difesa dopo averlo sconfitto alle elezioni del 2019?
Tuttavia è noto che Widodo non provenisse dall’élite militare né dal circolo di Suharto. E il suo partito, almeno ufficialmente, si colloca più al centro.
Widodo, come figura emersa nel periodo successivo al 1998 [anno della destituzione di Suharto, NdA], in effetti non ha una storia di sostegno al governo autoritario. Tuttavia quando la sua figura è emersa, nel 2013-2014, era in affari con membri dell’esercito e non ha mai menzionato le questioni democratiche o i diritti umani come temi centrali. Riguardo al suo partito, il Pdip, non ne ha mai veramente fatto parte ma si è limitato ad aderirvi per utilizzarlo come processo di nomina elettorale.
Con l’elezione di suo figlio Gibran alla vice-Presidenza del paese, Widodo ha avviato la costruzione della sua «dinastia» e farà di tutto per consolidare la sua posizione «reale».
Durante il suo mandato l’Indonesia ha vissuto una certa crescita economica. Tuttavia i suoi critici lo hanno accusato di aver ceduto completamente all’élite economica e militare. Che giudizio dai dei suoi due lustri di governo? A cosa credi che sia dovuta la sua popolarità?
La crescita economica dell’Indonesia si è attestata attorno al 4-5%, quindi al di sotto dell’obiettivo del 7% fissato dallo stesso Widodo. Inoltre, la qualità di questa crescita deve essere messa in discussione poiché è fortemente dipendente dalle esportazioni di materie prime. Non c’è stato lo sviluppo dell’industria pesante o semipesante.
La popolarità di Widodo si basa essenzialmente sulla stabilità finanziaria del paese, che dura ormai da vent’anni. Le masse indonesiane, in assenza di qualsiasi dibattito nazionale sul futuro del paese, reagiscono positivamente al potere esecutivo fintanto che permane la stabilità finanziaria. Non ritengono i presidenti responsabili di un lento e generale declino delle condizioni economiche, come quello che hanno sperimentato, ma solo di instabilità e volatilità. Questa è la base della popolarità di Widodo. Oltre a ciò, ha utilizzato anche tattiche sistematiche di clientelismo elettorale.
Prima delle elezioni avevi scritto che in Indonesia bisogna distinguere la polarizzazione retorica da quella sostanziale. Nonostante le proteste su questioni economiche (penso a quelle contro la riforma del lavoro), come mai la politica indonesiana rimane ancorata a una lotta tra notabili?
Tra il 1965 e il 1998 la popolazione è stata esclusa dalla vita politica. Ogni contestazione ideologica è scomparsa, mantenuta viva solo dagli artisti e studenti. Anche se tra il 1992 e il 1997 ci fu un forte movimento anti-dittatura che riuscì a cacciare Suharto dal potere, esso fu purtroppo molto breve, di appena cinque anni, e quindi lasciò un’eredità limitata. Ciò significa che quando Suharto cadde non vi erano forze popolari in grado di creare un partito o movimento politico che potesse controbilanciare l’élite prodotta dal Nuovo Ordine, per non parlare di sfidarla. Quella élite si fratturò rapidamente in diversi partiti con diverse basi geo-culturali ed economiche ma con gli stessi interessi economici generali e la stessa visione ideologica.
La mancanza di una seria industrializzazione in Indonesia significa che la vasta massa di lavoratori – 160-180 milioni – sono semi-proletari rurali e urbani che non hanno un modo semplice per esercitare il potere all’interno dell’economia. Gli operai delle fabbriche costituiscono una piccola percentuale. La stragrande maggioranza vive in condizioni molto precarie (anche se non in povertà estrema) e la loro precarietà rende loro difficile anche organizzarsi.
A causa di mezzo secolo (1965-2024) senza contestazione ideologica all’interno della società, il livello di cultura politica è molto basso. La principale vera polarizzazione o contraddizione politico-ideologica oggi è quella tra «società civile» (Ong, sindacati più piccoli, intellettuali critici, ecc.) e l’establishment politico rappresentato da tutti i partiti parlamentari.
Sulla scia delle grandi manifestazioni contro la riforma del lavoro, in queste elezioni si è affacciato un nuovo soggetto politico, il Partito laburista (Partai Buruh). Secondo alcuni si è trattato di uno dei più avanzati tentativi di organizzare la classe lavoratrice in un soggetto politico. Tuttavia, i risultati sono stati magri. Come giudichi questo tentativo? Credi che abbia futuro?
Il Partito laburista è stato ostacolato fin dall’inizio dal dominio di un’élite burocratica opportunista che siede al vertice delle due maggiori confederazioni sindacali. Sono state queste confederazioni a frenare la militanza operaia cresciuta tra il 2010 e il 2013. I gruppi più attivi sono una minoranza nel Partito laburista mentre la maggior parte dei sindacati composti da attivisti progressisti non vi hanno aderito affatto. Alle elezioni presidenziali non hanno appoggiato nessun candidato perché tutti e tre avevano sostenuto le leggi contro i lavoratori, ma nessuno del Pb ha fatto una campagna per denunciare i trascorsi di Prabowo o la costruzione della dinastia di Widodo. Sono rimasti completamente in silenzio su queste questioni. Si sono attenuti a richieste economiche basilari facilmente neutralizzate da Prabowo e Widodo, i quali hanno aumentato massicciamente l’assistenza sociale in prossimità della data delle elezioni e hanno anche promesso pasti gratuiti a tutti i bambini in età scolare. Il Partito laburista non ha futuro senza grandi cambiamenti politici, strutturali e di leadership.
Detto questo, in confronto agli scioperi del 2011-13, le mobilizzazioni degli ultimi anni non sono state così impressionanti. Vi sono state manifestazioni importanti ma si è trattato di eventi una tantum, senza repliche, e il movimento non è cresciuto. Queste manifestazioni sono comunque molto importanti come segnali di quale potenziale si nasconde sotto la superficie, ma non sono state abbastanza grandi da avere un impatto rilevante.
Negli anni scorsi dall’Europa si è avuta l’impressione che un forte integralismo islamico si stesse diffondendo nell’arcipelago. Penso alla diffusione del velo nelle scuole o alla condanna a due anni per blasfemia del Governatore di Giacarta. Quanto è profonda questa tendenza? Può rompere la tradizionale unità del paese sul terreno religioso?
Il fondamentalismo islamico non sta crescendo in Indonesia. Permane un conservatorismo sociale generale nei confronti delle donne soprattutto tra i musulmani. Allo stesso tempo la vita urbana moderna reagisce a questo conservatorismo sociale.
Tra il 2010 e il 2019, Prabowo Subianto ha flirtato con i gruppi islamici come tattica elettorale. Questo gli ha fatto perdere le elezioni del 2019 e si è unito a Joko Widodo. Da allora, ai gruppi islamici è stata negata una piattaforma nazionale. Due gruppi sono stati banditi a titolo definitivo dall’attuale governo. Il conservatorismo sociale rimarrà forte finché le forze sociali progressiste non riemergeranno.
Quanto è profondo il potere militare oggi nel paese? Sono ancora al potere o esiste una potente classe imprenditoriale indipendente dall’esercito?
Oggi l’esercito ha un ruolo molto piccolo per quanto riguarda l’intervento attivo in politica. La classe dominante indonesiana è una combinazione di un grande settore del capitale (conglomerati, a volte ora chiamati «oligarki») e un settore molto vasto di quelli che possono essere chiamati capitalisti «kabupaten», cioè capitalisti che operano a livello locale, operando in distretti o province. Questi ultimi costituiscono anche la sostanza della maggior parte delle reti di partiti politici. Alcuni conglomerati hanno ruoli diretti nei partiti, altri operano più dietro le quinte attraverso donazioni, ecc. Comunque non ci sono dubbi sul fatto che molti ufficiali dell’esercito vorrebbero tornare al potere. In questo momento vi è una spinta dall’interno dell’esercito per aumentare i comandi militari locali in tutto il paese.
Pochi sanno che Giacarta sta costruendo dal nulla e nel mezzo delle foreste del Borneo una nuova capitale, Nusantara, per rispondere alla terribile situazione in cui versa Giacarta, città che sta sprofondando letteralmente per l’uso eccessivo di acqua dal sottosuolo. Come reagisce la società indonesiana a questa decisione e qual è il suo grado di attenzione alle questioni ambientali?
Non esiste una discussione seria su questi temi a livello mainstream. Se ne interessano solo un piccolo spettro di Ong. Oltre alla questione riguardante la nuova capitale, resta un mistero anche capire in che modo il Governo finanzierà la necessaria riabilitazione di Giacarta.
In politica estera l’Indonesia degli ultimi anni pare aver preso posizioni più autonome rispetto agli Usa. Penso ai rapporti molto solidi con la Cina (verso la quale in passato vigeva una sorta di fobia), alle limitazioni nelle esportazioni di nickel, ai rapporti non avversi verso la Russia, alla condanna, quantomeno a parole, per le azioni di Israele. Come credi che evolverà la politica estera indonesiana?
È molto probabile che l’Indonesia continui ad allinearsi con l’Occidente, soprattutto nel suo impegno verso il G20 e nella ricerca di investimenti occidentali, pur mantenendo il suo impegno retorico sul “non allineamento» e su questioni come quella di Gaza. La sua ricerca di investimenti non esclude nessun paese, compresa la Cina. Potrebbe continuare a partecipare alle riunioni dei Brics, ma sarei sorpreso se si unisse.Possiamo presumere che Giacarta cercherà anche di difendere le sue imprese nei rapporti con le imprese occidentali, ma questo comportamento non dovrebbe essere confuso con una identificazione politica o solidarietà reale verso il Sud del mondo.
Nel 2016 si è svolto il primo simposio ufficiale sullo sterminio del 1965. L’esercito non ha mai chiesto scusa e anzi ha minimizzato la gravità dei fatti. Per alcuni, però, si è trattato di un primo passo. Ci sono stati altri passi ufficiali verso il riconoscimento delle vittime del massacro? C’è un maggiore riconoscimento nella società del fatto che centinaia di migliaia di persone innocenti sono state assassinate, o è tutto uguale?
A breve pubblicherò un articolo proprio su questo. C’è un’erosione inarrestabile dell’egemonia della narrativa ufficiale rispetto al 1965. Si tratta però di un processo di erosione e non di demolizione frontale. E gli indonesiani sono 260 milioni. Tuttavia, il processo è inarrestabile, a un certo punto verrà raggiunto un punto critico e poi chissà cosa succederà.
Tanti anni fa hai fatto conoscere al mondo i libri (all’epoca proibiti) dello scrittore e prigioniero politico Pramoedya Ananta Toer. Pare che oggi la cultura indonesiana stia vivendo una certa vivacità. Penso al cinema femminista di Kamila Andini o ai libri (tradotti in italiano) di Leila Chudori e di Eka Kurniawan. È un’impressione che condividi?
Fino a oggi, dopo l’ascesa al potere di Suharto, gli anni Settanta sono stati quelli culturalmente più dinamici nel teatro (Rendra) e nel cinema (Sjumandjaja). Negli anni Ottanta, i romanzi di Toer hanno scosso la scena artistica mentre negli anni Novanta cruciale è stato il ruolo del poeta della protesta, Wiji Thukul. Dall’inizio degli anni 2000 c’è stato il teatro femminista di Faiza Mardzoeki, e più recentemente un ribollire di poesia d’avanguardia. E poi i saggi critici di Linda Christanty e molti altri. Come hai menzionato, ci sono anche scrittori liberali apolitici come Leila Chudori ed Eka Kurniawan. C’è anche una maggiore produzione cinematografica, tra cui lo straordinario documentario Eksil di Lola Amaria, che sta facendo la storia del cinema. Sicuramente c’è un fermento artistico non indifferente che ribolle. Vedremo dove andrà.
*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona. Max Lane è Visiting Senior Fellow presso l’Iseas – Yusof Ishak Institute. È autore di Unfinished Nation: Indonesia Before and After Suharto (Verso, 2007) e di Indonesia Out of the Exile. How Pramoedya’s Buru Quartet Killed a Dictatorship (Penguin, 2022). È stato traduttore dall’indonesiano dei romanzi di Pramoedya Ananta Toer.

