La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina ci ha spiazzato. Ha spiazzato analisti internazionali di lunga esperienza, gran parte del mondo giornalistico, la diplomazia internazionale e anche il movimento pacifista o quel che ne restava.
Questa considerazione non è di poco conto perché aiuta a comprendere anche le difficoltà che questa guerra pone a chi, come noi, ha come ispirazione la denuncia delle oppressioni e delle ingiustizie e si trova costretto, costretta a divincolarsi dalla logica binaria che ormai vede contrapposti solo un variegato e composito esercito del Bene e un redivivo impero del Male. In mezzo più nulla, nessuna analisi, nessuna posizione. Dentro a un campo di battaglia, per nulla metaforico, non esiste spazio per il dubbio, per la contraddizione, per l’azione disinteressata. E così i pacifisti sono annessi all’esercito russo, strumenti della sua propaganda, alleati di certi giornalisti o giornaliste al soldo di Putin che sembrano essere l’ossessione della stampa mainstream.
Questa difficoltà è figlia anche di una disabitudine alla discussione, all’approfondimento. Essere rimasti spiazzati dalla guerra, ad esempio, va di pari passo con l’assenza di occhiali e relazioni nei paesi, Russia e Ucraina, le cui sorti stanno per ridefinire un nuovo assetto del pianeta. Una crisi di un vecchio internazionalismo reso ancora più debole, se non improbabile, dopo la fine del campo sovietico e l’ormai simbolico crollo del muro di Berlino.
Si chiude l’89
La guerra in effetti chiude il periodo storico apertosi proprio con il 1989. Allora la fine di un campo del mondo, quello che contribuiva ad alimentare il bipolarismo internazionale e la divisione in blocchi del pianeta, avrebbe dovuto aprire, nelle intenzioni degli Stati uniti, la fase del «nuovo ordine mondiale» strategicamente disegnata dalla prima guerra del Golfo, 1990-1991, voluta da Bush padre. Quel nuovo ordine si è in effetti dispiegato inesorabilmente, tanto da ispirare il concetto di «fine della storia» cara alla visione hegelo-kojeviana di Francis Fukuyama. Una definizione fulminante che ha segnato l’intera politologia occidentale. Quell’ordine si è dilatato e disseminato nel mondo forgiando sempre nuove guerre, direttamente volute e gestite dal centro di comando occidentale a cominciare dalle più note: ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq. L’espansione unipolare si è dipanata come un filo interminabile germogliato a Washington e innaffiato e fatto crescere nelle capitali europee. Con una Russia silente e spettatrice e una Cina che solo qualche anno dopo, a cominciare dagli anni Dieci del 2000, si sarebbe eretta come protagonista mondiale spezzando in parte (e con contraddizioni nuove) l’incantesimo.
