Jacobin Italia

Ecosistema giacobino

26 Settembre 2025

In epoca di atomizzazione sociale, la Scuola di Jacobin rappresenta un'occasione per coltivare uno spazio comune: identità diverse unite da obiettivi concreti

Far incontrare le persone in una società che, in assenza di spazi pubblici, non si incontra più se non per consumare; abbandonare il senso di sconfitta che ci portiamo dentro a causa di anni di arretramenti della sinistra; riprenderci il presente grazie a una visione del futuro.

Sono queste alcune delle considerazioni uscite nell’assemblea conclusiva della quarta Scuola Giacobina, al termine di tre giorni in cui si sono susseguite 24 lezioni, 3 assemblee plenarie, uno spettacolo di danza palestinese, il concerto dei Carpineta e un reading di letteratura working class portato sul palco dagli operai e operaie del Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn. Con discussioni stimolanti e ricche di proposte tra 38 relatori e relatrici e 200 iscritte e iscritti.

Una scuola che quest’anno ha visto le donne nettamente maggioritarie, arrivando al 61% delle persone iscritte, e in cui complessivamente il 63% aveva un’età inferiore ai 35 anni. La provenienza geografica è stata più variegata degli altri anni seppur sempre maggiormente concentrata nel centro-nord, con una rappresentanza prevalente del mondo della formazione (23% studenti, 17% insegnanti e 13% ricercatori universitari) ma anche con diversi impiegati (17%) e alcuni disoccupati (6%) e operai (3%). 

Il 28% delle persone presenti ha dichiarato di non aver avuto nessun impegno politico attivo da almeno tre anni, il resto ha avuto esperienze di attivismo plurali: solo il 10% dei partecipanti è stato iscritto negli ultimi tre anni a un partito politico, e solo il 7% ha aderito a un sindacato, mentre in questo stesso periodo la maggior parte è stata impegnata in centri sociali (27%), movimenti pacifisti e pro-Pal (21%), in associazioni di volontariato (19%), in movimenti ambientalisti (18,5%), in esperienze mutualistiche (18%), in collettivi femministi (17%) e in collettivi studenteschi (13%).  

Una delle novità più originali di quest’anno è stata la partecipazione, grazie all’impegno dell’Istituto Tecnico e Liceo linguistico Marco Polo di Firenze che ne ha finanziato l’iscrizione, di 9 studentesse dell’ultimo anno – tutte ragazze, in larga parte attive nel collettivo studentesco dell’istituto – come forma decisamente non convenzionale di orientamento universitario. E il loro impegno ed entusiasmo di trovarsi in un luogo come la Scuola Giacobina ha contagiato le altre persone presenti.  

La Scuola prevedeva sei percorsi tematici, e quello partecipato in modo più continuativo è stato il percorso sul Socialismo, parola recuperata dal cuore del capitalismo, dove sembrava un tabù, proprio dalla rivista statunitense Jacobin, per sfidare il progressismo liberista che permea il Partito democratico. Nella scuola abbiamo esplorato le origini storiche del socialismo ma anche le sue potenzialità teoriche e pratiche nel presente, con le lezioni di Salvatore Cannavò, Luca Casarotti, Emiliano Brancaccio e Paola Imperatore. 

Tra le lezioni più partecipate ci sono state anche quella sulla Giustizia senza carcere di Vincenzo Scalia e Sofia Ciuffoletti, quella sull’attuale crisi della globalizzazione tenuta da Marco Bertorello e Danilo Corradi, quella sul colonialismo di insediamento in Palestina di Chiara Cruciati e quella sul dilemma dell’organizzarsi, in cui Francesca Gabbriellini ed Enrico Gullo hanno discusso il recente libro di Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale, non a caso il testo più venduto nella libreria della Scuola.    

Il momento emotivamente e politicamente più forte è stata la plenaria di venerdì sera sul genocidio in Palestina, il riarmo e le alternative possibili, aperta anche ai non iscritti e partecipata da alcune centinaia di persone. 

«Oggi viene disvelato a livello di massa qual è il significato del colonialismo europeo», ha detto Paola Caridi riportandoci al 1948 e quindi alle radici storiche di quel che accade da due anni a Gaza. Tomaso Montanari ha notato l’amaro paradosso per cui oggi «i guardiani europei del genocidio commesso dallo Stato ebraico sono i due paesi protagonisti della Shoah: la Germania e l’Italia». Dal 2020 al 2024 – ha sottolineato invece Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica Gkn – c’è stata la crescita di ricchezza più veloce della storia ai vertici delle società capitaliste, ossia per le élite dominanti questi sono stati «i migliori anni della loro esistenza, mentre per noi sono stati pandemia, guerra in Ucraina, crisi climatica e genocidio. Questo significa che il sistema sta crescendo sulla morte e non sulla vita. E il riarmo infatti ristruttura l’intera economia». 

In collegamento dalla Palestina, è intervenuto Rami del Popular Art Centre: «Ogni giorno che passa – ha detto – siamo testimoni di un massacro continuo a Gaza: almeno cento palestinesi, soprattutto donne e bambini, ogni giorno vengono uccisi, muoiono di fame o bruciati vivi nelle tende, sotto bombardamenti insensati e mai visti prima che hanno lo scopo di distruggere le vite e cacciare le persone dalle loro case, con il supporto degli Stati uniti e nel vergognoso silenzio dei governi arabi ed europei». Ha poi raccontato dell’espansione dei coloni in Cisgiordania: «Condivido con voi la testimonianza della settimana scorsa dal villaggio di al-Mughayyir a est di Rammalah. Nell’assedio forzato durato tre giorni, ogni casa è stata saccheggiata, diecimila alberi di ulivo e mandorle sono stati sradicati, dozzine di auto sono state bruciate e altre sequestrate. Solo al termine dello scorso anno, 60 case nel villaggio sono state incendiate. Questa non è una storia isolata; riflette la realtà vissuta in Cisgiordania. Stanno isolando i villaggi e i paesi palestinesi l’uno dall’altro con l’installazione di più di 1.000 cancelli elettronici, in un terribile sistema di apartheid. Recentemente, è passata una nuova legge, chiamata E1, che punta a dividere la Cisgiordania tra nord e sud. Anche le infrastrutture agricole sono soggette a centinaia di attacchi: la distruzione di parte della banca dei semi a Hebron, l’incendio del vivaio di al-Junidi – uno dei più grandi della Palestina – la demolizione del mercato centrale delle verdure a Beita, Nablus, la confisca di più di 200 dunums (circa 20 ettari) nella fattoria di Tulkarem, e la distruzione di serre e infrastrutture idriche delle cooperative di donne nella valle del Giordano. Inoltre, punti di raccolta dell’acqua sono stati distrutti e ridotte le quote di acqua dedicate alle persone palestinesi da parte delle compagnie israeliane come parte di un generale blocco economico».

Nonostante questa terribile realtà «resistiamo con tutto quello che abbiamo – ha detto –, con l’arte e la cultura, seminando speranza nei cuori di bambine e bambini nonostante le macerie e la disperazione, e provando a fornire cibo alle persone sfollate dai campi, che oggi sono arrivate a circa 60mila. Ci autorganizziamo nei nostri villaggi e nelle nostre comunità, rafforzando i legami tra le cooperative e le istituzioni locali per incoraggiare produzione e solidarietà. E stiamo lavorando per formare comitati popolari in ogni villaggio che mettano insieme medici, insegnanti, professioniste e giovani, per preparare ad affrontare in modo condiviso i pericoli e i coloni che ci assediano. Abbiamo chiamato questi villaggi: villaggi liberati».

La plenaria si è svolta venerdì 19 settembre, giorno dello sciopero per fermare il massacro a Gaza convocato dalla Cgil e a pochi giorni dall’enorme sciopero del 22 settembre convocato dai sindacati di base, che ha sancito la nascita di un vero e proprio movimento contro la guerra. Nei tre giorni della Scuola, con approfondimenti e confronti, abbiamo respirato e cospirato insieme, immaginando un cambiamento sociale complessivo. Una ricostruzione delle idee che va a braccetto con la ricostruzione delle pratiche, infatti la serata del sabato è stata una Festa della birra working class in sostegno al progetto di reindustrializzazione ecologica dal basso dell’ex Gkn e quella del venerdì abbiamo raccolto fondi per le famiglie fuggite da Gaza e ospitate proprio dall’Associazione Casa Caciolle, luogo in cui organizziamo ormai da tre anni la nostra Scuola.  

L’80% delle persone iscritte quest’anno partecipava alla Scuola per la prima volta, ma un consistente zoccolo duro comincia a considerarla un appuntamento annuale importante e generativo. Grazie alla Scuola dello scorso anno è nata a Firenze e dintorni l’esperienza del gruppo di lettura giacobino della Piana Toscana, così come dalla nostra Scuola del 2021 a Napoli è nata l’esperienza romana della Scuola Utopie reali. L’idea dell’apprendistato giacobino ha confermato di cogliere una necessità di approfondimento politico che esiste tra le nuove generazioni e non solo, ma che trova a sinistra pochi luoghi credibili. Ma quest’anno più che mai è stato evidente anche il bisogno di attivarsi e organizzarsi.

Come più volte ripetuto nei dibattiti dei tre giorni, viviamo in un’epoca di atomizzazione sociale, dove anche le esplosioni di movimento non garantiscono il radicamento organizzativo nei luoghi sociali. La nostra battaglia delle idee dimostra però la sua utilità nel coltivare un’area, «un ecosistema organizzativo» potremmo dire usando sempre un concetto del libro di Rodrigo Nunes. Sapendo che possiamo provare a fare ovunque quel che ha fatto la Global Sumud Flottilla: aggregare su un obiettivo concreto tante forze diverse per costruirne una soltanto.

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.