Jacobin Italia

El Salvador, la pace incerta

24 Gennaio 2022

L'ex guerrigliera e dirigente del Fmln Nidia Díaz racconta che oggi un presidente populista minaccia il delicato e contraddittorio compromesso raggiunto trent'anni fa nello stato centroamericano

Il 16 gennaio scorso gli accordi di pace che hanno portato alla conclusione negoziata della guerra civile in El Salvador compiono trent’anni. Il conflitto durato dodici anni tra la dittatura militare di destra appoggiata dagli Usa e la guerriglia di sinistra provocò settantacinquemila morti e ottomila scomparsi, con centinaia di migliaia di sfollati. Nel 1993, il rapporto della Commissione per la verità delle Nazioni unite ha attribuito almeno l’85 per cento di quella violenza alle forze di sicurezza dello stato e ai paramilitari.

Gli accordi di pace non hanno modificato le strutture disuguali e dipendenti dell’accumulazione in El Salvador, ma hanno aperto una nuova arena di pacifica lotta politica. L’accordo ha smilitarizzato lo stato salvadoregno, stabilendo le basi costituzionali per le istituzioni democratiche liberali. Ha consentito la smobilitazione del Fronte di liberazione nazionale di Farabundo Martí (Fmln), il fronte di sinistra in cui operavano i guerriglieri, e la sua conversione in un partito politico legale, che, quasi vent’anni dopo, è arrivato a governare il paese per due mandati (2009-2019).

Oggi quelle conquiste democratiche vengono annullate. Il populista autoritario Nayib Bukele è diventato il primo presidente del dopoguerra a non commemorare la firma degli accordi di pace, che ha liquidato come una «farsa». Invece descrive sia la guerra che gli accordi di pace come una cospirazione tra due fazioni ugualmente corrotte e d’élite. Nel corso dei suoi due anni e mezzo al potere, Bukele ha dedicato il suo governo alla rimilitarizzazione dello Stato, allo scioglimento della separazione dei poteri e alla criminalizzazione della sua opposizione, resuscitando gli spettri della dittatura.

In seguito, nel 1999, Díaz sarebbe stata candidata alla vicepresidenza dell’Fmln. Ha lavorato da rappresentante dell’Fmln al Parlamento centroamericano e all’Assemblea legislativa salvadoregna, dove ha guidato il gruppo dell’Fmln dal 2018 al 2021. In questa intervista con la collaboratrice di Jacobin Hilary Goodfriend, Díaz riflette sulla guerra e sul processo di pace, sui risultati e sui limiti degli accordi e i loro attuali capovolgimenti.

Per affrontare il processo di pace dovremmo probabilmente iniziare con la guerra. Perché, in quel momento storico, la gente a El Salvador scelse la lotta armata?


Perché noi salvadoregni ci siamo scontrati, come figli della stessa nazione? Le cause hanno un’origine strutturale, accumulata in due secoli, per dare un punto di partenza, in particolare a partire dall’anno 1932, tappa storica culminata in un’insurrezione popolare repressa dalla dittatura che regnò per sessant’anni. Quell’insurrezione fallì, venne schiacciata militarmente in un massacro di oltre trentaduemila contadini indigeni. Fu un periodo di povertà estrema; non c’era lavoro. Ci fu una depressione globale che ebbe impatto nazionale. C’era esclusione ed emarginazione. La ricchezza era concentrata nella terra, in poche mani. L’oligarchia ha cercato di mantenere il suo potere.
Passarono dieci anni. Uno sciopero del 1944, lo sciopero brazos caídos, fece cadere il dittatore, ma le forme dittatoriali di dominio rimasero. Ci furono tentativi di rendere legale la sinistra negli anni Sessanta, ma fallirono. Pesava anche il contesto internazionale: la rivoluzione cubana, i processi di lotta armata in Colombia e altro ancora. La sinistra iniziò a ripensare il suo percorso verso il potere. Non c’era più solo la partecipazione legale alle elezioni. Poteva invece esserci anche la via della lotta armata. Ci fu un grande dibattito all’interno del Partito comunista, che aveva condotto enormi lotte, sia legali che clandestine. L’intero dibattito riguardava la costruzione di un partito, la rivoluzione, la strategia e la tattica di lotta. Nel 1975 erano nate tutte e cinque le organizzazioni che avrebbero formato l’Fmln cinque anni dopo. Era una lotta tutta clandestina: era una guerriglia. Ma era più che altro focalizzata sul potenziamento dello sviluppo della lotta sociale e dell’organizzazione popolare perché non volevamo davvero una guerra: volevamo una lotta sociale e politica. Abbiamo combinato forme di lotta differenti.


L’esaurimento della lotta politica venne dimostrato dai brogli elettorali del 1972 e del 1977. Cominciarono i massacri. La gente si raccolse nell’Unione nazionale di opposizione, che era un’alleanza tra socialdemocratici, cristiani democratici e il volto legale del Partito comunista: questa era la forma che assunse la sinistra. I settori al potere si mossero per fermare questa avanzata popolare; a questo punto, formarono squadroni della morte.
Nel 1977 compirono un grande massacro per imporre un altro dittatore che aveva perso massicciamente le elezioni, il generale Humberto Romero. Successivamente, imposero il coprifuoco e la legge marziale. Tutti condannarono quel massacro, anche monsignor Óscar Romero, che era stato appena nominato arcivescovo di San Salvador e che tutti ritenevano conservatore. Giorni dopo, ammazzarono padre Rutilio Grande, che sta per essere beatificato.
A quel tempo, il presidente degli Stati uniti era Jimmy Carter. Carter sospese gli aiuti a El Salvador nel 1979 per violazioni dei diritti umani. Il 15 ottobre ebbe luogo l’ultimo colpo di stato militare in El Salvador, per deporre il dittatore. Fu proposta una giunta civile-militare rivoluzionaria e molti esponenti di sinistra entrarono nel governo. Ma alla fine di dicembre, la sinistra cominciò a uscire dalla giunta. I tradizionali apparati militari iniziarono a tornare.
La seconda giunta si è poi impegnata nel genocidio. Quell’anno [1980] fu fondato il Comitato rivoluzionario di coordinamento di massa (Crm) e, il 22 gennaio, venne represso con un massacro. Giorni dopo, il leader della Gioventù cristiano-democratica fu assassinato. Il 24 marzo uccisero sant’Óscar Romero, che era diventato non solo la «voce dei senza voce» ma anche un facilitatore di pace, perché aveva la capacità di dialogare con diversi settori e cercava una soluzione politica al grande scontro che si prospettava.

Il 18 aprile fu fondato il Fronte democratico rivoluzionario (Fdr), un’alleanza tra socialdemocratici, democristiani, il braccio politico del Partito comunista, il Crm: una grande alleanza, un ampio fronte contro la dittatura. Allo stesso tempo, era in corso il processo di unificazione dell’Fmln. Ormai c’era più dialogo tra le cinque organizzazioni, che erano state in lizza per essere l’avanguardia del processo. Erano convinti che nessun singolo gruppo avrebbe avuto forza. Ci doveva essere unità tra le forze rivoluzionarie.

Il 10 ottobre venne fondato il Fronte Farabundo Martí. Immediatamente si alleò con il Fdr, che propose un programma per un governo rivoluzionario e creò una commissione diplomatica per cercare una soluzione politica al conflitto.
Sfortunatamente, Ronald Reagan vinse le elezioni negli Stati uniti e immediatamente ripristinò gli aiuti militari [al governo salvadoregno di destra]. L’oligarchia quindi assassinò la leadership del Fdr. Il clima di scontro crebbe.
Questo ci ha portato a intraprendere un vasto sforzo insurrezionale il 10 gennaio 1981. Sebbene si fosse discusso se sarebbe stata una guerra popolare prolungata, eravamo soprattutto guerrieri sociali, convinti che tutto questo sarebbe presto finito. Ma ci sbagliavamo, perché l’impero venne coinvolto direttamente affinché non si ripetesse quello che era successo in Vietnam. Dal momento che vedevano la regione centroamericana come il loro cortile, ci sono andati giù pesante.

Il primo progetto è stato quello di schiacciare totalmente l’insurrezione. Ma non funzionò: ci siamo ritirati, ci siamo organizzati, abbiamo resistito e abbiamo iniziato ad avanzare. Così, quando molte persone credevano che l’Fmln non avesse più la capacità di fare nulla, è riemerso con determinate azioni. È stata la comunità internazionale che, nell’agosto del 1981, con la Dichiarazione franco-messicana, ha riconosciuto l’Fmln come forza rappresentativa della lotta popolare e ha legittimato le cause che avevano provocato la guerra civile: esclusione politica, emarginazione socioeconomica, disuguaglianza e intervento degli Usa. Quattro diversi progetti di controinsurrezione statunitensi fallirono, sebbene venissero assicurati 2 milioni di dollari al giorno in aiuti entro la fine della guerra.

Nidia Díaz, quando era nella guerriglia

Come mai dopo che si era progettato di prendere il potere militarmente, il conflitto si è concluso con un accordo?


Tutto è dipeso dai rapporti di forza. Sconfiggendo quattro strategie di controinsurrezione, avevamo un programma rivoluzionario da realizzare: il governo rivoluzionario democratico. Nel 1984 siamo passati a un «governo provvisorio con ampia partecipazione». Nel 1989 non aspettavamo più di arrivare al potere per celebrare libere elezioni; abbiamo fatto una proposta per partecipare alle elezioni nel bel mezzo della guerra. Ma la guerra è continuata e il fattore che l’ha prolungata fu l’intervento nordamericano. Se avessero interrotto gli aiuti e non avessero salvato quell’esercito, li avremmo sconfitti militarmente, perché, nel 1983, abbiamo spazzato via le posizioni della protezione civile, i gruppi paramilitari. Quindi sì, avevamo le nostre speranze, ma la realtà era diversa.

Molte persone dicono: «Perché hai negoziato invece di prendere il potere?». Ebbene, più la guerra si protraeva, meno la gente la voleva. La guerra è uno stato di eccezione che distrugge la vita umana. C’è un alto costo sociale. Finimmo con ottantamila morti, ottomila scomparsi, molti esiliati. Le famiglie furono fatte a pezzi; c’erano molti prigionieri politici. Quindi abbiamo sfruttato i rapporti di forza in cui ci trovavamo per negoziare una soluzione politica. Ma voglio dire questo: se non avessimo continuato la lotta armata fino all’ultimo giorno, non avremmo costretto l’oligarchia e l’esercito a riformarsi, a cedere. Perché anche una virgola è stata decisa con i proiettili. E per questo motivo, quella lotta di liberazione nazionale ha avuto un caro prezzo di sangue. Non è mai stata una farsa, per nessuno. Era uno scontro tra lo stato salvadoregno e le forze rappresentative di un popolo.


Dopo la dichiarazione franco-messicana, abbiamo inviato una lettera all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che è stata letta da Daniel Ortega, presidente del Nicaragua, in cui ci siamo offerti di aprire i colloqui [il 4 ottobre 1981]. Ma il primo dialogo risale al 1984. Il progetto controinsurrezionale era in crisi; gli Stati uniti stavano mettendo in discussione i loro aiuti, che a quel punto erano poco più di un milione di dollari al giorno. Avevano addestrato tutti i battaglioni e avevano legalizzato immoralmente la presenza di cinquantacinque consiglieri militari permanenti nel paese, anche se in realtà erano più di trecento: uno di loro era lo statunitense che partecipò alla mia cattura: Félix Rodríguez, cubano americano. In questo contesto, [il presidente José Napoleone] Duarte ha accetato di negoziare.
Il 15 ottobre 1984 si svolse alla Palma il primo dialogo, mediato dalla Chiesa cattolica e da tutto il corpo diplomatico. Duarte propose di deporre le armi e di aderire alla nuova Costituzione del 1983. Abbiamo detto di no – perché anch’io c’ero a questo primo dialogo – non eravamo andati a discutere delle nostre armi, eravamo andati a discutere le cause della guerra, e non potevamo aderire a quella Costituzione perché dava il potere supremo ai militari e non riconosceva i diritti e e le libertà fondamentali. L’incontro si concluse lì. Il mese successivo ci fu un altro momento di confronto ad Ayagualo; l’Fmln propose una riforma costituzionale per smilitarizzare il paese e Duarte l’ha respinse in dieci minuti. I colloqui si fermarono.


Tre anni dopo, altra trattativa: Esquipulas II. Volevano che deponessimo le armi per parlare. Non abbiamo accettato. Alla fine cedettero e Duarte acconsentì a parlare mentre noi rimanevamo armati. Nel bel mezzo di quegli incontri, hanno ucciso il presidente della Commissione per i diritti umani di El Salvador. L’Fmln fermò i colloqui, dicendo che non potevamo dialogare mentre uccidevano persone. I tre colloqui con Duarte si sono conclusi lì.
Il dialogo venne riaperto nel 1989, con il [Presidente Alfredo] Cristiani. I primi colloqui avvennero senza mediazione: solo le due delegazioni, faccia a faccia. Decidemmo di incontrarci di nuovo in ottobre in Costa Rica. Lì tornò la Chiesa cattolica, con osservatori dell’Onu e dell’Organizzazione degli Stati americani, ma l’esercito non si sedette al tavolo delle trattative. Dalla prima delegazione Cristiani nel settembre 1989 alla firma degli accordi di pace, il generale [Mauricio] Vargas si sarebbe presentato, ma si sarebbe seduto in fondo. Non poteva stare allo stesso tavolo degli insorti.


A livello globale, siamo stati sottoposti a molte pressioni da parte dei socialdemocratici affinché firmassero gli accordi per niente, perché il muro di Berlino era caduto, tutto era perduto nel mondo socialista, ecc. Credevano che il nostro problema fosse un conflitto est-ovest, ma avevamo diversi problemi strutturali e rispondemmo di no, ma che saremmo andati a un’altra riunione. L’oligarchia e la destra dissero che doveva esserci un cessate il fuoco per aprire i colloqui. Dicemmo di no, ma che saremmo andati a un altro incontro.
Ne avevamo programmato uno per novembre, ma il 30 ottobre misero una bomba nella Federazione sindacale nazionale dei lavoratori salvadoregni [uccidendo nove sindacalisti, incluso il leader sindacale Febe Elizabeth Velásquez]. Abbiamo interrotto i colloqui e preparato un’offensiva per cambiare i rapporti di forza. In quel momento, stavamo cercando di concentrare tutti i nostri sforzi per cambiare il corso della storia. Così, l’11 novembre 1989, lanciammo una vasta offensiva chiamata «Febe Elizabeth Lives. Hasta el tope y punto». Hanno risposto con la repressione, scegliendo di bombardare la periferia della città; hanno ucciso i gesuiti, hanno ucciso molte persone.
Quattro mesi dopo, gli equilibri si sono riallineati e si è aperta la possibilità di veri e propri negoziati, ora con l’intervento delle Nazioni Unite come terza parte. Abbiamo negoziato dal 4 aprile 1990 al gennaio 1992, praticamente per due anni.


Puoi commentare il contenuto degli accordi, la loro portata e i loro limiti?

Per cominciare, si decise un modello negoziale di pari condizioni delle parti, con quattro obiettivi: finalizzare il conflitto armato attraverso accordi politici che affrontassero le cause che avevano dato inizio alla guerra civile; che quegli accordi promuovessero la democratizzazione del paese; che includessero il pieno rispetto dei diritti umani; e, con questa base, raggiungere la convivenza democratica e la riunificazione della società.
Con ciò, venne stabilita un’agenda in dieci punti: la smilitarizzazione del paese; diritti umani; il sistema giudiziario; il sistema elettorale; riforme costituzionali; il problema socioeconomico: tutto ciò riguardava l’intera società, quei sei accordi. Gli altri erano il cessate il fuoco, il processo di smobilitazione dell’Fmln; il processo di riduzione dell’esercito; e la trasformazione dell’Fmln in partito politico. Inoltre, la verifica e l’osservazione elettorale, e il calendario, il programma.
L’Fmln ha convenuto che per ogni 20 per cento degli accordi politici rispettati, ci sarebbe stata una smobilitazione del 20 per cento delle forze di guerriglia, che erano integrate in attività economiche o politiche, o della Polizia civile nazionale. I nostri negoziati si sono svolti in guerra, non in tempo di pace. Abbiamo cercato che ciascuno degli accordi avesse un sostegno costituzionale, almeno per quanto riguarda gli elementi politici. Non abbiamo raggiunto l’equilibrio di potere necessario per fare le riforme costituzionali economiche.
Stavamo riformando una Costituzione controinsurrezionale per uno stato borghese. Non stavamo facendo una nuova Costituzione. Ma tutti quegli accordi andavano nella direzione di uno Stato sociale, costituzionale, democratico. La Costituzione includeva già importanti diritti dagli anni Cinquanta. Infatti, nell’ordine socioeconomico, si stabiliva che la proprietà privata sarebbe stata rispettata in quanto aveva una funzione sociale. Sono state riconosciute quattro diverse forme di proprietà.
I punti economici che avevamo voluto inserire erano la riduzione della proprietà privata da 254 ettari a 100 ettari; il diritto umano al cibo e il diritto umano all’acqua, come beni comuni; il diritto di sciopero per i lavoratori del settore pubblico; la libertà di sindacalizzare per i contadini. Ma quelli li abbiamo persi. Abbiamo fatto un accordo per iniziare un po’ a democratizzare l’economia, in relazione alla creazione di un forum socioeconomico per discutere di questioni come gli stipendi, le pensioni, la legalizzazione dei titoli fondiari urbani; la terra pubblica doveva essere data ai contadini e tutti i combattenti e le persone che vivevano in aree di conflitto avrebbero avuto terra e credito.

L’oligarchia e l’esercito hanno resistito alle riforme. Dopo la firma degli accordi, ci sono state due transizioni: la transizione democratica degli accordi di pace, compreso il rispetto della partecipazione, delle libertà, dei concorsi elettorali puliti – qualunque progetto o programma avesse raggiunto una maggiore egemonia tra il popolo avrebbe vinto, ma non più frodi, e mai più la militarizzazione dei seggi – il rafforzamento delle istituzioni, la separazione dei poteri, il sistema dei pesi e dei contrappesi, ecc. E l’altra parte: la transizione economica neoliberista, che ha reso i poveri più poveri e i ricchi più ricchi.
Quando l’Fmln ha vinto le elezioni diciotto anni dopo, abbiamo riscontrato una contrazione dell’economia al 3,6%. Era un paese tremendamente ineguale, che viveva di rimesse; non abbiamo più coltivato cereali di base, abbiamo importato tutto. Era un paese violento, perché un deficit degli accordi di pace era il non aver praticato una cultura di pace. Ciò che ne è derivato è stata una cultura della violenza. Non rispettando le raccomandazioni della Commissione per la verità, l’impunità è continuata, il ramo giudiziario non è stato adeguatamente ripulito ed è entrato il traffico di droga, così come la vendita di armi. Le bande provenivano dagli Stati uniti. Abbiamo riscontrato tutto questo quando siamo entrati nell’ufficio esecutivo, che non è la stessa cosa che prendere il potere.


Il governo di Nayib Bukele rifiuta gli accordi di pace. È noto per il suo consolidamento autoritario del potere, ma anche per i suoi alti indici di approvazione. Secondo te, come si rapporta il momento attuale con il periodo autoritario precedente al conflitto? Quali sono le somiglianze e quali le differenze che evidenzieresti?


Tanto per cominciare, la differenza principale è il sistema socioeconomico, nel senso che l’oligarchia non basa più la sua ricchezza sulla terra, ma piuttosto sulla speculazione finanziaria e su qualche commercio. Ma resta un’oligarchia. Inoltre, l’alto livello delle rimesse sostiene ora l’economia dei consumi. Ma nella forma del regime di dominio, è vero che l’esercito non è più in carica, ma il potere ha una forma autoritaria quando un gruppo economico controlla il potere politico: un gruppo che si è stabilito e un altro che sta emergendo.


Come lo confrontiamo con il passato? Quali sono state le cause dell’esclusione politica? La centralizzazione del potere. Controllavano la legislatura, l’esecutivo, la magistratura, ecc., e prevalevano i loro interessi, senza preoccuparsi del rispetto dei diritti, delle libertà, dell’istituzionalità. Non c’era separazione dei poteri, nessun controllo ed equilibrio, nessun sistema di libertà e diritti civili e politici. Prima, per esempio, chi criticava sarebbe scomparso, ucciso. Anche avere un francobollo di San Romero era reato. Tutte le forme di lotta sociale pacifica sono state criminalizzate. Il clima di persecuzione era reale.
Ora, confrontandolo con oggi, il regime ha tentato di controllare il pensiero della gente. Chi si oppone o critica ora è visto come un nemico, non come un avversario politico, ma come qualcuno da distruggere. Negli accordi di pace è vietato tenere prigionieri politici. Quindi usa la legge, la guerra giudiziaria; usa il potere giudiziario per inventare accuse contro i politici, anche se ingiustificate o non definite nel codice penale. Ha usurpato il potere giudiziario, quando gli accordi di pace ne garantivano l’indipendenza.
Quello che è successo il primo maggio 2021, [quando Bukele ha preso il controllo della Corte Suprema e di altri alti funzionari giudiziari] è stata una flagrante violazione degli accordi di pace, una rottura. Ora, hanno rimosso un giudice per non aver accettato di ascoltare una causa frivola, oppure hanno rimosso il giudice che ha supervisionato il processo El Mozote. Poi c’è quello che è successo il 9 febbraio 2020, quando il presidente ha voluto costringere i legislatori a votare. Usare l’esercito come ha fatto e come fa lui, quando non dovrebbe più avere quelle funzioni, è grave. Rompe anche con gli accordi di pace quando vuole raddoppiare le dimensioni dell’esercito, quando si è convenuto che un esercito in tempo di pace dovrebbe diminuire, non aumentare e non dovrebbe svolgere funzioni di pubblica sicurezza.


Non gli interessa violare la Costituzione e quelle riforme. In seguito si giustifica dicendo che non ci crede, che era un patto corrotto, che serviva solo ad arricchirli. Cerca di giustificare il proprio furto. Ad esempio, ha modificato le funzioni dell’Istituto per l’accesso alla pubblica informazione; ha ripulito il Tribunale per l’etica del governo. Alla fine, sta cercando di ottenere risorse per facilitare l’accumulo per il suo gruppo al potere.
Tutte quelle leggi che sovrintendono alle nuove istituzioni che sono il prodotto degli accordi di pace sono state fatte nella Copaz, la Commissione Nazionale per la Pace. Non erano un capriccio. Alla Copaz c’erano partiti l’Fmln e il governo e, come osservatori, la Chiesa cattolica e l’Onu e i partiti che erano nella legislatura in quel momento. Tutte le leggi – la legge per la Polizia Civile Nazionale, l’esercito, il Tribunale Elettorale Supremo, il Difensore civico per i diritti umani, ecc. – sono state fatte alla Copaz e inviate al Congresso. C’è stato un processo di dibattito. Ora Bukele arriva e dice: «Non sono d’accordo con queste responsabilità e poteri», e cerca di annullare le leggi e la Costituzione. Sta smantellando il processo democratico che ha permesso la sua stessa elezione.
Vediamo oggi la persecuzione della Chiesa, dei giornalisti. Vuole mettere fuori legge i veri partiti di opposizione, l’Fmln come la sinistra in questo paese, e anche il partito che l’oligarchia ha usato fino ad ora. Oggi, la nuova destra si sta riconfigurando nel partito Nuevas Ideas di [Bukele]. La sua [proposta] di rielezione calpesta la Costituzione che in un modo o nell’altro ha permesso al sistema di funzionare. «Quale sistema?» potresti chiedere. Il sistema capitalista, è vero. Ma è ciò che ti permette di lottare per ora.
Il problema fondamentale è: per cosa vuoi il potere? E per cosa vuole il potere Bukele? Siamo di fronte a una situazione di flagrante violazione delle istituzioni e della legge, non con l’obiettivo di una democrazia più rivoluzionaria, più trasparente, più partecipativa, più giusta, ma per arricchirsi, per avere più potere sulla popolazione.
L’Fmln si è sempre battuto per una democrazia più trasparente e partecipativa.  Siamo favorevoli all’attuazione del referendum, ad esempio, ma non per centralizzare il potere ma per democratizzare davvero il Paese. Ciò che [il governo di Bukele] ha presentato nella sua proposta di riforma costituzionale è una maggiore centralizzazione del potere al servizio degli interessi economici.


Alcuni osservatori cercano di classificare Bukele come un attore controegemonico, soprattutto da quando ha adottato un discorso apparentemente antimperialista nelle sue controversie con l’amministrazione Biden. Come lo caratterizzeresti?

Ha una contraddizione con il potere egemonico. Trump ha tollerato che Bukele non rispettasse due dei requisiti dell’Alleanza per la prosperità nel Triangolo del Nord. Dei cinque punti del piano – prosperità, sicurezza, migrazione, trasparenza e istituzionalità – non ne ha realizzati due, ma a Trump non importava. Ora, di fronte alle richieste di essere responsabile, di non violare permanentemente gli accordi, dice: «Vogliono dirmi cosa fare». C’è la contraddizione, ma ha un limite. Gli Stati uniti non porranno mai un blocco a El Salvador come hanno fatto a Cuba, ma stanno prestando attenzione a causa della pressione che subisce l’amministrazione da parte dei settori più progressisti. Biden ha un elettorato da accontentare, proprio come Trump. Ma non ho mai visto una contraddizione centrale o principale tra gli Stati uniti e Bukele.
All’inizio Bukele si presentò come un uomo di sinistra. Ma cosa abbiamo visto nella sua politica estera? Ha interrotto i rapporti con la Repubblica Saharawi e non ha permesso l’apertura di un’ambasciata palestinese; ha rotto i rapporti con il Venezuela, cancellato i programmi sociali cubani. Ha visto l’ambasciatore di Trump in El Salvador come amico. È conservatore. Prima di entrare in carica, quando è andato in Israele, al muro, lui – figlio dei palestinesi – stava dalla parte di Gerusalemme e non dalla parte di Betlemme.
Tutta la delegittimazione e il rifiuto della lotta popolare, dicendo che è una farsa, e il rifiuto delle riforme costituzionali e delle istituzioni create dagli accordi di pace e dalle leggi che li sostengono, è per giustificare la sua rapina allo Stato, e il suo potere autoritario, il regime messianico. Dice di essere mandato da Dio, dice di essere l’uomo migliore del mondo, ecc., ma non sta lavorando per una maggiore democrazia, giustizia sociale o diritti. Non vuole essere interrogato e le istituzioni progettate per interrogare o indagare, come il difensore civico dei diritti umani, la Corte dei conti o il difensore civico generale, sono state neutralizzate, perché se dicono qualcosa, sono fuori.
Vuole seminare paura, in modo che la gente smetta di fare opposizione. È una forma per neutralizzare la sinistra, neutralizzare la lotta. Ma viviamo in un momento in cui le persone hanno cominciato a interrogarsi. La gente scenderà in piazza per difendere gli accordi di pace. Usciranno e si esprimeranno, come hanno fatto il 7 settembre, quando è entrata in vigore la legge Bitcoin, il 15 settembre, il 17 ottobre, il 12 dicembre e ora il 16 gennaio. Si stanno unendo settori più democratici. Bukele ha una capacità incredibile di manipolare, di comunicare con le persone. Ma molte e molti stanno iniziando a capire. La gente è sono stanca.
Dobbiamo difendere la storia, la memoria storica. Oggi sta distruggendo monumenti. Non riconosce la lotta di liberazione, né gli accordi tra lo Stato e l’Fmln come forza rappresentativa riconosciuta dalla comunità internazionale. Non rispetta la memoria dei nostri eroi e delle nostre eroine. Li vede come criminali, vivi e morti. Se le persone non hanno memoria storica, è a causa dell’assenza di un vero progetto di memoria storica e perché l’Fmln non è riuscito a creare una cultura egemonica tra le persone.

*Nidia Díaz è un’avvocata, politica e firmataria degli accordi di pace di Chapultepec come rappresentante del Fronte di liberazione nazionale di Farabundo Martí. Hilary Goodfriend è una studentessa di dottorato in studi latinoamericani presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). È collaboratrice editoriale di Jacobin e Jacobin América Latina, dove è uscita questa intervista. La traduzione è a cura della redazione.