Jacobin Italia

Elogio degli scappati da casa

17 Settembre 2025

Tutto ciò che eccede gli angusti limiti della piccola proprietà privata, ultimo rifugio di fronte alla crisi e all’incertezza, viene guardato con sospetto dai difensori dell’ordine esistente. Ma altre forme di vita (e di abitare) sono possibili

Se gli epiteti, i modi di dire e le espressioni che circolano in un dato periodo sono la spia dello spirito del tempo, bisogna fare caso all’espressione «scappati di casa», divenuta negli anni del ciclo reazionario un insulto che tradisce senso di superiorità e disprezzo. 

Eppure, fino a pochi anni fa, chi aveva l’ardire di scappare da casa era visto con simpatia e ispirava solidarietà. Scappare da casa era un sintomo di dissenso creativo, rappresentava la ricerca dell’emancipazione. Era quasi un rito di passaggio fondamentale, un modo per abbandonare le quattro mura e scoprire di abitare la città, il mondo. Evidentemente, invece, questi sono anni in cui bisogna starsene a casa propria.

Spazi pubblici e spazi privati

Attorno alla difesa degli spazi angusti della vita individuale e atomizzata si è andata costruendo una forma di vita specifica e appiccicosa, un’ideologia della piccola proprietà che cancella gli spazi di condivisione, esclude ogni possibilità di fuga, impedisce di allargare gli orizzonti. 

Viene in mente la scena finale di Uomo Invisibile. Al culmine del romanzo capolavoro di Ralph Ellison, uscito nel 1952 e tradotto per la prima volta in Italia da un giovane Luciano Gallino, la rivolta divampa nel quartiere di Harlem, innescata da un abuso di polizia. Durante quel riot che infiamma la metropoli, punto d’arrivo di un afroamericano dagli Stati segregazionsti del sud profondo, la folla invece di puntare verso le zone borghesi presidiate da portieri in livrea o magari attaccare la cittadella degli affari downtown, si muove spontaneamente in direzione del quartiere di case popolari dal quale proviene. Ellison le descrive senza alcun romanticismo: sono abitazioni fatiscenti, infestate da blatte e corrose dal degrado. La gente inizia un movimento inverso, spiazzante e radicale: dalla piazza allo spazio privato. Così il fuoco della rivolta divampa nei tuguri eletti a domicilio dai diseredati. Bisogna cominciare da lì, da dove termina Uomo Invisibile: fare tabula rasa delle proprie case per avere la speranza di emanciparsi, avere il coraggio di distruggere il luogo dentro al quale si è costretti, seppure questo rappresenti una piccola certezza dentro a una vita di sfruttamento. È una scena, quella descritta da Ellison, che ci ricorda con solenne e studiata semplicità che ogni rivolta muove anche dal disprezzo di un pezzo delle nostre vite, non dalla loro santificazione.

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