The Hard Crowd di Rachel Kushner raccoglie vent’anni di saggi su argomenti che vanno dalle corse motociclistiche a Marguerite Duras, dai poeti itineranti che popolavano il mondo dei suoi genitori bohémien alla scena sociale spigolosa in cui viveva da giovane a San Francisco.
Mentre Kushner evita consapevolmente l’approccio didattico, il suo lavoro si basa ripetutamente su temi politici, sia che si tratti della sinistra rivoluzionaria italiana nei turbolenti anni Settanta, come nel suo romanzo I lanciafiamme; di incarcerazione di massa in California, come in Mars Room; o della vita dei palestinesi in un campo profughi a Gerusalemme, come in The Hard Crowd.
Meagan Day di Jacobin discute con Kushner della scrittura borghese e del suo malcontento, degli intrecci dell’Autonomia italiana, dell’umiliazione israeliana inflitta ai palestinesi, dei successi e dei fallimenti della campagna di Bernie Sanders e dello spirito rivoluzionario della rivolta per George Floyd.
L’intervista si svolge mentre Israele continua la sua violenta offensiva contro i civili palestinesi. «La logica dell’occupazione militare, che interrompe la libertà di movimento e l’obiettivo militare dichiarato di far sentire ogni palestinese braccato e inseguito, è stata totalmente travolgente – dice Kushner a proposito delle condizioni di vita dei profughi palestinesi a Gerusalemme – Sono convinta che chiunque abbia visto quello che ho visto io non sarebbe in grado di continuare a credere in Israele in quanto stato etnico».
Cominciamo con il tuo amico Nanni Balestrini. Nel tuo saggio su di lui in The Hard Crowd, scrivi che il suo stile «sovverte il fantomatico romanzo borghese». Che cosa vuoi dire?
Il romanzo è un esito della letteratura del diciannovesimo secolo che serve a fare luce sulle vite private e individuali della borghesia e a intrattenere la borghesia stessa. La sua linea di orizzonte di lotta tende a essere un ostacolo all’accumulazione della piccola borghesia, a seguito del crollo della monarchia. Come nel lavoro di [Honoré de] Balzac, i cui romanzi sono incredibilmente viziosi e divertenti nei confronti della morale sempre più sordida dei diversi personaggi che cercano di farsi strada nella nuova Francia post-rivoluzionaria.
Nel ventesimo secolo, ovviamente, il romanzo borghese è andato in frantumi ed è arrivato il modernismo. Tuttavia, sintetizzando molto, c’è una certa logica formale conservatrice che ha ancora una presa sulla forma del romanzo. Ciò probabilmente ha a che fare con la natura totalizzante del capitalismo, dove l’accumulazione non è più vista come qualcosa di nuovo e volgare, come ai tempi di Balzac, ma piuttosto come l’unica prospettiva. Mi piace questa citazione di McKenzie Wark, secondo cui lo slancio del romanzo borghese «riguarda la creazione di qualcosa di questo mondo, non il trascenderlo a favore di un altro».
Nanni Balestrini ha fatto molte cose diverse: è stato un artista, un poeta, un organizzatore, ha pubblicato giornali e riviste, ha militato nei movimenti per quasi settant’anni. Sembra davvero aver inventato un suo approccio originale al romanzo. I romanzi che ha scritto, Vogliamo tutto o Gli Invisibili, illuminano le vite private, non come sintomi funzionanti, consenzienti e desiderosi di questo mondo, ma come vite private sintomatiche di un improvviso e completo rifiuto e ripudio di questo mondo. Inoltre, non sono individui raffigurati con gli strumenti del genere, dove la particolarità è la presenza principale della credibilità falsificata. In altre parole, ti vengono in mente tutti questi dettagli personalizzati per burattini che sposti sulla pagina. Ciò che Balestrini ha fatto è stato semplicemente accendere il registratore mentre era impegnato nella lotta politica, in particolare nelle fabbriche del nord Italia durante l’Autunno caldo del 1969 e del 1970. La voce di Vogliamo tutto è una sola persona, che parla in prima persona, ma funziona come un esempio di un tipo di persona, uno tra la marmaglia o l’orda di persone che venivano dal sud Italia per fare questi brutali lavori da catena di montaggio e si ribellarono, contro i loro capi e il loro sindacato e contro il Partito comunista che era stata una specie di parte del sistema che consentiva di mantenere l’intero meccanismo in funzione.
Balestrini ha radicalizzato il romanzo come una forma che non riguarda né il ritratto della vita interiore della borghesia né il divertimento per la borghesia, ma piuttosto come visione e rapporto di luoghi di rottura e conflitto tra persone che stanno tentando di rifiutare la loro posizione all’interno di un contesto economico e di un ordine sociale.
Il suo romanzo Gli Invisibili è basato sulla vita di un ragazzo di nome Sergio Bianchi, coinvolto in alcuni episodi dei gruppi armati e underground del movimento del ’77, altrimenti noto come Autonomia. Attraverso la voce di un personaggio, un narratore, Balestrini dimostra come un figlio di una famiglia che appartiene a una classe sociale in cui le madri fanno lavori a cottimo al tavolo della cucina per fabbriche di motociclette e automobili alla fine guadagna una coscienza politica e si dedica totalmente al suo momento storico, ossia le ondate di rivolte in Italia negli anni Settanta. Il narratore sperimenta le vette di quel movimento, prima di finire in prigione.
Quello che ha fatto Nanni con quei romanzi era qualcosa di nuovo. Gli ho chiesto come ha fatto e delle registrazioni, ma non me lo ha mai detto. Il punto era il risultato, l’arte e il suo impatto, il suo prodotto, non il modo in cui l’ha realizzato.
Questa osservazione mi ricorda Denis Johnson, altro autore cui è dedicato uno dei testi raccolti in The Hard Crowd. Sono sempre stata colpita dalla tenera considerazione di Johnson per i vagabondi e i bevitori sottoproletari, i tossicodipendenti e i condannati a morte, persone le cui vite la società borghese considera uno spreco totale: il titolo del necrologio di Johnson del New York Times dice che «ha scritto di falliti e disperati». Anche Denis Johnson de-borghesizza il romanzo, è questa parte del suo lavoro che ti attrae?
Ho trascorso del tempo a Iowa City perché avevo amici che erano cittadini lì, o erano di Des Moines ma mi ero trasferita a Iowa City, dove c’erano più concerti punkrock e bar migliori. In Iowa City Denis c’era la diceria che Johnson avesse scovato nelle storie nei bar, raffinandole, e alla fine sono diventate i racconti di Jesus’ son.
Quando ho incontrato Johnson, gli ho chiesto se era vero, e lui ha detto di no, che aveva scritto le storie «nel modo normale, una frase alla volta». Ma penso che questo abbia a che fare con la mitologia intorno a Johnson e con lo stupore della gente per cosa è stato in grado di scrivere a proposito di tutti questi personaggi così sfortunati, in un modo che sembra immediato e autentico, piuttosto che tramite la rimozione che qualsiasi scrittura implica.
Scrivere di una cosa non significa viverla, ma Denis Johnson sembra essere lì con loro. Sono storie meravigliosamente costruite, con questo dialogo che ricorda le battute di Lenny Bruce combinate con epitaffi concisi e cupi incisi su lapidi. Inoltre, molti dei dettagli nei racconti erano nuovi per me nella narrativa ma familiari nella vita. Quando i ragazzi del racconto che si intitola Work entrano in una casa e tirano fuori tutti i cavi in rame per venderli, ciò ha avuto un grande impatto su di me. Le persone che conoscevo a San Francisco erano molto simili alle persone di queste storie. C’era un vecchio impianto di imbottigliamento Lucky Lager che era il punto di riferimento per il rame a San Francisco. Le persone che conoscevo entravano lì e prendevano tutto. Ma, naturalmente, essere a conoscenza di cose di questo tipo non è sufficiente per avere una buona scrittura: per niente. Johnson ha raggiunto un risultato elevato.
Denis Johnson, come Nanni Balestrini, proveniva da «una simpatica famiglia borghese», a quanto mi risulta. In realtà, credo che la famiglia di Nanni fosse piuttosto ricca, anche se non aveva uno stile di vita elevato. Ma indossava bellissimi mocassini e blazer – ehi, era italiano! C’è un passaggio in cui Johnson dice di essere stato «salvato dalla categoria dei beatnik», che adoro come esempio di sintassi e locuzione. Quindi, per lui, non si tratta tanto di venire da qualche contesto e poi scrivere di quella provenienza quanto di essere qualcuno che si schiera con coloro che si ribellano al potere, al lavoro, alle regole, alla repressione, all’ottusità, al suburbio e alla noia.
Scrivi spesso di arte e artisti, nonché di sottoculture entusiaste. Sento che a volte c’è una divisione nel modo in cui parliamo di classe e cultura, l’idea che i lavoratori siano persone normali che frequentano solo cultura di massa e che la controcultura sia pretenziosa, decadente o borghese. In The Hard Crowd non mi pare che tu riconosca quella divisione. Nel primo saggio, scrivi dei tuoi genitori che erano controculturali ma anche membri della working class.
I miei genitori non sono della classe operaia. Sono entrambi scienziati, con dottorato di ricerca. Il padre di mio padre è andato al City College di New York e mia nonna è andata a Hunter. Erano membri del Partito comunista, fino al 1956 e dopo. Il Partito comunista di New York City era un mondo di intellettuali. Quando ho detto ai miei nonni all’età di sei anni che non sapevo chi fosse Paul Robeson, erano increduli e hanno messo su dischi e hanno cercato di farmi apprezzare il famoso baritono di Paul Robeson – sforzi che sono stati, per una bambina come me, probabilmente un fallimento.
Anche i genitori di mia madre avevano entrambi una laurea. Forse è insolito avere persone che hanno ricevuto un’istruzione universitaria nella tua famiglia. Mia madre è cresciuta nel sud e lei e sua sorella maggiore stavano facendo l’autostop alla Highlander School nel Tennessee per essere addestrate alla resistenza non violenta quando erano ancora al liceo. La chiamerei controcultura, di un tipo la cui enfasi non è il tempo libero e la decadenza, per rispondere alla tua domanda. I miei genitori appartengono a questa generazione di persone appassionate di jazz. Questo e il movimento per i diritti civili erano ciò che li univa. Per molti versi, la cultura negli Stati uniti del ventesimo secolo era cultura nera – si potrebbe sostenere questo anche per il ventunesimo, almeno finora – il che risolve la scissione di cui parli, se capisco la domanda. Mio padre e suo fratello minore erano andati nelle chiese dei neri ad Harlem e, da una di quelle chiese, salirono sugli autobus e andarono a Washington per la marcia per il lavoro e la libertà.
Forse il malinteso di classe sui miei genitori deriva dal fatto che fossero poveri, come erano, solo che il reddito non determina realmente la classe, ovviamente. Vivevano in un appartamento senza acqua calda quando mio fratello era bambino. Erano bohémien. Poi erano studenti quando cominciai a crescere. Abbiamo vissuto in modo molto austero. Mia madre e io raccoglievamo bottiglie e lattine nei fine settimana. È stato divertente. Questo era Eugene, nell’Oregon, dove quasi nessuno aveva soldi. Tutti i bambini provenivano da queste famiglie sporche. Ma ero sempre consapevole di cosa significasse il fatto che i miei genitori provenissero da contesti colti.
Classicamente, negli Stati uniti, se i tuoi genitori sono entrati nella classe media, è molto più probabile che tu diventi una sorta di artista. Mio figlio va a scuola con bambini i cui genitori sono per lo più immigrati dalla Corea e dall’India. Quei ragazzi diventeranno artisti? Probabilmente saranno ingegneri o dottori o avvocati, per la maggior parte, perché provengono da una stirpe di persone che stanno cercando di assicurarsi un posto nel mondo. Se vieni cresciuto da persone che sono già entrate nella classe media, è molto più probabile che finirai per fare arte.
Poi di nuovo, «la categoria beatnik», se vuoi, includeva tutti i tipi. Come l’amico dei miei genitori Johnny Sherrill, di cui scrivo in The Hard Crowd, nel mio saggio Tramping on the Byways. Johnny faceva parte di quella che potresti chiamare la vecchia strana America. I suoi genitori vivevano in una roulotte e vendevano oggetti religiosi artigianali nelle fiere della California settentrionale. Johnny aveva rapinato un treno a diciassette anni ed era andato in prigione, dove aveva appreso un mestiere che gli diede gli strumenti per fare arte. Ma tutto ciò che Johnny ha fatto è stato arte. Era una persona leggendaria il cui semplice gesto era arte. L’esempio che do nel mio libro è la sua «poesia d’azione» che consisteva nel pisciare sulla Cadillac di qualcuno.
Se questa è decadenza, mi va bene. Non lo so. Trovo che il mondo sia ancora pieno di creatività vernacolari che funzionano al di fuori di questa divisione di cui parli. Il che non vuol dire che le forme vernacolari non siano vampirizzate dalle cosiddette forme d’arte superiori. Ma questo è un altro discorso, forse.
Voglio tornare al mondo di Nanni Balestrini, immerso nella sinistra italiana degli anni Settanta, fenomeno che esplori anche nel tuo romanzo I Lanciafiamme e nel tuo saggio sul film quasi documentario Anna. Questa sinistra non ha conosciuto alcuna distinzione tra controcultura e politica. Semmai, vedeva il bohémien estremo come una forma di prassi di sinistra. Cosa ti attrae dell’estrema sinistra italiana degli anni Settanta? E cosa ti respinge, se c’è qualcosa?
Non ne sono affatto disgustata, perché non lo guardo come un modello di vita, ma piuttosto come un fenomeno storico da comprendere. Per capire qualcosa, non la si giudica né come un ideale né come una follia. È nel passato, è già successo.
Il film Anna presenta una persona reale. È un’adolescente che vive per le strade di Roma. Le persone discutono sul fatto che sia incinta di otto o nove mesi. Ha fame, ha la febbre e vorrebbe solo un posto dove riposare. Gli sceneggiatori fanno questo strano patto con lei: le offrono cibo e alloggio in cambio della sua partecipazione al film.
Segue una discussione nella prima scena su cosa fare con Anna. Qualcuno dice: «E il Partito comunista?». E qualcun altro risponde che, per avere diritto all’aiuto del Partito comunista, non bisogna avere tendenze nichiliste. Devi essere produttivo, o volerlo fare. Devi essere sposato. Anna è una tossicodipendente. È mentalmente instabile. Non crede a niente. Nessuno sa chi sia il padre del bambino che aspetta. È piena di rifiuti. Quindi, in questo film, puoi vedere tutte le ragioni e i modi in cui le persone si stessero allontanando dal Partito comunista e dall’intero concetto di cosa significhi essere un buon proletario.
Anna, il film, è davvero un incredibile documento del clima politico e culturale all’epoca in cui fu girato nel 1971 e ’72. Gran parte del film è girato in Piazza Navona a Roma, e le persone passano attraverso l’inquadratura, ti rendi conto che ognuna di quelle persone ha una vita determinata dai sintomi e dalle conseguenze di quel tempo, dalle sue speranze e dal modo in cui le speranze, in molti casi, sono state deluse. Alcune di queste persone sono diventate dipendenti da eroina. Morti giovani. Oppure sono andati in prigione, spesso con vaghe accuse di sedizione. Puoi vedere tutto il background storico di quel momento storico in Italia in quel film.
Ma ora che ci penso, nel film c’è una battuta sull’arte borghese. Questa ragazza urla che farà un quadro e «lo venderà ad Agnelli» – il padrone della Fiat e letteralmente l’uomo più ricco d’Italia – «per un milione». Anche se questa ragazza sta ridicolizzando l’arte, sta ridicolizzando la sua monetizzazione e non la creatività stessa, che, come suggerisci, era una componente importante e uno sbocco d’espressione del Movimento del Settantasette. L’hanno chiamata «l’arte dell’impegno». In termini di controcultura, gli anni Settanta in Italia non erano caratterizzati da buoni comunisti che volevano rinegoziare i loro contratti di lavoro per poter tornare a casa a pranzare con le proprie mogli. Queste persone hanno rifiutato la logica del lavoro, l’ordine della società, e lo spazio del rifiuto era pieno di creatività e nuovi tipi di espressione, intendo nuovi per quell’epoca.
Ho iniziato a conoscere questo periodo nel 2006. Mio marito era stato uno studente di Michael Hardt e, grazie a questa relazione, sapeva molto dell’Autonomia e aveva scritto a riguardo. Abbiamo passato molto tempo insieme in Italia, e mi bastava avere relazioni sociali, uscendo, incontravo persone che erano state coinvolte in quell’epoca o ne sapevano molto, e che condividevano aneddoti. Ho pensato: «Tutto ciò è molto affascinante» e nessuno aveva scritto un romanzo al riguardo, nemmeno in Italia, a eccezione di Nanni Balestrini, che non era un autore molto letto, anche lì.
Le Brigate rosse erano un piccolo fenomeno leninista in un’atmosfera di enormi movimenti di massa che hanno quasi fatto a pezzi lo stato italiano. C’era molto mistero su chi agisse alla luce del sole – le manifestazioni di massa, il movimento studentesco, il movimento femminista, eccetera – e chi fosse nei movimenti armati clandestini. Alcune persone si muovevano in entrambe le dimensioni. A volte, quando fai alle persone una domanda goffa al riguardo, se non rispondono il loro silenzio è di per sé una forma di risposta.
Quando Aldo Moro fu assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978, ciò sembra aver segnato una sorta di fine, aprendo le porte alla svolta reazionaria in Italia. Quando ho iniziato a chiedere aneddoti in merito alle persone dell’Autonomia e degli anni Settanta italiani, alcune persone non volevano parlarne, o mi dissero che altri non sarebbero stati pronti a parlarne, a causa della continua repressione, dei fallimenti rivoluzionari, o perché erano dall’altra parte e ancora piangevano il rapimento e la morte di amministratori delegati di fabbrica e giudici conservatori. Le Brigate Rosse hanno ucciso, credo, cinquanta persone.
Mario Moretti e Renato Curcio, delle Brigate Rosse, parlano come preti. Il modo in cui parlano mi affascinava e volevo capirlo e scriverne. Rossana Rossanda, fondatrice de Il Manifesto, ha scritto con Carla Mosca un libro-intervista a Mario Moretti delle Brigate Rosse. Mosca e Rossanda hanno chiesto a Moretti: «Se un angelo venisse da te e ti offrisse l’immediata liberazione dal carcere in cambio dei tuoi ricordi di tutto ciò in cui eri impegnato come membro delle Brigate Rosse, sceglieresti di conservare i tuoi ricordi o di avere la tua libertà?» E lui ha risposto: «Nessun angelo offrirebbe alternative così penose. Tuttavia, se un angelo mi mettesse davvero di fronte a una scelta del genere, gli direi: ‘Caro angelo, dammi entrambi, la mia libertà e i miei ricordi. Se non puoi farlo, voli persino più in basso dei miei peggiori fallimenti’».
Fino a questa mattina, quando parliamo è venerdì 14 maggio, almeno 122 palestinesi sono stati uccisi dall’aggressione israeliana, 31 dei quali bambini. Quasi mille sono stati feriti. Migliaia di abitanti di Gaza sono dovuti fuggire dalle proprie case in cerca di sicurezza. Il secondo saggio in The Hard Crowd racconta la tua permanenza nel campo profughi di Shuafat a Gerusalemme est. In che modo la tua esperienza lì ha cambiato il tuo sguardo sulla questione palestinese?
Avevo un’idea delle mie simpatie in quella situazione geopolitica – è più una storia di furto e sottomissione coloniale che un conflitto, visto che le due parti sono così asimmetriche – ma per molto tempo avevo sentito dire che non era così. Quando sono stata invitata in Palestina, ero concentrata su cose molto più vicine a casa, qui in California – prigioni, povertà – e stavo scrivendo un romanzo sulla California contemporanea e le sue lotte.
Ma dopo essere andata lì, ho potuto capire come diventi un’ossessione per molte persone, perché ciò di cui sei testimone è intollerabile. Il campo profughi in cui sono andata, Shuafat, ha abitanti di Gaza che ci vivono, e ha caratteristiche simili a Gaza, nel senso che ha una densità di popolazione incredibile e inoltre, se qualcuno finisce lì senza i documenti che gli permettono di viaggiare in Cisgiordania o entrare in Israele, resta bloccato in un campo profughi di un chilometro quadrato.
La logica dell’occupazione militare, che interrompe la libertà di movimento e l’obiettivo militare dichiarato di far sentire ogni palestinese braccato e inseguito, era asfissiante. Un testimone ha molte cose da elaborare, il che non è niente in confronto a vivere in quelle condizioni, o tentare di farlo.
Vedere lavoratori edili palestinesi che si mettono in fila alle 4 del mattino a un posto di blocco per passare attraverso quelli che sono essenzialmente scivoli per il bestiame per andare al loro posto di lavoro a Gerusalemme, e vedere che la loro sopravvivenza dipende dall’imparare ad accettare condizioni di trattamento subumano è stato semplicemente orribile e incredibile. Persone anziane incontinenti o col diabete che non possono stare in piedi per sei ore restano ferme in fila. Se hai un’emergenza sanitaria mentre sei in coda, ci sono catene sopraelevate e muri su entrambi i lati e centinaia di persone in fila davanti e dietro di te. Non c’è modo di uscirne. Migliaia di uomini palestinesi sopportano tutto questo ogni giorno solo per andare a lavorare.
Questo è solo un esempio delle cose oltraggiose dell’occupazione militare cui ho assistito. Andarci ha avuto un effetto concreto su di me. Il nostro governo non si limita ad appoggiare: gli Stati uniti condividono più o meno tutto ciò che avviene da quelle parti. Sono convinta che chiunque abbia visto quello che ho visto io non sarebbe in grado di continuare a credere in Israele in quanto stato etnico. È tragico per tutti, compresi gli ebrei, che dopo una guerra in cui letteralmente due terzi degli ebrei europei sono stati cancellati – è così sbalorditivo, voglio dire, me ne sono sbalordita più e più volte –, dopo un genocidio di tale portata, la riparazione dovesse diventare una colonia con armi nucleari puntate contro tutti i loro vicini. È uno stillicidio.
Ad ogni modo, come hai detto, il saggio nel mio nuovo libro, The Hard Crowd, riguarda specificamente questo campo profughi, chiamato Shuafat, che è tecnicamente all’interno di Israele. Mi interessava l’idea di andare in un campo profughi perché molti di loro sono diventati case permanenti per le persone, nel bene e nel male. Ci sono case a molti piani a Shuafat. L’idea di campo profughi suggerisce la caducità, ma molti di questi campi profughi esistono ormai da cinquant’anni. Volevo sapere come ci si sente, che aspetto ha, come funziona per chi ci vive.
Shuafat è un luogo in cui 85.000 persone vivono in un chilometro quadrato senza alcuna infrastruttura o servizio. È circondato da muri di cemento di venticinque piedi. Le autorità israeliane non entrano mai se non per assaltare il campo per arrestare o demolire arbitrariamente la casa di qualcuno – poi multano la persona la cui casa è stata demolita.
Non c’è servizio di spazzatura a Shuafat. Non c’è il sistema idrico. Non c’è rete elettrica. Quasi nessuna scuola. Nessun camion dei pompieri né ambulanze. Non c’è catasto, nessuna sicurezza o codici edilizi. Ci sono strade, ma non sono asfaltate né hanno un nome, non sono suddivise in zone, non hanno indirizzi e non hanno marciapiedi. Non ci sono parchi. Non c’è posto per far giocare i bambini.
Ci sono ragioni per vivere a Shuafat. Se lo fai, puoi mantenere la tua residenza israeliana, che è preziosa per le persone che hanno bisogno di entrare in Israele per lavorare. Ma anche le persone non vogliono lasciare Gerusalemme, perché è da lì che vengono, da lì vengono i loro genitori, anche se sono privati della cittadinanza, in quanto palestinesi, e ne hanno solo una versione provvisoria, sotto forma di stato di residenza a Gerusalemme che può essere revocato in qualsiasi momento.
La mia guida lì e il mio ospite, sono rimasta con lui e la sua famiglia, era l’organizzatore della comunità Baha Nababta, una persona straordinaria di cui scrivo nel libro. È stato assassinato per strada quattordici giorni dopo la mia partenza.
Non pensavo di essere esposta a quel tipo di violenza. Quando è successo, ero immersa nella scrittura del mio romanzo Mars Room e nel lavoro di attivismo con persone condannate all’ergastolo. Andavo in prigione tutto il tempo, parlavo con le persone e pensavo a diversi tipi di violenza, poi Baha è stato ucciso, e mi sentivo come se fossi schiacciata tra mondi che erano davvero duri, brutali, anche se in modi diversi.
Un altro saggio in The Hard Crowd è il tuo profilo della studiosa di prigione Ruth Wilson Gilmore. Cosa ne pensi della rivolta per George Floyd della scorsa estate? Ti senti fiduciosa, pensi che ci stiamo muovendo verso gli obiettivi indicati dai teorici e dagli attivisti con cui hai parlato per quel pezzo?
Ruthie Gilmore ha più o meno inventato la geografia carceraria ed è una vera visionaria che ha ispirato così tante persone, e di così tanti tipi diversi, studiosi, studenti e attivisti e persone normali colpite dalla carcerazione. Il mio articolo aveva lo scopo di descriverla ma era anche una sorta di introduzione all’abolizione della prigione, che, nella bocca di Gilmore, è una concezione eloquente di un futuro, una nuova vita in cui non solo non abbiamo prigioni ma non abbiamo bisogno prigioni, perché le persone hanno le risorse necessarie per una vita dignitosa e priva di violenza.
L’estate del 2020 è stata devastante ed elettrizzante in egual misura, ed era tutta marmorizzata insieme. Quelli di noi che sono usciti per le strade e vi hanno partecipato, pensavano: «Ora finalmente so com’è vivere nella storia».
Vivo a Los Angeles, a pochi passi dal centro, quindi siamo stati in grado di partecipare quotidianamente alle cose e vedere cosa veniva creato in termini di rifiuto delle persone di accettare lo status quo. Penso che siamo in un momento di mobilitazione vera e, si spera, vero cambiamento. Nel 2014, dopo Ferguson, chiedevo retoricamente: «Chi non condivide le rivolte?». Non ho più bisogno di farlo. Le persone hanno più o meno smesso di essere sospettose, di dire «Perché così tanta rabbia?» o chiedere conto della «distruzione della proprietà privata». Le radici della rabbia stanno venendo allo scoperto.
E c’è un sacco di attivismo molto costruttivo. Il grande libro di Mariame Kaba, We Do This ‘Til We Free Us, è un best seller! Ci sono tanti motivi per sperare. Mi rendo conto che non tutti credono che i pubblici ministeri siano parte della soluzione, ma a Los Angeles, la contea più popolosa di tutti gli Stati uniti, il nostro nuovo procuratore distrettuale, George Gascón, ha dichiarato che nessun bambino sarà perseguito in tribunale per adulti. È un cambiamento profondo. Ho visto più e più volte condannare bambini in tribunale per adulti. Ho visto bambini condannati all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Conosco persone con quella condanna, che stanno scontando nelle carceri della California. Questo cambiamento potrebbe sembrare procedurale, ma riguarderà generazioni di persone.
Inoltre, la disuguaglianza è stata così intensificata dalla pandemia e la vita a Los Angeles è diventata dura nel vedere chi non ha sofferto affatto economicamente e chi ha sofferto molto. Sono preoccupata per una svolta conservatrice, per la possibilità che l’atmosfera cambi e diventi ostile. Ma ciò mi fa anche capire che dobbiamo pensare a lungo termine a come apportare modifiche strutturali per ridurre l’impatto e l’impronta del sistema carcerario senza fare affidamento su un sentimento di tolleranza momentanea, generosità momentanea, tra i benefattori della classe media. In altre parole, un aumento della criminalità non dovrebbe chiudere le nostre opzioni. Dobbiamo pensare al di fuori di quella narrazione, perché di questo si tratta, perché l’aumento del crimine è solo un sintomo di ciò che deve essere cambiato.
L’anno scorso hai fatto campagna elettorale per Bernie Sanders. Cosa hai fatto per cercare di farlo eleggere? Cosa ne pensi della sua campagna e della sua sconfitta?
Nella misura in cui mi occupo di politica elettorale, mi piaceva Bernie. La sua campagna è stata davvero efficace in California nel coinvolgere una base latina dinamica. È stato emozionante vedere come si è svolto il fenomeno «Tío Bernie». È incredibilmente importante in California avere quel tipo di supporto. E ripensandoci, quando il sindacato degli insegnanti di mio figlio, l’Utla, ha deciso di sostenere Bernie, e quando il sindacato di mia zia, la California Nurses Association, lo ha sostenuto, ho pensato: «Ci siamo. Insegnanti e infermieri. Questo è il futuro».
Bernie ha vinto in California, cosa che la gente sembra dimenticare. Ha vinto in uno stato di 40 milioni di persone che ha la quinta economia più grande del mondo. Ma il giorno prima delle primarie in California, stavo facendo ricerche con la mia amica, la scrittrice Janet Sarbanes, porta a porta a South LA in un quartiere prevalentemente nero, e Janet e io sapevamo entrambi che c’era un problema. Le persone che si offrivano volontarie presso l’ufficio regionale di South LA a sostegno di Bernie erano quasi tutte giovani e nere. Ma c’è stata una divisione generazionale che era abbastanza evidente quando bussavi alle porte. I neri più anziani semplicemente non erano interessati a Bernie. Ho visto questa dinamica diventare evidente a livello nazionale dopo che Biden ha avuto l’endorsement da Clyburn. C’è stato un vero fallimento da parte della campagna di Sanders nel capire come raggiungere i neri americani di tutte le fasce d’età e geografia.
Penso che Bernie abbia avuto e continui ad avere un effetto positivo sull’amministrazione Biden. Vista col senno del poi, c’era questa idea tra alcune delle persone che lavoravano per la campagna di Bernie che fosse «un movimento di massa», ma non lo era del tutto, perché una campagna elettorale non può mai essere un movimento di massa. Ora abbiamo assaporato il sapore del fare la storia, grazie all’estate del 2020. Ed è stata una rivolta.
L’estate del 2020 ha portato tutti in strada e non dovevi appartenere a uno specifico spaccato sociale. Non ti è stato detto da un senatore del Vermont di farlo. Non dovevi essere un elettore registrato o qualcuno che presta attenzione alla politica. Tutto quello che dovevi essere era non voler più vedere persone non bianche disarmate assassinate dalla polizia in questo paese. La gente è scesa in strada nel bel mezzo di una pandemia. Lo hanno fatto d’istinto, sospinti in alto, prima dal dolore e dall’indignazione ma alla fine anche dalla gioia, perché finalmente stava accadendo qualcosa di reale.
*Rachel Kushner, scrittrice, è nata nel 1968 in Oregon, a undici anni si è trasferita a San Francisco con i genitori e oggi vive a Los Angeles. Ha pubblicato i romanzi Braci nella notte, I lanciafiamme e Mars Room. Meagan Day è staff writer a JacobinMag. Ha scritto Bigger than Bernie: How We Go from the Sanders Campaign to Democratic Socialism. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

