Jacobin Italia

Fantasmi nucleari

11 Luglio 2024

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Con gli amici dell'Ucraina invasa da Putin toccherebbe fare un bilancio di 27 mesi di guerra, dopo aver fatto dell'invio delle armi la discriminante. Una polemica con i sostenitori dell’«interventismo rivoluzionario»

Questo articolo è una polemica con un’area politica che chiamerò dell’«interventismo rivoluzionario». Si tratta di persone animate da nobili intenti e abituate a confrontarsi con la storia. Sanno per esempio che non c’è contraddizione tra l’internazionalismo e il nazionalismo, se questo è il «nazionalismo degli oppressi». Hanno letto ciò che nel 1920 scrisse Lenin a proposito del diritto dell’Ucraina a decidere se fare parte o meno dell’Unione Sovietica. Sono solidali con l’Ucraina a prescindere da ogni possibile giudizio sulla sua leadership perché così si fa e così abbiamo fatto, quando l’imperialismo statunitense ha bombardato e invaso paesi con cui siamo stati solidali, anche se non erano governati da campioni di democrazia. 

Ma i nobili intenti e le analogie con altri contesti non portano da soli nella direzione in cui si desidera andare. Serve uno sforzo per capire un presente assai più difficile perché ciò di cui la storiografia farà poi la sintesi vive nel presente in una serie di articolazioni distanti e spesso non comunicanti. Anche per questo riflettere a partire da posti di osservazione diversi può essere utile.

Le mie prime difficoltà di comunicazione con l’«interventismo rivoluzionario» si sono verificate quando Taras Bilous del Movimento Socialista d’Ucraina ha lanciato un appello alla sinistra occidentale invitandola a sostenere la richiesta di aiuto militare al suo paese. La mia reazione è stata coerente con la mia storia politica: penso che l’Ucraina abbia il diritto di difendersi, di chiedere armi e di prenderle da chi gliele dà. E che comunque non dovremmo essere noi a decidere la sua linea politica e militare. 

Ho pensato però anche che l’Ucraina può decidere per sé stessa, non per l’Italia che con l’invio di armi e con l’escalation militare è entrata in una guerra pericolosa contro un nemico armato fino ai denti. L’internazionalismo non cancella la realtà elementare che da sempre i nostri giudizi, le nostre rivendicazioni, le nostre campagne politiche ecc., si rivolgono in gran parte a persone che vivono, studiano, lavorano nel nostro paese. La scelta di fare campagne per sollecitare il governo Meloni a inviare armi sempre più potenti (perché questo avrebbe significato una risposta positiva all’appello di Bilous) sarebbe stata due volte contro chi vive nel nostro paese. La prima volta contro i loro sentimenti, le loro preoccupazioni elementari, i loro bisogni e la loro stessa vita; la seconda contro la storia politica di un paese che ha espresso i movimenti pacifisti più affollati e durevoli del mondo. In un paese che ospita 120 tra basi Nato e basi statunitensi e 20 siti segreti, in cui «fuori l’Italia dalla Nato» è stato lo slogan più ripetuto dopo la Seconda guerra mondiale, affidarsi al ruolo salvifico dell’alleanza militare non è la migliore delle idee.

È vero che sentimenti e preoccupazioni di una pubblica opinione possono anche essere solo allucinazioni indotte da propaganda e da carenza di dati oggettivi. Questa però non è una buona ragione per ignorarli e per non sospettare nemmeno che esista il problema. 

Il secondo tema su cui la discussione non è stata facile, riguarda il ruolo della Nato. Lo slogan «né Putin né la Nato» – dice l’«interventismo rivoluzionario» – è sbagliato perché in Ucraina la Nato non c’è. La Nato però c’è: c’è stata prima e durante l’invasione e la sua presenza e le sue provocazioni sono la ragione di fondo della reazione russa.

Negare che la sindrome dell’accerchiamento sia la ragione di fondo dell’invasione, vuol dire negare la geografia e la storia della Russia. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati uniti e i suoi più stretti alleati hanno adottato nei confronti dei nemici che non potevano bombardare la strategia di chiuderli in casa e gettare le chiavi. Come è noto, anzi come non è abbastanza noto, la cortina di ferro fu creata dall’esterno. Stalin avrebbe preferito mantenere rapporti cordiali con i suoi alleati occidentali nella guerra anti-nazista, ma la cosa non deve essergli attribuita come merito perché proprio l’aspirazione ai buoni rapporti accompagnò la divisione in sfere d’influenza con le distorsioni e le violenze che ne derivarono.

Non ha una particolare importanza il fatto che ci sia stata o meno la promessa americana di non estendere di un pollice la Nato, né se la promessa sia stata orale oppure scritta. Conta il dato di fatto innegabile che le decisioni prese dal gruppo di nazioni dominanti nell’alleanza militare (Stati uniti, Regno unito, Australia) hanno risvegliato nei russi l’antica paranoia. E sono poi secondarie, e non in contraddizione con la ragione di fondo, le illusioni di Putin sulla facilità dell’impresa e la convinzione che avrebbe potuto approfittare della crisi della Nato.

Insomma è accaduto che il conflitto interimperialista, presente in ogni guerra di una certa importanza, sia divenuto pericoloso per ragioni molto simili a quelle per cui altre volte, dopo la Seconda guerra mondiale, le due potenze nucleari si sono fronteggiate. L’espansione ha avvicinato le armi della Nato a quella che deve essere obiettivamente considerata una vera e propria linea rossa.

C’è una logica in questa pazzia, non difficile da capire. Contro l’idea di una decisiva presenza nordamericana nella guerra si era detto che gli Usa non avevano alcuna ragione di provocare un conflitto armato in un’area così distante da quella (l’indopacifico) in cui si concentrano i loro maggiori interessi. Ma se è vero che per ragioni legate alla propria struttura economica il concorrente è la Cina, è anche vero che non esistono solo gli interessi economici, esistono anche quelli strategici, con altre priorità. La loro importanza nel decidere che cosa sia in un certo momento prioritario è evidente nel vertice Nato di luglio, il cui tema all’ordine del giorno è come mantenere aperto il fronte di guerra in Ucraina dopo Biden e nel caso l’elettorato statunitense dovesse scegliere Trump. Il bombardamento russo sull’ospedale pediatrico di Kiev offre un’ottima possibilità di rafforzare la narrazione dell’alleanza militare, ma guai ad accettare la tesi complottista di Putin. Ne risulterebbe invalidato il metodo di attenersi il più possibile ai fatti, quando si ragiona nella logica del «né… né».

Certo gli Stati uniti non vogliono affrontare uno scontro frontale in una zona per loro economicamente non fondamentale. Per questo talvolta, se la situazione lo richiede, possono anche fingere di ignorare le malefatte peggiori dei russi, come per esempio il sabotaggio della diga di Nova Kakhovka. Ma non disdegnano di incaricare altri del compito di intrattenere il signore del Cremlino.

Se all’accerchiamento si aggiungono le provocazioni, la presenza decisiva degli Stati uniti nella guerra appare difficilmente contestabile. Se ne potrebbe fare un lungo elenco, ma dovrebbero bastare alcuni esempi: l’installazione in paesi ai confini con la Russia di sistemi capaci di LANCIARE testate anche dieci volte più potenti di quella che distrusse Hiroshima; le esercitazioni all’interno dell’Estonia in cui sono state utilizzate armi che possono colpire con un preavviso minimo; l’esercitazione navale nella regione del Mar Nero detta «Sea Breeze», in cui è stata coinvolta a Marina di 32 paesi e le altre esercitazioni dello stesso anno (2021) ispirate alla stessa logica; la penetrazione militare della Nato in Ucraina e le dichiarazioni su un suo prossimo ingresso anche ufficiale.

La ragione con cui si respinge l’idea che la Nato ci sia è semplice. Si teme che, sottolineando la sua presenza, si finisca per giustificare Putin e considerare l’aggressione all’Ucraina una specie di legittima difesa. Questo timore però non ha nessuna base reale. Legittima difesa? La cosiddetta «operazione speciale» sta alla legittima difesa come la reazione di Israele sta al massacro della popolazione palestinese. Il regime di Putin ha agito finora come quello che è, come un imperialismo. E in due sensi: nel senso in cui poteva chiamarsi imperialista la Russia degli zar; nel senso di forma politico-militare in cui si manifesta la competizione economica della «fase suprema» del capitalismo. Da nessun punto di vista può considerarsi legittima la pretesa che le nazionalità ai confini dell’impero debbano rassegnarsi al ruolo di Stato cuscinetto, magari con governi fantoccio e per giunta autoritari.

Un altro discorso mi sembra poco convincente, l’uso e abuso di analogie. Putin come Hitler; la questione delle armi nella guerra civile in Spagna; l’errore imperdonabile dei pacifisti inglesi che, nel tentativo vano di evitare la guerra, per poco non consegnarono l’Europa ai nazisti, ecc.

Bisogna proprio che qualcuno scriva un saggio storico per spiegare l’ovvietà che il nostro è tutto un altro mondo? Ma se proprio si vuole ricorrere a un’analogia, allora è meno improprio farla con la vigilia della Prima e non della Seconda guerra mondiale. In quella vicenda la sinistra socialista (Lenin, Rosa Luxemburg, Trotsky) assunse una posizione pacifista, anche se alla grande mobilitazione, che si concluse con 9 milioni di morti, parteciparono nazionalità oppresse soprattutto dall’impero austro-ungarico.

Sarebbe meglio però lasciare perdere le analogie per la semplice ragione che ogni racconto del presente può essere credibile solo se include l’esistenza di un fantasma che non  esisteva né alla vigilia della Prima né alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il fantasma nucleare. 

Non mi riferisco solo all’esistenza di arsenali nucleari, ma anche ai cambiamenti avvenuti in quella che potremmo chiamare filosofia dell’atomica e in cui si manifesta la profonda crisi del dominio della specie umana. Sono aumentati i rischi di guerra per errore che derivano in parte da ragioni già note, per esempio l’innalzamento dei livelli di allarme che abbrevia pericolosamente i tempi di reazione, ma anche da ragioni nuove. Qualche tempo fa il Pentagono ha invitato Cina e Russia a mantenere  un controllo umano sull’arsenale nucleare per evitare che sia un algoritmo a  decidere della guerra e della pace. Inoltre le atomiche tattiche, che hanno un raggio d’azione minore ma sono atomiche a tutti gli effetti, sono state pensate e costruite proprio per essere usate. Per un certo tempo la filosofia dell’atomica ha indotto i possessori di arsenali a fabbricare armi sempre più potenti, con l’effetto ultimo di renderle inutilizzabili senza mettere nel conto la fine della civiltà. Le atomiche tattiche rappresentano una svolta pericolosa perché creano l’illusione di un conflitto atomico addomesticabile, con un numero di vittime ancora altissimo ma non tale da rendere la clava l’arma principale della quarta guerra mondiale.

È aumentato poi il numero di paesi che posseggono l’arma atomica o che opera per possederla con i conseguenti rischi di disordine nuclearizzato. Nel conto bisogna inserire  potentissime bombe preconfezionate come quella di Zaporiz’ka in cui è stato già dato un saggio dell’incoscienza di cui la guerra rende capaci. Ci sono poi problemi legati al periodo che stiamo attraversando: la crisi dell’imperialismo egemone e una transizione egemonica senza sbocchi; la svolta a destra del ciclo politico globale e la qualità del personale politico che si è affermato negli ultimi decenni; la diffusione di truppe mercenarie simpatizzanti non di rado con l’estrema destra. 

Tra i commenti meno intelligenti che io abbia letto ci sono quelli che ironizzano sulle preoccupazioni per l’escalation, assicurano che l’evocazione dell’atomica è solo un bluff e spiegano  pazientemente  che il suo uso è impossibile perché non conviene a nessuno. Come se la storia non offrisse esempi di decisioni letali per gli stessi che le hanno volute e messe in atto.

Naturalmente non si tratta di avventurarsi in una profezia di guerra mondiale prossima ventura  con conseguente uso degli arsenali nucleari, anche se questa eventualità non fa parte dell’impossibile. Si tratta di fare uno sforzo per capire che esistono valide ragioni per auspicare un intervallo di pace. Non può trattarsi di una pace giusta e duratura visti i soggetti che dovrebbero farsene garanti. È invece forse possibile tentare di superare indenni un momento storico in cui la posta in gioco, per la combinazione delle diverse crisi (climatica, egemonica, politica e della deterrenza) è altissima. 

E l’Ucraina? L’Ucraina è vittima prima di tutto dell’imperialismo russo, poi dei suoi amici presunti in Europa e in altri continenti. Per questo avremmo dovuto chiederci che cosa possiamo fare noi per l’Ucraina. Che cosa ci toccherebbe come persone che parlano e fanno dalla specifica posizione di chi non è complice del funzionamento di questo mondo. A noi toccherebbe prima di tutto fare un bilancio di ventisette mesi di guerra. Avere fatto dell’invio di armi lo spartiacque tra amici e nemici, ha avuto come effetto quello di contrapporre due cose che invece sono strettamente legate, la solidarietà con l’Ucraina e la mobilitazione contro la guerra, il riarmo e il rischio nucleare. Chi è stato per le armi ha dovuto poi minimizzare il rischio, quando invece una campagna sui rischi sarebbe proprio tra le cose che ci spettano. E ha dovuto fare ricorso anche a una macabra ironia su presunti bluff, dimenticando che ogni bluff per definizione contempla la possibilità che l’avversario non bluffi affatto. E soprattutto ha dovuto tacere sul riarmo per evitare una contraddizione troppo palese con la propria rivendicazione principale e spesso unica. Chi poi ha fatto prevalere le preoccupazioni per gli esiti dell’escalation si è spesso dimenticato dell’Ucraina e ha rimosso il fatto che aver declinato l’invito di Bilous non esime dai compiti di solidarietà.

Noi non possiamo mobilitarci per una vittoria militare che può esserci solo se la Nato entra pienamente nel gioco, con le conseguenze probabili che questa scelta comporterebbe. Ma non possiamo nemmeno pronunciarci sui contenuti di un’eventuale trattativa perché farlo significherebbe accettare un’ingiustizia. Se si vuole dare un senso alla nostra presenza in questa vicenda bisognerebbe che dicessimo ciò che è giusto: Putin deve mettere la punta delle scarpe dove ha messo i tacchi, la Nato deve sciogliersi, le armi nucleari devono essere messe al bando, i soldi investiti in armi devono essere spostati dalla morte alla vita; ecc. 

Non è realistico? Ma quando mai è toccato a noi il compito di esserlo. E poi non è affatto detto che non lo sia, almeno dal punto di vista dei risultati che dalle nostre iniziative ci aspettiamo. Le mobilitazioni contro le guerre hanno un potenziale inespresso della cui ampiezza si può prendere atto solo quando si esprime. Si ricordi il movimento spontaneo  che in Italia reagì alla guerra del Golfo. All’appello di esporre la bandiera della pace risposero milioni di case e per alcune settimane questo paese fu tutto uno sventolare di bandiere. L’assuefazione, la minimizzazione e la delega ad altri delle iniziative disinnescano necessariamente questo potenziale. Mi viene, non per caso alla fine dell’articolo, un’idea: e se affrontassimo il problema dei nazionalismi incrociati, rilanciando la lotta di classe?

*Lidia Cirillo è stata responsabile della collana di testi femministi Quaderni viola di cui Alegre ha pubblicato la seconda serie. Ha pubblicato, tra l’altro, Lettera alle romane (Il dito e la luna, 2001), La luna severa maestra (Il dito e la luna, 2003), Da Vladimir Ilich a Vladimir Luxuria (Alegre, 2006) e insieme a Cinzia Arruzza Storia delle storie del femminismo (Alegre, 2017).