Jacobin Italia

Femminismo terrone e antimafia sociale

17 Maggio 2025

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Un dialogo sull’urgenza di uno sguardo femminista per parlare di mafia, e in generale di trasformazione sociale

A 47 anni dall’omicidio di Peppino Impastato, migliaia di persone si sono ritrovate a Cinisi dl 6 al 10 maggio per confrontarsi su tanti argomenti e poi per partecipare al corteo che ogni 9 maggio riesce a mettere insieme scuole, associazioni, centiania di singole e singoli che dalla sede di Radio Aut a Terrasini percorrono quattro chilometri per giungere sotto il balcone di Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato dove Luisa Impastato, da anni presidente, saluta e i ringrazia i presenti con un ormai atteso discorso che attualizza il senso di questa manifestazione antimafia.

Sempre Luisa Impastato ha organizzato in queste giornate una tavola rotonda quasi tutta al femminile  dal titolo «Antimafia sociale, analisi e esperienze dal basso», a cui ho partecipato insieme a Claudia Fauzia, esperta in studi di genere, scrittrice e divulgatrice del «femminismo terrone», Clara Triolo di Libera Palermo, Marta Capaccioni di Our Voice ed Elio Teresi dell’associazione Radio Aut. Un intreccio di voci che ha posto l’accento sull’urgenza di uno sguardo femminista per parlare di mafia e antimafia, e in generale di trasformazione sociale.

Ho chiesto a Claudia Fauzia di rielaborare insieme questo dibattito per provare a metterlo a disposizione oltre le nicchie dell’antimafia stessa. 

Quali sono secondo te gli elementi salienti del dibattito da condividere?

Io ho imparato tantissimo dalle persone presenti e credo che abbiamo scritto insieme una pagina di memoria collettiva necessaria per proseguire nel solco della genealogia di cui facciamo parte. La prima volta che sono andata a Cinisi non sapevo che fosse esistito il collettivo femminista, non sapevo che le donne del collettivo femminista fossero ancora attive in paese, non sapevo che Luisa stesse reggendo la baracca, non sapevo che il direttivo di Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato fosse al femminile e che stesse assumendo propria una prospettiva femminista nell’antimafia. 

Nel nostro contesto, anche complice la narrativa sull’antimafia, siamo abituate ad associare l’antimafia a chi lo fa di mestiere, al magistrato, all’avvocato,al giornalista, allo scrittore che ha scritto di mafia denunciandola. Invece esiste anche l’antimafia sociale di cui abbiamo parlato nel nostro dibattito, ribadendo che i cambiamenti possono essere effettivi solo se collettivi e collettivizzati come pratiche politiche. L’antimafia sociale rispetto a all’altra antimafia ha un potenziale diverso, né maggiore né minore ma diverso, perché ha la capacità di coinvolgere la collettività e non delega la trasformazione sociale agli eroi, che siano Peppino, Falcone, Borsellino e tutti gli altri. Peppino Impastato non era un eroe prima di morire. Era un militante di una specifica parte politica e nel suo impegno di militante rientrava un impegno che è sia personale che politico, visto che faceva parte di una famiglia mafiosa. Peppino Impastato ha incarnato quella che nel femminismo ormai è una pratica primordiale: fare politico il proprio personale. Una vicenda legata al suo ambiente familiare è diventata la vicenda del paese, la vicenda della Sicilia, la vicenda della nazione.

Ci siamo interrogate su come noi attiviste possiamo rompere gli argini delle nicchie o del professionismo antimafia e legalitario, abbiamo cercato i nessi valorizzando anche i due numeri di Jacobin Italia sulla mafia e sul carcere.È emersa la necessità di assumere fino in fondo una lente transfemminista. Ma come possiamo farlo? E in che senso il femminismo di cui necessitiamo è un «femminismo terrone»?

Il femminismo terrone si intreccia strettamente con l’antimafia sociale, poiché entrambi condividono una visione critica delle strutture di potere che opprimono il Sud Italia. Entrambi i movimenti combattono contro la marginalizzazione e la criminalizzazione del Meridione, e si oppongono alle narrazioni che riducono il Sud a un luogo di arretratezza, violenza e patriarcato.

Il femminismo terrone, infatti, rifiuta l’immagine del Sud come una terra «arretrata» e «malata», e ne propone una visione di resistenza, di autodeterminazione e di riconoscimento dei saperi locali. In modo simile, l’antimafia sociale non si limita a combattere la criminalità organizzata, ma anche le strutture di potere che alimentano la mafia stessa, legate spesso a pratiche patriarcali, clientelistiche e oppressive. Entrambi i movimenti criticano e sfidano l’antimeridionalismo che ha costruito una narrazione stereotipata del Sud come inferiore e violento.

Inoltre, sia il femminismo terrone che l’antimafia sociale pongono l’accento sull’importanza di una memoria storica di resistenza. Il femminismo terrone si rifà alla memoria delle lotte meridionali per un’autodeterminazione politica e culturale, e l’antimafia sociale recupera la memoria delle vittime e delle esperienze di lotta contro la mafia e le sue complicità. In entrambi i casi, c’è un rifiuto della passività imposta e un invito a riprendersi la narrazione e la lotta per il cambiamento.

Per questo il nostro femminismo è antimafia, perché non si limita a combattere il patriarcato e la discriminazione di genere, ma si oppone anche a tutte le forme di criminalità che alimentano l’oppressione e la marginalizzazione, in primis la mafia. Il nostro femminismo è terrone, perché nasce dalla consapevolezza della specificità delle lotte nel Sud, da una visione decoloniale che sfida le narrazioni dominanti e rifiuta ogni forma di subalternità imposta. Non faccio sconto a nessuna forma di violenza o di ingiustizia, che sia patriarcale, mafiosa, razzista o classista, e credo che l’autodeterminazione delle donne e delle persone meridionali passi proprio dal rifiuto di queste strutture di potere.

L’orizzonte abolizionista in tema di sistema penale ci parla non tanto dell’assenza di carcere e sicurezza ma della necessità della presenza delle pratiche femministe per prevenire, intervenire e prenderci cura delle sofferenze sociali. Durante il dibattito abbiamo parlato di numerose pratiche che definiremmo antimafia perché costruiscono comunità e rivendicazioni per una vita degna per tutti e tutte, dalla primavera rumorosa di Exintiction Rebellion alla lotta del Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn, passando dai cortei dei braccianti a Campobello di Mazara che ricordano il loro fratello Omar Baldeh nel paese di Matteo Messina Denaro ogni 30 Settembre.

Questo elenco di pratiche che immediatamente non si autodefiniscono antimafia si tengono insieme anche con la memoria di Peppino Impastato e ne rinnovano la sua memoria come militante che si è speso perché ha trovato la forza in comunità di lotta che negli anni Settanta in Italia, ma anche a Cinisi, costruivano un senso comune, un orizzonte di giustizia sociale. Cosa c’entra tutto questo con una prospettiva transfemminista?

Un problema storico dei movimenti di sinistra in Italia è stata l’esclusione della prospettiva di genere. Parlo degli anni Settanta ovviamente, quando nella la lotta comunista e nei movimenti studenteschi la questione femminile non entrava, e secondo me non abbiamo imparato troppo quella lezione. Non abbiamo imparato che la prospettiva di genere è fondamentale per comprendere i fenomeni e per attivarci in modo diverso rispetto a come è stato fatto. Comprendere che gli stereotipi di genere hanno impedito di vedere la partecipazione delle donne nel sistema mafioso è ad esempio il punto di partenza per fare antimafia in modo diverso perché le donne e le altre soggettività marginalizzate, quindi tutta la comunità Lgbtq+, ha avuto e ha un ruolo determinante nello smontare un sistema che a me piace definire «padre mafioso», cioè contemporaneamente patriarcale e mafioso, o anche patriarcale, fascista, mafioso, capitalista. 

*Martina Lo Cascio, sociologa,  insegna e svolge attività di ricerca all’università di Palermo. È attivista di Contadinazioni e Autogestione in Movimento – FuoriMercato. Si occupa di agroecologia, scienza radicata, lavoro migrante e agricolture nella Supermarket Revolution. Claudia Fauzia è esperta in studi di genere e divulgatrice del femminismo terrone tramite il suo alias @la.malafimmina. Lavora come project manager, è consulente in Diversity & Inclusion e TEDx speaker. Ha scritto, con Valentina Amenta, Femminismo terrone. Per un’alleanza dei margini (Tlon, 2024).