Nel tardo pomeriggio del 17 giugno 2024, Satnam Singh, un giovane bracciante di origine indiana, veniva lasciato esanime dal datore di lavoro italiano sul marciapiede davanti casa: il braccio destro tranciato da un macchinario agricolo. Singh sarebbe morto due giorni dopo in un ospedale di Roma, a otto anni dallo storico sciopero dei braccianti Sikh a Latina.
Come spesso accade d’estate, la morte di Singh – oggi qualificata come omicidio volontario nel processo a carico del datore di lavoro – ha riportato per qualche giorno all’attenzione pubblica il tema del costo umano dell’agrobusiness italiano
Dal Mediterraneo ai luoghi dello sfruttamento
L’attenzione è però rapidamente scemata e tutto è tornato alla normalità, secondo una dinamica in fondo analoga a quella che si ripete ciclicamente in occasione dei naufragi nel Mediterraneo centrale. Alla strage di Cutro del marzo 2023, l’ultima capace di scuotere l’opinione pubblica italiana, il governo ha risposto con politiche di chiusura dei confini, abbandono e respingimento in mare. Da quel giorno, oltre 2.500 persone sono morte lungo la stessa rotta.
Un filo rosso lega il Mediterraneo ai luoghi dello sfruttamento lavorativo dei migranti. Come non vi è nulla di naturale nelle morti ai confini esterni (e interni) dell’Europa, anche lo sfruttamento della manodopera migrante è in larga parte il prodotto di politiche migratorie segregazioniste. Gli stessi confini che alimentano le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali delle e dei migranti, in mare e nei paesi di transito, si proiettano all’interno del territorio nazionale, imponendo una condizione di apartheid lavorativa che si ripercuote sulle stesse possibilità di vita dei lavoratori stranieri. Per riprendere le riflessioni di Achille Mbembe sulla necropolitica (Necropolitics, 2019), se la vita dipende oggi sempre più dalla capacità di muoversi liberamente attraverso i confini, lo stesso vale per quella forma specifica di mobilità, strutturalmente negata ai migranti, all’interno del mercato del lavoro. Le norme sull’immigrazione, infatti, sanciscono per legge discriminazioni razziali che danno forma a un mercato del lavoro segmentato e gerarchizzato, in cui i migranti sono relegati nei settori e negli impieghi meno retribuiti e più pericolosi. Non a caso, per i migranti il rischio di incidenti sul lavoro è oltre due volte quello dei lavoratori italiani.
