Rimbomba la fabbrica di macchine e motori/Più forte il silenzio di mille lavoratori». Le macchine ferme, i camion bloccati, gli operai schierati nel picchetto. Quando ci si immagina uno sciopero, vengono in mente le figure più classiche della fabbrica fordista. I giganti dell’industria nazionale, i cuori battenti della produzione di massa – si tratti delle iconiche Mirafiori o Pomigliano, degli stabilimenti Ilva o quelli Pirelli – bloccati dalla massa operaia. Una foto famosa raffigura i proletari davanti ai cancelli, le braccia incrociate, in rappresentanza dell’intera Resistenza italiana. Negli Stati uniti, quando gli studenti vogliono sottolineare la valenza generale delle loro lotte brandiscono lo slogan: «L’università è una fabbrica!».
Ma non c’è più il futuro di una volta. L’Italia rimane la seconda potenza industriale nel vecchio continente, eppure queste famose “fortezze della classe operaia” non esistono più. Oggi Mirafiori, mitizzata per decenni anche per aver ospitato i primi scioperi operai contro il regime fascista, impiega solo 5 mila dipendenti, contro i quasi 60 mila del 1980. E l’operaio della fabbrica non esercita la stessa influenza sull’immaginario collettivo.
È facile lamentare il declino di un’Italia che non esiste più, e depositare i fiori sulla tomba di una classe operaia defunta. Ma non è detto che i lavoratori delle grandi fabbriche rappresentassero da soli la totalità della classe, del soggetto antagonista; che fossero gli unici depositari della stessa domanda di un’altra società. Il teorico dell’operaismo Mario Tronti parlava della sparizione dei tratti specifici della fabbrica nel momento in cui la sua logica produttiva e organizzativa si impadronisce dell’intera società. Oggi vediamo come un mondo mercificato (o almeno, l’Italia) ha superato il ruolo della fabbrica stessa.
La sparizione delle grandi fabbriche ha distrutto un riferimento simbolico per l’esistenza (e l’auto-coscienza) di una classe. Nella cultura scientista e produttivista ottocentesca che permeava le grandi organizzazioni socialiste della Seconda Internazionale, l’operaio industriale era un riferimento simbolico per una classe intera. Il leader socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein teorizzava la possibilità di arrivare al socialismo attraverso la massificazione di un numero sempre più grande di operai nelle fabbriche, mentre nelle opere di Karl Marx e di Friedrich Engels, la parola fabbrica invoca lo stadio più avanzato dello sviluppo capitalista, il suo punto di concentrazione e massificazione più impressionante. Allo stesso tempo, uno studio del modello della singola fabbrica con il suo padrone e i suoi operai permetteva uno sguardo chiaro sui rapporti di classe generali nella società intera, attraverso lo specifico luogo di produzione, in un modo molto più evidente che nel caso di un artigiano o di un mezzadro.
Eppure anche ai loro tempi la stragrande maggioranza della classe non lavorava nelle fabbriche. Del resto, per gran parte della storia non furono gli operai di quegli stabilimenti i protagonisti del movimento operaio e socialista. Nel suo Making of the English Working Class (la cui traduzione con Rivoluzione industriale e classe operaia, titolo dell’edizione in lingua italiana,è quasi abusiva), lo storico marxista inglese Edward Palmer Thompson insiste sul fatto che la classe operaia si è formata attraverso un processo attivo, basato sulla sua coscienza di sé, le sue organizzazioni e la sua visione parziale della società. Era nata non nelle grandi fabbriche ma nei bassifondi e nelle botteghe: gli eroi della sua narrazione sono sellai, calzolai, edili, anche mercanti. Una forza tutt’altro che omogenea, lontana dallo stereotipo dell’operaio massa uniformato dalla disciplina di fabbrica.
