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Giochi senza frontiere

Redazione Jacobin Italia 3 Dicembre 2025

All’epoca di Gaza, degli sconfinamenti militari alle porte orientali dell’Europa e delle persecuzioni contro i migranti nel Mediterraneo, nei Balcani e negli Stati uniti, abbiamo scelto di parlare di confini

L’idea di delimitare, definire e perimetrare appare tutt’altro che una forzatura: è un passaggio spontaneo che serve a classificare e descrivere qualsiasi fenomeno. Quando si applica a territori e gruppi sociali, però, finisce inevitabilmente per stabilire chi è dentro e chi è fuori. E si concretizza come tutt’altro che «naturale»: è, al contrario, una costruzione storica e artificiale, dettata da rapporti di forza e dispositivi di potere.

All’epoca di Gaza, degli sconfinamenti militari alle porte orientali dell’Europa e delle stragi di migranti, Jacobin Italia ha scelto di approfondire questo tema, del quale si occupa anche, dalla prospettiva del paese in cui Donald Trump scatena le sue truppe speciali contro i lavoratori e le lavoratrici di origine straniera, il numero 59 di Jacobin uscito in contemporanea a noi negli Usa, di cui traduciamo alcuni articoli.

È Marco Aime a tracciare l’invenzione dei confini. Dalla pace di Vestfalia, con la quale nasce lo Stato moderno e finisce il Medioevo, alle esplorazioni cosmiche contemporanee, appare evidente che le linee di demarcazione che oggi funzionano molto per gli uomini e le donne e poco per merci e capitali, sono la misura del mondo che viviamo. Dopo di lui, Tatiana Montella ed Enrica Rigo dimostrano come alcune missioni di mare, quelle che salvano i migranti e quelle della Flotilla per la Palestina, stiano riscrivendo il diritto internazionale che le guerre e i sovranismi cancellano. Oggi non è più possibile parlare di confini senza parlare del genocidio a Gaza. Ecco perché Francesca Albanese, dialogando con Giampiero Calapá, spiega come l’ordine globale (sia quello unipolare in crisi, che quello multipolare emergente) abbiano fallito nel non essere riusciti a fermare il massacro. Chiara Cruciati ragiona sullo Stato di Israele come esempio di colonialismo d’insediamento, a proposito di apartheid e linee di demarcazione imposte con la violenza. Spesso, per fortuna, la solidarietà rompe queste barriere: lo racconta a Sam Stein l’attivista di origine palestinese della Columbia university Mohsen Mahdawi, prelevato dall’Ice, finito in un campo di prigionia statunitense e liberato a furor di popolo.

Marco Bertorello evidenzia che la storia stessa del capitalismo è storia di produzione di confini, muri che via via vengono innalzati o varchi che vengono aperti a seconda delle esigenze di profitto. Per sconfiggere questa macchina complessa ci vogliono strategie transnazionali che magari possono concretizzarsi in tattiche locali, ma dentro questa cornice globale. E qui arriviamo al caso degli Stati uniti dei giorni nostri. Oliver Eagleton ragiona attorno alle politiche anti-migranti di Trump, che scommette sul fatto che escludere una parte della forza lavoro possa servire a rassicurare chi resta «dentro». Shawn Fain, presidente dello United auto worker, principale sindacato Usa, ne ragiona con Bhaskar Sunkara e sottolinea anche lui come serva una strategia su salari e diritti che unisca i due lati della frontiera. Suzy Lee dimostra chiaramente che non esiste una politica in grado di battere veramente la destra che non si ponga in alternativa ai raid contro i migranti e i confini serrati. Le radici di questa storia, e del mito della frontiera, vennero individuate con precisione da Oliver Lattimore, intellettuale anomalo e originale la cui vicenda viene tratteggiata da Antonio Montefusco. Anche se, avverte Mario Ricciardi, non sempre il sentimento nazionale tracima nel nazionalismo e nello sciovinismo. 

Si parlava di muri: Christian Elia racconta il paradosso dell’Europa dell’est. Proprio laddove cadde il Muro di Berlino, nei successivi trent’anni sono sorte barriere in continuazione. Ci sono poi confini selettivi, subiti da alcuni e invisibili per altri. Sono ad esempio quelli che tracciano le politiche migratorie all’interno dei singoli paesi e che contribuiscono in maniera decisiva allo sfruttamento della manodopera: Carlo Caprioglio dimostra che chi non ha diritto pieno di scegliersi un lavoro liberamente o di spostarsi sarà costretto ad accettare anche la schiavitù. La testimonianza di Cheikh Sene, raccolta da Martina Lo Cascio, mette al centro proprio le originali esperienze di resistenza di fronte alla violenza del confine e alle assurde accuse contro gli «scafisti». È un’aberrazione che conosce bene anche don Mattia Ferrari, il cappellano dell’Ong Mediterranea che qui dialoga con Salvatore Cannavò. Deanna Dadusc e Claudia Spagnulo approfondiscono le relazioni del pensiero transfemminista con la lotta ai regimi carcerari e ai confini. Ada Barbaro mette ancora una volta a fuoco ciò che accade in Medio oriente: dalla letteratura palestinese arriva un apporto utile per aprire delle finestre su queste dinamiche. Così come dagli spaghetti western, che hanno ridefinito il cinema di genere e decostruito la narrazione mitopoietica degli Stati uniti, come argomenta Eileen Jones.

Per cogliere a fondo i processi bisogna considerare il nuovo Patto Ue su immigrazione e asilo. Che, come spiega Giuseppe Campesi, esternalizza le frontiere e crea zone extraterritoriali che modificano il senso dei confini europei e dello stato di diritto. Da questo punto di vista è importante il contributo di Dario Gentili, che definisce il dispositivo della soglia: uno spazio che prevede che i soggetti si trasformino prima di poter essere accolti nel «dentro» che i confini delimitano. Infine, Huw Lemmey racconta in prima persona la tragica fine di Walter Benjamin. Morto suicida in fuga dalla persecuzione nazista a cavallo di Francia e Spagna. Un luogo che è ancora oggetto di contese territoriali e tentati sconfinamenti verso la Fortezza Europa. 

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