Jacobin Italia

Gli anni Trenta e la fase attuale: affinità e divergenze

7 Dicembre 2022

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Vent’anni fa, il politologo Robert D. Putnam teorizzò il collasso della vita sociale e civile statunitense, con gravi conseguenze per il sistema democratico. Non esagerava, ma le analogie con il fascismo non esauriscono il problema

Lo scorso anno il Survey Center on American Life ha pubblicato uno studio sui modelli di amicizia negli Stati uniti, con risultati tutt’altro che rincuoranti. Emergeva che gli statunitensi sono sempre più soli: il 12% dichiara di non avere amicizie strette, rispetto al 3% del 1990, e quasi il 50% di aver perso i contatti con gli amici durante la pandemia. Le ricadute psicosomatiche di questa «recessione dell’amicizia» sono disastrose: malattie cardiache, disturbi del sonno, aumento del rischio di Alzheimer, effetti potenzialmente letali.

Lo studio rappresenta lo spaccato di un processo molto più ampio che ha investito negli ultimi trent’anni diversi paesi. Come associazione volontaria per eccellenza, le cerchie di amici sono un surrogato primario di istituzioni della vita collettiva come sindacati, partiti e circoli. Nelle sue memorie, il filosofo francese Jean-Claude Michéa raccontava che uno dei momenti più sconcertanti della sua infanzia fu quando scoprì che nel suo villaggio c’erano persone non iscritte al Partito comunista. Per lui una simile eventualità era talmente inimmaginabile che era portato a considerare quelle persone «fuori dalla società». Non è un caso se nel maggio 1968 gli studenti francesi accusavano gli operai di dipendere dal Partito comunista come i cristiani dalla chiesa: «i cristiani hanno la chiesa, la classe operaia ha il partito».

Figlio di genitori comunisti, Michéa vedeva il Pcf come un’estensione di un’unità sociale più fondamentale. I modelli di amicizia sono sempre stati un utile indicatore di tendenze sociali più ampie, infatti poco dopo la pubblicazione di quello studio sulla recessione dell’amicizia negli Usa il media Vox ha provato a usare l’analisi per spiegare la situazione politica degli Stati uniti. Il punto di partenza era la teoria di Hannah Arendt per cui l’amicizia è il miglior antidoto all’autoritarismo. Alla fine del suo Le origini del totalitarismo (1951), la filosofa scriveva infatti che nel XX secolo nel mondo occidentale si era diffusa una nuova forma di solitudine, un vuoto che le persone erano spinte a colmare aderendo a nuovi culti secolari. «Ciò che prepara gli uomini al dominio totalitario nel mondo non totalitario – scrive Arendt – è il fatto che la solitudine, un tempo esperienza borderline di solito subita in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata un’esperienza quotidiana». Seguendo il filo di questa logica, più gli americani diventano soli più cresce in loro la tentazione totalitaria.

Il monito di Putnam

Per i sociologi questo ragionamento suona fin troppo familiare: è il cavallo di battaglia di uno dei classici della scienza politica dell’inizio del ventunesimo secolo, il saggio di Robert Putnam Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America, uscito in inglese nel 2000 con il titolo Bowling alone [«Bowling solitario», Ndt]. L’autore fonda l’analisi su un fatto curioso: verso la fine del ventesimo secolo erano sempre più gli americani che si dedicavano al bowling, ma sempre più spesso giocavano da soli. Infatti si assisteva all’improvviso declino delle leghe di bowling. La crisi di affiliati non si limitava affatto alle società sportive, argomentava Putnam, ma almeno dagli anni Ottanta interessava anche chiese, sindacati, poligoni di tiro, logge massoniche e altre istituzioni. La socialità si stava desertificando.

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