Jacobin Italia

Gli scioperi della società civile

6 Novembre 2025

Il successo degli scioperi generali per Gaza sta nella capacità di generalizzarsi coinvolgendo soggettività extra-lavorative. Un dato da tenere presente per le prossime mobilitazioni

Il 22 settembre e il 3 ottobre si sono svolti gli scioperi generali più di successo della recente storia italiana. Questo dato da solo inviterebbe a una riflessione approfondita, considerato che lo strumento sciopero generale – di per sé intrinsecamente politico – è stato in questo caso utilizzato per una questione di politica estera, il genocidio in corso a Gaza per mano dello stato di Israele, come mai successo nella storia del movimento operaio italiano (neanche per il tanto evocato Vietnam). Le caratteristiche con cui queste due giornate si sono sviluppate portano però ulteriori elementi di novità o, come vedremo, quanto meno di generalizzazione di pratiche che fino a ora avevano faticato a massificarsi a livello sociale e territoriale.

Per cercare di capire cosa siano state le mobilitazioni ProPal di settembre-ottobre è giusto interrogarsi innanzitutto su chi abbia partecipato a queste due intense settimane di agitazione permanente. Sull’entità straordinaria dei numeri coinvolti da questo inedito esempio di «mutualismo conflittuale» c’è poco da aggiungere. Le diverse iniziative succedutesi dal 17 settembre fino alla manifestazione nazionale a Roma del 4 ottobre in sostegno alla Sumud Flotilla hanno mobilitato milioni di persone in un movimento contro la guerra che ha avuto precedenti solo nelle mobilitazioni contro l’invasione dell’ Iraq del 2003. 

Dato ancora più rilevante è stata la diffusione territoriale di una mobilitazione che è uscita dalle roccaforti urbane della sinistra istituzionale e di movimento per manifestarsi nei tanti centri minori del nostro paese, realtà in cui spesso non avvenivano manifestazioni politiche non-elettorali da decenni. Non è un dato banale questo, in un paese in cui il 42% della popolazione vive in comuni con meno di 15 mila abitanti e un altro 32% vive in comuni fra i 15 e 90 mila abitanti. In questi centri dove la sinistra variamente intesa è ormai rarefatta dal punto di vista organizzativo, la promozione delle mobilitazioni è ricaduta su una miriade di realtà associative. Fra queste, è importante segnalare l’attivismo di due realtà che – seppur attive storicamente a sostegno della causa palestinese – sono state politicamente periferiche negli ultimi due anni di mobilitazioni: il mondo del cattolicesimo di sinistra e la Cgil, non per niente due realtà il cui radicamento rimane ancora distribuito al di fuori dei grandi centri urbani. 

Questa partecipazione massiccia e diffusa invita a interrogarsi sulle modalità di attivazione di chi ci ha partecipato alle mobilitazioni. Da questo punto di vista, per le giornate del 22 settembre e del 3 ottobre, ci siamo trovati di fronte a qualcosa di inedito. Se viste dal punto di vista mediatico, queste giornate di sciopero generale sono state di straordinario successo. Il 3 ottobre tutte le principali testate online hanno aperto da mattina a sera sulle mobilitazioni, senza mettere in risalto come abitudine i (pochi) momenti di tensione con le forze dell’ordine ma concentrandosi invece sulla straordinaria adesione popolare. Una scelta obbligata per la larghezza e il consenso di cui ha goduto la mobilitazione, di fronte ai quali neanche l’inefficace linea governativa armata dei vecchi arnesi della propaganda antisindacale ha potuto molto.

In tutte le piazze italiane, la partecipazione è andata ben al di là delle capacità mobilitative delle singole realtà promotrici. Questo è stato particolarmente visibile nelle manifestazioni serali del 3 ottobre avvenute in alcune città, come ad esempio Padova e Torino, nelle quali a scendere in piazza è stato un settore di società che non si era mai mobilitato così largamente nei due anni precedenti di movimento. In questo senso, possiamo parlare di una mobilitazione pienamente iper-politica, nel senso teorizzato da Anton Jäger dove vampate di partecipazione politica di massa si sviluppano in una generale spoliticizzazione della vita quotidiana. Si può ragionevolmente ipotizzare, del resto, che nella partecipazione di massa alle manifestazioni abbia pesato in modo rilevante l’attivazione tramite social network, bypassando la mediazione delle realtà organizzate tanto di movimento quanto istituzionali. 

In questo senso è stato possibile osservare in molte piazze un certo disallineamento fra le piattaforme mobilitative esplicitamente antisioniste e una partecipazione popolare perlo più concentrata sull’indignazione di fronte a un genocidio sostenuto diplomaticamente ed economicamente dal governo italiano. D’altro canto, l’elemento di massa della giornata del 3 ottobre sembra avere in parte diluito il protagonismo delle persone con background migratorio che aveva invece caratterizzato la fase precedente. Come ha notato Luca Scacchi, l’ampliarsi della mobilitazione di massa in senso interclassista rischia di creare una faglia «tra chi ha vissuto e vive l’indignazione per la questione palestinese e chi vive nella propria miseria quotidiana».

Da questo punto di vista, la straordinaria partecipazione alle giornate del 22 settembre e del 3 ottobre sembra essere stata in primo luogo una mobilitazione d’opinione, una mobilitazione cioè (iper)politica prima che sociale. Se così fosse, è necessario quindi chiedersi di fronte a che scioperi generali ci siamo trovati in queste giornate. Spostandoci dal piano mediatico e numerico a quello più strettamente sindacale, anche in questo caso possiamo parlare di un successo rispetto agli scioperi generali degli ultimi anni. Anche sul piano dell’adesione dei lavoratori i meccanismi dell’iperpolitica hanno mostrato di poter dare un valore aggiunto alle capacità organizzative delle sigle sindacali. 

L’adesione agli scioperi, però, è stata ben lontana dall’essere di massa. Il dato è sempre molto difficile da quantificare, se non in modo approssimativo. Ciò che appare interessante è che gli scioperi per Gaza hanno raccolto un’adesione maggiore rispetto all’ultimo sciopero generale «tradizionale» del 29 novembre 2024 sostenuto da Cgil, Uil e alcuni sindacati di base, restando però lontani dal coinvolgimento della maggioranza del lavoro dipendente – soprattutto se, come molti osservatori e sindacalisti hanno osservato, l’adesione nel settore privato sia stata nel complesso non superiore a quella nel pubblico.

Insomma, il successo dello sciopero generale del 3 ottobre non sarebbe tanto da individuare nei numeri dell’astensione dal lavoro, quanto nella sua capacità di generalizzarsi coinvolgendo soggettività extra-lavorative e conquistando una copertura mediatica positiva. Certo, le piazze del 3 ottobre sono state piene di lavoratrici e lavoratori: ma i partecipanti erano in piazza non in quanto tali, ma piuttosto in quanto cittadini. In questo senso, si può parlare del 3 ottobre come di uno sciopero generale della società civile più che di uno sciopero generale della classe lavoratrice. In questi termini si verrebbe anche a spiegare l’apparente paradosso delle decine di migliaia di lavoratori che hanno scioperato per la prima volta per la causa palestinese senza aver mai partecipato agli scioperi per il rinnovo del loro stesso contratto collettivo nazionale. Si potrebbe considerare quello del 3 ottobre, insomma, come uno sciopero di cittadini più che uno sciopero di lavoratori.

È questo un paradosso solo apparente. Ormai da anni è in corso una risemantizzazione del concetto di «sciopero generale» che implica una visione della classe lavoratrice più larga e plurale dei soli lavoratori dipendenti raggiungibili dai sindacati, siano essi confederali o di base. Le elaborazioni sullo «sciopero generalizzato» e lo «sciopero sociale» caratterizzano i movimenti italiani da decenni. Dal 2017, inoltre, il movimento transfemminista incarnato da Non una di meno propone uno sciopero generale con caratteristiche simili in occasione dell’8 marzo. Mentre questi scioperi generali non hanno mai avuto un’adesione larga dal punto di vista dell’astensione dal lavoro dipendente, anche per il mancato sostegno dei sindacati confederali, essi hanno d’altro canto saputo mobilitare larghi pezzi di società nelle manifestazioni serali, soprattutto nei grandi centri urbani e universitari. Il 3 ottobre sembra aver portato questa concezione di sciopero generale sperimentata negli anni dal movimento transfemminista a una dimensione di massa, sommando l’efficace parola d’ordine del «bloccare tutto» lanciata dai portuali di Genova.

Il successo del 3 ottobre, insomma, sembra dare ragione a chi negli anni ha ipotizzato una forma di sciopero generale meno basato sull’astensione al lavoro dei lavoratori dipendenti e più sulla partecipazione di soggettività plurali ma altamente mobilitabili attraverso gli strumenti dell’iperpolitica. Secondo questa visione, lo scopo dello sciopero generale rimarrebbe quello di «bloccare il paese» come nel suo modello tradizionale, ma ne muterebbero fondamentalmente le modalità. In particolare, al tradizionale obiettivo del blocco della produzione degli scioperi generali novecenteschi, si affiancherebbe con grande rilevanza quello del blocco della circolazione delle merci e delle persone. L’astensione dal lavoro passerebbe così dallo strumento principe della mobilitazione a essere una delle molte tattiche utilizzabili, unita ad altre pratiche aperte a soggettività esterne al lavoro dipendente. 

Ne deriva così un modello di sciopero generale altamente politico, che in un qual modo richiama l’origine storica di questo strumento legata al sindacalismo rivoluzionario di inizio Novecento. Non è fuori luogo ricordare che proprio sulla possibilità dello sciopero generale politico si ruppe l’unità sindacale frutto della Resistenza, quando la corrente cattolica della Cgil si scisse fondando quella che sarebbe diventata la Cisl proprio a seguito dello sciopero generale per l’attentato a Palmiro Togliatti del luglio 1948. Come non è fuori luogo ricordare che a dirigere in quella fase la Cgil socialcomunista era un dirigente che si era formato proprio nel sindacalismo rivoluzionario degli anni Dieci, Giuseppe Di Vittorio.

Resta da capire quanto questo modello sia replicabile per scioperi generali che godano di un consenso sociale meno forte e diffuso, a partire dallo sciopero generale contro la legge di bilancio. È in questo senso bene ricordare che il lavoro dipendente a tempo indeterminato è ancora oggi ampiamente la forma lavorativa più diffusa nel nostro paese (16,4 milioni di lavoratori a tempo indeterminato a fronte di 5,1 mln di lavoratori indipendenti e 2,6 milioni di dipendenti a tempo determinato). Convocare uno sciopero generale e avere bassi tassi di astensione dal lavoro fra i lavoratori dipendenti rimarrebbe quindi un esito problematico, in particolar modo in giornate in cui il minore consenso attorno al tema della mobilitazione implicherebbe inevitabilmente una minore attrattività in ambiti extra-lavorativi e una minore capacità di sfondamento mediatico. Insomma, lo sciopero iperpolitico è certamente uno strumento importante a disposizione di sindacato e movimenti, ma non è sufficiente a risolvere il problema della scarsa attivazione del nucleo centrale del lavoro in Italia, quello dipendente.

È auspicabile che le due straordinarie settimane di agitazione ProPal possano generare tanto una riflessione sulle modalità mobilitative di massa dentro quello che Rodrigo Nunes definirebbe l’ecologia della sinistra italiana, quanto una ripresa della socializzazione politica nei larghi settori della classe lavoratrice ormai pienamente iperpolitici. Che gli scioperi della società civile, insomma, ridiano fiato e prospettiva agli scioperi della classe lavoratrice.

*Stefano Poggi è ricercatore all’Accademia Austriaca delle Scienze di Vienna.