Nel suo celebre saggio Gli uomini mi spiegano le cose (Ponte alle grazie, 2017), Rebecca Solnit ripercorre l’eclatante vicenda che l’ha condotta a scrivere. Nel corso di una festa un uomo ben più anziano di lei chiede a Solnit se è vero che la donna abbia scritto un paio di libri. Quando l’autrice rimarca di averne scritti ben più di due e annuncia il tema del più recente – un saggio biografico sul fotografo Eadweard Muybridge – l’interlocutore la interrompe e le domanda con supponenza: «Ha sentito parlare dell’importantissimo libro su Muybridge che è uscito quest’anno?».
Il primo impatto con l’interrogativo che le ha appena chiuso la bocca la spiazza, e un senso di inadeguatezza la pervade: «Ero così compresa nel ruolo di ingenua assegnatomi da prendere tranquillamente in considerazione la possibilità che un altro libro sullo stesso argomento fosse uscito in contemporanea con il mio ma che, non so come, mi fosse sfuggito». Così mentre l’autrice cerca di mettere a freno i dubbi su sé stessa, l’uomo si cimenta in una solenne quanto imprecisa recensione di un testo che di lì a poco si scoprirà non aver mai nemmeno sfogliato. Il libro molto importante di cui Solnit avrebbe dovuto sapere, infatti, era quello che lei stessa aveva scritto, e il saccente interlocutore ne stava sciorinando un’imprecisa sintesi letta sul New York Times. È a partire da questo episodio che Solnit ispira un concetto quanto mai fortunato per rendere conto di una delle più letterali affermazioni – parole che sono un atto in sé stesse – di potere maschile: il mansplaining.
Dalla fusione delle parole man (uomo) e explaining (spiegare), l’atteggiamento si esercita attraverso un’infantilizzazione dell’interlocutrice, un’autoritaria definizione della stessa come un «contenitore vuoto da riempire» di nozioni senza alcuna esigenza di accertare la necessità reale e l’interesse dell’interlocutrice in tal senso. E soprattutto, come sottolinea Solnit, senza mai sentirsi a disagio, né chiedere scusa se posti di fronte al carattere ridondante o inopportuno dello spiegone. Il mansplaining si intreccia a un ventaglio di pratiche linguistiche che marcano un atteggiamento verbale di superiorità e sopraffazione sull’oggetto del discorso che viene così a marcare il proprio carattere unilaterale: interrompere, negare l’ascolto e il turno di parola, alzare la voce, accelerare il ritmo dell’elocuzione, imporre la propria fisicità riducendo le distanze o attivando il potere penetrante dello sguardo, capace di ridurre il soggetto di parola a oggetto erotizzato. Atteggiamenti che nell’interlocuzione pubblica possono arrivare a forme ancora più esplicitamente aggressive come l’uso di un lessico sessista, all’occasione marcato di quel sarcasmo che presume la complicità dell’interlocutrice, il suo coinvolgimento nel piacere universale che la battuta sembrerebbe suscitare, mentre si cuce sul suo corpo l’abito femminile del minus habens, incapace di una visione autonoma del mondo, figuriamoci di una presa di parola.
«Se solo potessi entrare in quel tuo cervello e capire cosa ti fa fare queste cose folli e contorte», dice Gregory alla fidanzata Paula in Gaslight, il film che ha dato il nome a uno dei meccanismi di manipolazione più terribili delle relazioni di abuso psicologico. «Gregory, stai cercando di dirmi che sono pazza?» domanda lei disorientata. «È quello che sto cercando di non dire a me stesso», risponde lui con distante fermezza. Le lampade a gas che danno il titolo alla pellicola premio Oscar del 1945 fanno riferimento allo stratagemma di Gregory interpretato da Charles Boyer per indurre Ingrid Bergman nei panni di Paula alla dispercezione. A più riprese l’uomo affievolisce le lampade a gas nell’abitazione della coppia e ogni volta che la fidanzata lo nota, lui nega di averlo fatto, riconducendo lo sfalsamento percettivo di Paula a una sua progressiva perdita di lucidità mentale. Il gaslighting è oggi annoverato nella letteratura scientifica come una forma di abuso bianco, ovvero una di quelle forme di condizionamento psicologico attraverso un uso sistematico della menzogna e della distorsione dei fatti accaduti, fino a creare dispercezione e disappartenenza. Insieme alle pratiche di umiliazione, minaccia, svalutazione, ricatto, colpevolizzazione, isolamento e limitazione dell’espressione personale, sospetto e controllo, il gaslighting si annovera tra quelle tattiche di manipolazione affettivo-relazionale che non lasciano segni visibili, né una firma leggibile dell’artefice della violenza, ma il dolore di un alienante contrabbando affettivo misto a espropriazione mentale ed esistenziale. Con le parole del lavoro clinico di Pamela Pace: Un livido nell’anima (Mimesis, 2018).
La violenza psicologica si garantisce l’invisibilità grazie all’impiego del mezzo linguistico, e sfugge in questo modo alla definizione comunemente accettata di violenza di genere, che riconduce il suo artefice a colui che alza le mani, stupra e uccide – limitando peraltro l’aggressione fisica al gesto che provoca lesione, lo stupro alla penetrazione che forza la resistenza attiva e riconfigurando i femminicidi come «raptus di gelosia» ovvero l’esito di un legittimo sentimento di possesso. Su questa definizione altamente circoscritta si costruisce – da sinistra a destra – il profilo dell’uomo violento secondo la retorica della «mela marcia».
