Jacobin Italia

Governare col razzismo

6 Giugno 2019

La xenofobia non rappresenta un’eccezione rispetto a una imprecisata normalità, sta nell’essenza produttiva delle società capitalistiche

La vicenda di Torre Maura a Roma, dove gli abitanti del quartiere insieme a militanti di estrema destra hanno violentemente assalito dei rom, non è stato che l’ultimo episodio di una lunga serie di aggressioni, violenze e omicidi razzisti che attraversano la società italiana in modo ciclico e trasversale ormai da alcuni anni – a sud come a nord, e riguardante una molteplicità davvero composita di classi e contesti sociali. Questa ondata di violenza razzista ha sicuramente subìto uno spettrale punto di inflessione con fatti più recenti, come la brutale aggressione avvenuta a Macerata nel febbraio 2018, in cui un neofascista simpatizzante di Lega e CasaPound ha sparato all’impazzata contro sei migranti neri ferendoli gravemente, o in quanto successo pochi giorni dopo a Firenze, quando un pensionato italiano ha ucciso senza motivo Idy Diene, ambulante senegalese. 

Queste stragi hanno rappresentato un perverso salto di qualità del razzismo in Italia, anticipando il suo violento rilancio come strumento di consenso e di sutura nazional-popolare, ma forse ci dicono molto anche degli spettri che si aggirano nell’Europa della crisi e delle sue pulsioni sovraniste. Collocare l’episodio di Torre Maura all’interno di una congiuntura storico-sociale-geografica più ampia ci sembra un necessario primo passo per cominciare a decostruire una narrazione politico-mediatica dominante attraverso cui è stata codificata la vicenda: l’associazione della violenza razzista a determinati contesti sociali, soggetti e gruppi, ovvero alla barbarie delle periferie (in una costruzione altrettanto classista-razzista dei poveri), alla presenza di migranti e rom, alle curve degli stadi e ai soli partiti apertamente xenofobi. Si tratta di una narrazione non soltanto autoassolutoria, nel senso che è difficile non pensarla come un’altra forma di sublimazione della propria presunta rispettabilità-moralità-superiorità delle classi medie-bianche-liberali-progressiste locali, ma soprattutto fuorviante, poiché non fa che rigettare il razzismo in soggetti e situazioni «eccezionali» rispetto a non si sa bene quale norma di società «civile» e «democratica». Non vogliamo sostenere che le classi e le culture popolari non siano attraversate da pratiche e rappresentazioni razziste, o che siano in qualche modo innocenti, ma che narrazioni di questo tipo – assai radicate in un certo immaginario politico antirazzista ben più ampio di quello dell’ordine politico-mediatico-istituzionale – finiscano semplicemente per descrivere il razzismo come un fenomeno sociale meramente privato, soggettivo e soprattutto allocabile in certe dimensioni sociali anziché in altre. Tali narrazioni non fanno che riconsegnarci una concezione tanto semplificatoria quanto mistificante non solo del ruolo del razzismo all’interno degli attuali dispositivi di estrazione di valore dalla società, ma anche della sua rilevanza storica come tecnologia coloniale e post-coloniale di governo, sia in Italia che nel più ampio contesto delle formazioni capitalistiche moderne. 

La struttura assente

Se appare innegabile che l’attuale congiuntura sovranista ci sta mostrando in modo chiaro una crescente politicizzazione del razzismo, con una conseguente razzializzazione della politica e delle questioni sociali, è altrettanto evidente che le pratiche teoriche e politiche antirazziste, anche quelle più radicali, non si stanno rivelando all’altezza della sfida. Anche se concetti come razza, razzializzazione e intersezionalità sono più o meno entrati nel discorso antirazzista, la riflessione sul razzismo in Italia continua a mostrare i suoi storici limiti. A differenza di altri paesi, per esempio Francia, Gran Bretagna e Germania, nella storia del pensiero critico italiano non esiste alcun dibattito o riflessione specifica e sistematica sul razzismo come fenomeno strutturale della realtà nazionale, e quindi non vi sono prospettive in grado di poter generare una sua efficace contro-narrazione antirazzista. Nemmeno il lungo dibattito storico sulla questione meridionale sembra aver lasciato tracce che vadano in questo senso: per non parlare poi delle mancanze della pur articolata riflessione nazionale sul passato coloniale e fascista e sui loro legami con l’esperienza globale del razzismo moderno. 

Il razzismo non viene quasi mai assunto come oggetto di analisi di per sé, e quando lo si affronta viene semplicemente incorporato in modo accessorio e secondario a prospettive teoriche più generali e orientate alla comprensione di altri fenomeni. Quasi che la verità o la causa del razzismo risiedesse sempre fuori da sè stesso. Anche all’interno di molti approcci marxisti e/o più radicali, la discussione sullo sfruttamento, sulla la lotta di classe, sul fascismo e sull’antifascismo, sul neoliberalismo e sulla gentrifricazione urbana resta spesso del tutto color-blind, ovvero riesce a prescindere in modo assai problematico da una seria presa in considerazione di razza e razzismo come storici dispositivi capitalistici di governo e di produzione delle identità. Del resto non è un mistero che il «marxismo tradizionale», alla sua nascita prevalentemente bianco ed europeo, al di là di qualche sporadico passaggio di Marx, Lenin e pochi altri o altre ha avuto pochissimo da dire su razza, razzismo, schiavitù e colonialità come componenti strutturali (e non secondarie e residuali) delle formazioni capitalistiche moderne. Più gravi ancora le omissioni in questo senso del cosiddetto «marxismo occidentale» ed europeo del Secondo dopoguerra. Si pensi, per esempio, al marxismo francofortese o a quello althusseriano, alla loro agghiacciante indifferenza teorico-politica verso l’esperienza criminale dell’imperialismo occidentale, ma anche verso i movimenti di decolonizzazione e le lotte del Black Power come istanze centrali di democratizzazione della stessa modernità. Dobbiamo sicuramente a ciò che Cedric Robinson ha denominato «marxismo nero» (Eric Williams, Oliver Cox, C.L.R James, Aimé Césaire, Frantz Fanon, Malcolm X, Angela Davis, ecc.) una prima seria visibilizzazione di razza, razzismo e schiavitù come dispositivi primari (e non sovrastrutturali) del modo di produzione capitalistico. Sono stati i lavori di questi autori, venuti alla luce come supplemento teorico delle lotte antischiavistiche, anticoloniali e antirazziste, a produrre una nuova visione politica in cui ordinamento democratico, razza, colonialismo, piantagione e imperialismo coloniale vengono considerati come componenti centrali e inscindibili di un’unica matrice storica. 

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